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Dopo la messa in onda del film premio oscar La Grande Bellezza, ieri sera e stamattina le nostre bacheche di Facebook pullulano di commenti e critiche inutili. Per carità, ognuno ha i suoi gusti, ma personalmente mi è stato insegnato che se critichi qualcosa o qualcuno devi, quantomeno, avere il buon gusto di argomentare.

E invece no, gli italiani, a quanto pare, siamo davvero abituati al blablabla privo di qualunque argomentazione.

Io non sono un’esperta di cinema, seppur ho studiato qualcosa all’università, ma  tutto questo schifo e questa delusione che la gente spara a raffica sui social, sinceramente, non li ho visti.

Ieri sera, più per curiosità che per altro, ho seguito anche io il film premio oscar, in compagnia di una persona che, non solo è più grande di me, ma ne ha passate molte molte più di me nella sua vita.

A fine film, il “mio compagno di visione”, mi dice “Ma a me non è che sia piaciuto poi così tanto. Cioè. Mha. Non lo so. E a te?”

“Io penso che a te non è che sia piaciuto poi così tanto, cioè, mha, non lo sai, forse perché non è una storia: non ha una trama, non ha una narrazione sequenziale, non ha il filo logico tipico del racconto cinematografico a cui siamo abituati. Però, pensaci, ti ha fatto riflettere?”

“Si, tanto. In molte scene mi annoiavo e stavo per addormentarmi, ma i pensieri del protagonista mi hanno tenuto sveglio”.

E’ proprio questo il punto, secondo me: il pensiero. La Grande Bellezza non è una storia, credo sia un modo di vedere e sentire la “realtà” che abbiamo intorno. Un punto di vista non può essere bello, brutto o passabile. Un modo di vedere e sentire la realtà, semplicemente, “è”.

Ok, nel film c’è anche la decadenza di Roma e dell’Italia di cui, certo, non possiamo andar orgogliosi. Ma… se decontestualizzassimo? Questa decadenza, questa pochezza umana, questo non trovare un senso alla messa in scena della vita, dopotutto, non è ovunque?

Ne La Grande Bellezza, di fronte alla grande messa in scena quale è la nostra vita, tutto è velato: l’amore, l’amicizia, la paura, la morte, la malattia, il sesso, la famiglia, la religione, la chiesa. Tutto è un trucco. Perché la vita è un trucco. Il trucco è nascosto, non è mostrato, altrimenti, si perderebbe il gusto della messa in scena, il “gusto” del bello, il gusto della vita.

Non esiste una sola scena diretta: non c’è sorpresa, non c’è azione, tutti gli aspetti della vita umana di cui sopra non vengono mostrati per quello che sono (o che noi siamo convinti che siano). Perché, in realtà – o nella irrealtà -, le esperienze della vita umana “non sono”: siamo noi ad attribuire loro un significato sulla base del nostro sentire, delle nostre esperienze, delle nostre emozioni.

Nessuna scena esplicita di sesso, nessuna scena esplicita di morte, nessuna scena esplicita di famiglia, nessuna scena esplicita di amore. Il regista getta l’amo e lascia al pubblico la possibilità di immaginare, di interpretare, di riflettere, di pensare, di avvicinarsi al proprio sentire. Il protagonista è un tutt’uno con il proprio sentire, è confuso dal proprio sentire, perché pensare e sentire ci confonde. L’unica cosa che fa, senza alcuna arroganza di voler insegnarci qualcosa, è cercare di condividere questa umana confusione con noi, noi che siamo nient’altro che attori e pubblico della nostra stessa vita.

Quando non vediamo l’azione in maniera esplicita, siamo, in quanto esseri umani, portati a pensare di più, a riflettere di più, perché non abbiamo l’immagine “cotta e mangiata” a cui attaccarci indissolubilmente. Quando leggiamo un libro, per esempio, di concreto di fronte ai nostri sensi abbiamo solo le parole: l’immagine ce la costruiamo da soli e, ogni immagine costruita da ogni persona nella propria testa, è e sarà sempre differente da quella di ogni altra persona. Questo succede semplicemente perché siamo tutti diversi, unici, nonostante ci atteggiamo, nella quotidianità della nostra vita, ad interpretare maschere stereotipate. Lo facciamo tutti, lo fa anche il protagonista. Lo facciamo per adattarci, per non pensare troppo al senso che non vediamo. Per non pensare troppo a quella grande bellezza che cerchiamo costantemente e che mai troveremo totalmente nella vita. 

Non a caso, il protagonista è uno “scrittore” e giornalista. Le parole sono il suo sentire.

La Grande Bellezza

L’immagine data è rappresentazione oggettiva, per quanto possa scaturire dal pensiero soggettivo di chi la ha creata. Quell’immagine che, invece, rimane immaginata, semplicemente è, perché la sua interpretazione resta “pienamente” compresa e in-compresa solo dal nostro personale pensiero.

Non so se l’oscar sia meritato o esagerato, perché non sono un’esperta del settore. L’unica cosa che mi sento di dire è, semplicemente, bravo Sorrentino. E grazie.

PS Roma e il mare, comunque, sono bellissimi :).

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Nel giro di una settimana ho preso ben quattro treni e, nonostante non ne possa più di arrivare la mattina  o la sera in stazione e cambiarmi nei bagni, devo ammettere che mi mancavano le chiacchierate intavolate con perfetti sconosciuti, quelle tipiche dei viaggi a lunga/media percorrenza.

I treni, dopotutto, possono rivelarsi dei veri e propri confessionali, altro che Grande Fratello! Persone di tutte le età e le estrazioni sociali sono “costrette” a star rinchiuse in uno spazio più o meno ristretto per ore ed ore. Ok, ci sono i libri e le riviste da leggere, abbiamo smartphone, tablet e aggeggi tecnologici di ogni sorta con cui passare il tempo ma, dopo tre ore di fullimmersion nella tecnologia, altre due ore di letture e un’oretta di sonnellino il punto è che se non chiacchieri con un essere umano rischi di impazzire.

Il bello è che nei treni c’è davvero il mondo, inteso nella più ampia accezione del termine: puoi scambiare pareri, esperienze, disavventure, scelte, immagini, valori e quant’altro con una varietà di esseri umani non indifferente.  I treni ti arricchiscono, profondamente, non economicamente. Non guadagnerai soldi, ma storie di vita vera, che spesso valgono molto, molto più di uno stipendio.

-Viaggio di andata

L’elegante banchiere dalla carriera ormai avviata e sfolgorante ti racconta come il suo sogno fosse quello di diventare un avvocato; un sogno a cui ha rinunciato dopo aver studiato legge e fatto il praticantato, perché non c’erano stipendi reali per un piccolo laureato con tante passioni e non c’erano neanche i soldi per poter continuare a sognare pesando sulla famiglia di operai.

La vita gli ha poi offerto la possibilità e la fortuna di entrare in banca: un lavoro che lui ora ringrazia il cielo di possedere, che gli ha permesso di farsi una famiglia ma che non è e non sarà mai il lavoro dei suoi sogni. Se ne dispiace? Un po’ sì e un po’ no, “dopotutto, ogni lavoro quando diventa tale abbandonando il carattere e le aspettative del sogno si rivela  abitudinario e un po’ meno affascinante, quindi… non mi lamento”. Parliamo ore ed ore, di economia, di politica, del modello di sviluppo sbagliato – orizzontale e non più verticale – adottato dalla maggior parte delle aziende italiane e di tanto altro (12 ore in treno sono infinite :)).

Poi, lui mi dice: “Però tu, cara, hai rinunciato a tutti i tuoi sogni, non solo ad uno: hai rinunciato ai tuoi sogni professionali, hai rinunciato a quella che tu mi dici esser la tua grande passione, la danza, hai rinunciato a vivere nella città che ami, hai rinunciato ai tuoi amici, hai rinunciato totalmente al divertimento. Insomma, permettimi di farti notare come tu abbia, sostanzialmente, rinunciato a vivere, e questo, alla tua età, non va bene. Attenta a far troppi sacrifici perché rischi di rinunciare totalmente a te stessa e questa è la cosa peggiore che ti possa succedere, perché ti ritrovi in un baratro di sofferenza mortale da cui è difficile uscire”.

-Viaggio di ritorno

Il manager ti racconta della sua rara malattia agli occhi contratta all’età di 26 anni, subito dopo a laurea, delle continue visite e, finalmente, del’incontro con un grande medico del San Camillo da cui è stato operato e da cui continua a stare in cura. Parliamo di politica, di libri, di rivoluzione, di web marketing, di Bukowski, del rapporto con suo figlio, del rapporto con i suoi genitori.

Quando mi alzo perché sono arrivata a destinazione e devo scendere dal treno, lui mi tende la mano e con un sorriso mi dice “E’ stato davvero un piacere chiacchierare con te e ricorda: purtroppo, le tre parole che io e te vorremmo sentir pronunciare dai nostri genitori, non le sentiremo mai, e non è colpa di nessuno; non tua, non loro. Quindi, fai le tue scelte pensando, certo, a chi ti ha messo al mondo e a chi vuoi bene, ma falle pensando soprattutto a te: è chiaro che hai deciso di cambiare perché qualcuno o qualcosa ti ha fatto pensare di esser sbagliata, ed è chiaro come questo tuo esser quasi totalmente cambiata non ti far star bene, e non starai mai bene così perché, semplicemente, non sei tu. Te lo dico da padre e forse, chissà, un giorno da collega: ricomincia e non rinnegarti mai più”.

Il banchiere e il manager non sono due personaggi inventati per scrivere la trama di un libro o per montare la sceneggiatura di un film. Il banchiere e il manager sono due dei tanti passeggeri con cui ho avuto il piacere di chiacchierare durante i miei ultimi viaggi in treno.

Devo ringraziarli, il banchiere e il manager, perché, oltre alle interessanti discussioni sull’economia, la legge, la cultura, la vita e il mondo, mi hanno messo davanti agli occhi ciò che io da sola non ero ancora riuscita a vedere.

Mi rendo conto anche di un’altra cosa: sono mesi, oramai, che ogni qual volta io entri in contatto con dei perfetti sconosciuti, questi sembrano inviarmi dei segnali, avvisarmi quanto il percorso che sto seguendo sia sbagliato ed insano, per la mia vita, per la mia salute mentale e fisica, per la mia felicità.

E’ arrivato il momento di ritornare ad essere quella che sono sempre stata e, questa volta, se a qualcuno non piacerà non è e non sarà un problema mio.

Tra qualche settimana, con la benedizione della mia adorata mamma che soffre quanto me se non di più nel vedermi soffrire, ritorno nella Capitale, almeno per qualche mese.

Mezzi di informazione tradizionale e blogosfera pullulano di brutte notizie. Ce ne sono tante. Troppe. In realtà è sempre stato così dai tempi dei tempi, anche perché la regola delle cinqueS” del giornalismo resta sempre valida e proficua, offrendo un ottimo piano strategico da seguire per viralizzare i contenuti. Però, in questi ultimi mesi abbiamo toccato l’apice: suicidi di gente disoccupata, stupri, femminicidi, morti e stragi nazionali e internazionali stanno diventando il top del top, oltreché il top del web.

Perché le brutte notizie fanno così tanta gola alla massa non riesco a capirlo. La gente condivide continuamente, tra reale e virtuale, brutte storie. Intendiamoci, di per sé non è questo il problema, anzi: se la condivisione avesse come fine ultimo la sensibilizzazione in primis di se stessi e poi anche di tutto l’entourage che chiamiamo in causa tra social network e chiacchiere reali, bè, sì, allora avrebbe tutto più senso. Un preziosissimo senso sociale. Ma non è così, o, almeno, così a me non pare.

Sembra, in realtà, che la gente – non tutta ma la maggior parte – copi e incolli la bad news di turno spiattellandola su twitter, google plus e  facebook solo perché mossa dal proprio ego. Non parlo, naturalmente, delle riviste telematiche di informazione: in quel caso la notifica di aggiornamento stile spammer è un loro lavoro/dovere. Mi riferisco piuttosto a coloro i quali – tanti – condividono online bad news senza esprimere una propria opinione, una critica, un punto di vista. Chessò, anche un pensiero senza senso, meravigliosamente arzigogolato o terribilmente filosofico e poco concreto potrebbero, corredati in forma di commento alla “copia e incollata cattiva info quotidiana”,  fare una grande differenza. Come si dice “bad news is good news”. Sì ma… “fino a ‘na certa!”

Senza considerare come la maggior parte delle persone oltre a twittare e/o condividere sui maggior social network la bad news di turno senza commenti o opinioni personali di sorta spesso addirittura neanche ci ha capito chissà che di quello che ha letto: semplicemente perché non ha letto davvero o, almeno, non a fondo e fino in fondo la notizia (tale caso in verità comprende, ahinoi, tutte le notizie, belle o brutte che siano).

La rete dovrebbe essere uno scambio di opinioni finalizzati alla circolazione della conoscenza e non una mera circolazione della pura informazione. Quest’ultima, infatti, pur essendo senza alcun dubbio utile alla formazione della coscienza e cultura delle persone grazie alla variabile dei punti di vista con cui permette di entrare in contatto diversamente dalla comunicazione tradizionale, non cambia, però, alcunché. Non nel mondo e in modo concreto, intendiamoci. E mai lo farà. Tutta questa astrattezza “condivisoria” e scarsamente commentata con la testa e il cuore inizia a farmi un po’ schifo.

Premetto: non sono contro la rete, anzi, mi reputo praticamente una forsennata sostenitrice della libera circolazione online di info, beni e servizi e, soprattutto, di tutto ciò che rientra nel “mega-mondo” open source. Tuttavia, inizio a perder sempre più fiducia nella teoria secondo la quale il web 2.0 possa in qualche modo creare un salto di qualità, portandoci dall’informazione targhettizzata a quella ricreata dal basso perché riscritta dalle condivisioni sociali. Forse la mia attuale opinione è prematura; o forse semplicemente è il risultato di alcuni libri ripresi in mano ultimamente: testi di critici  – con ragione di causa – del web 2.0 (Geert, Metitieri, etc.). Considerando poi come io abbia scritto una tesi di laurea a dimostrazione di quanto i social possano effettivamente giovare alla circolazione dei contenuti culturali, bè… questo mio cambio di rotta, seppur non ancora totale, fa pensare. E fa pensare soprattutto la sottoscritta.

O, forse, questo mio allontanamento dalla grande fiducia sociale del web 2.0 nasce dal brutto periodo in cui mi trovo e che, a quanto pare, non sembra voler terminare.

Mi sa che sto diventando fatalista ed è molto strano perché io non credo al fato, anzi, ho sempre pensato che ciascun essere umano sia l’unico artefice del proprio destino.

Eppur questo è un periodo talmente brutto da non poter far altro che dar la colpa al destino.

E’ stata una settimana orrenda e tra ieri ed oggi ho raggiunto davvero la saturazione delle brutte notizie.

Già… forse è proprio questo mio esser profondamente immersa negli ultimi tempi dentro le personali bad news ad aver attivato come diretta conseguenza un certo menefreghismo estremamente acuto nei confronti della “condivisione copia e incollata” dei social network. Tant’è che mi limito da un po’ a leggere articoli e post senza però condividere quasi mai su twitter, google plus e quant’altro. Ed è un evento raro, ve lo assicuro.

Dopo aver tolto il gesso pensavo che il peggio fosse passato, e invece no. Continuo a zoppicare, non mi reggo in piedi con la schiena diritta perché ho un dolore lancinante al piede. Oggi pomeriggio complice una meravigliosa giornata di sole sono stata qualche ora al mare, ho nuotato e mi ha fatto bene ma, praticamente, alzarmi in piedi e mettermi nell’acqua è impossibile. Camminare sulla spiaggia poi non ne parliamo: mi hanno dovuta prendere in braccio. Mi sono sentita persa. Credo che per la sottoscritta sarà una brutta estate: non voglio pesare sugli altri, non lo ho mai fatto e adesso che praticamente sono costretta a farmi “prendere dalla manina” è un po’ una tortura.

Ho iniziato la fisioterapia anche se il medico non me la aveva prescritta: se non riesco a camminare un motivo, dopotutto, ci deve essere, senza contare come le lastre appena ritirate hanno mostrato le ossa in fase di composizione (e quindi non ancora del tutto ricomposte).

La forza di resistere e continuare a provare a camminare a costo di sentire dolore è tanta e ce la farò, presto o tardi.

Zoppicante, poi, ieri sono stata a un funerale.

Mercoledì a casa dei miei zii, con mia zia… morta, dentro una tomba.

Non avevo mai visto un morto. Quando vent’anni fa morì mio padre mi vietarono categoricamente di vederlo, eppure allora, alla tenera età di sei anni, non avevo alcun timore delle mia probabile reazione. E’ proprio vero: i bambini hanno una forza e un non-bagaglio di vita che permette loro di porsi nei confronti degli eventi in modo “particolare”.

Bè, ora ho 27 anni: ho pianto, come non facevo da anni. Ho cercato di trattenere le lacrime ma è stato davvero difficile. Nel mio cervello un susseguirsi di immagini, di lei, di mio padre, della mia vita, della sua vita, delle persone che ho amato e a cui ho dimostrato e sto dimostrando il mio affetto, ma anche di quelle verso cui non sono stata capace di farlo. La morte tangibile e visibile ti mette di fronte a tante cose.

Lei, mia zia, era una donna di cultura e intelligenza, con la C e la I maiuscole più che mai. Una professoressa di storia e latino che tra una chemio e l’altra è andata volutamente fino alla fine e a tutti i costi nel suo liceo ad insegnare ai suoi alunni: per non farli restare indietro con il programma, per esser lì a risolvere ogni loro dubbio. I suoi alunni le hanno scritto un bellissimo addio, letto ieri tra le lacrime di tutti. Lei è stata è sarà sempre una paladina della cultura italiana, oltreché una gran donna.

Lei è la donna della forza d’animo nonostante la debolezza di un fisico debilitato dal tumore.

Lei E’: venendomi a trovare qualche giorno fa quando ancora portavo il gesso ha fatto di tutto per trasmettermi una forza e un coraggio tali da non possedere neanche io le parole per descriverli.

Lei aveva un tumore, lei affrontava la chemio con il sorriso, lei combatteva ad ogni respiro, lei cercava di non farmi pensare alla mia immobilità, chiacchierando di latino, commentando notizie belle e brutte con la voce di chi sa cosa sia la vita e quanto valga.

Ho pianto. Vederla lì, inerme, mi ha fatto pensare quanto la vita sia dura, quanto il mondo sia ingiusto, quanto l’unica certezza che abbiamo sia solo ed esclusivamente la morte.

E’ davvero ingiusto: perché sono i migliori ad andarsene?

L’unica cosa che possiamo fare è vivercela questa vita, ciascuno come vuole, cercando di sorridere e sforzandoci di andare avanti anche quando le cose sembrano mettersi davvero male. Perché prima o poi si muore e aver rimpianti non ha senso.

Ora, biasimatemi pure, ma io di quei disoccupati o precari suicidi non riesco ad avere pena: li capisco, naturalmente, so che è difficile, personalmente lo so. Ma da questo a togliersi la vita, magari gettandosi dal balcone dei propri cari, esiste un abisso incolmabile.

 

Mancano dieci giorni e mi tolgono questo maledetto gesso. Credo di non aver mai passato in vita mia un mese così noioso. Mi sono resa conto che lo stress quotidiano tanto maledetto dalla gente e dai medici – e forse anche da me -, in realtà è linfa vitale: ti fa sentire viva; ti riempe cuore e sistema limbico di emozioni belle e brutte; ti defibrilla il cervello iper-stimolato da rumori, conversazioni, visioni esterne; ti regala il piacere di percepire la proattività di ogni muscolo del tuo corpo, dai piedi alla testa. Un essere umano fuori dal mondo non è un essere umano, ma un organismo vivente passivo peggio delle piante: “loro” infatti, a differenza di uno stupido essere umano, anche solo “parate” sotto al sole e ben provviste di acqua riescono a crescere e riprodursi (con piacere o meno non si sa, tocca chiederglielo XD).

un libro per amico

La morte della socialità umana è la morte del cervello; e la morte del cervello è -checché se ne dica – la morte dell’umano in quanto tale e del suo equilibrio fisiologico-emotivo. Dopotutto, come scriveva John Donne in una sua famosa poesia, “nessun uomo è un isola”.

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Comunque… siamo realisti: con una gamba gessata, in realtà, il cervello è l’unico muscolo che puoi continuare ad allenare, tant’è che libri, ebook e blog letti o riletti in questi giorni da gessata sono diventati i miei migliori amici. Altri pro dell’essere passata dallo stato di lettore normale a quello di lettore ossessivo compulsivo è che, tra i tanti blog spulciati, puoi anche avere la fortuna di incontrare post capaci di ricolorare almeno un po’ quell’umore nero maturato da cattiva mummia quale sei diventata: è il caso, per esempio, del blog Candido di Antonio Gurrado, all’interno del quale ho trovato un gran bel resoconto del suo periodo “gamba rotta“. Con ciò non voglio dire di ricavare sadico piacere dalla consapevolezza che tre anni fa qualcuno stesse passando più o meno le mie stesse pene, anzi, tutt’altro; anche perché lui, contrariamente a me, almeno “lavorativamente” parlando, stava messo meglio. Tuttavia, non nascondo come, tanto i suoi post relativi al suo decorso da infortunato, quanto i vari pezzi da lui scritti  – pensieri personali o approfondimenti professionali -, mi stiano regalando momenti di sorrisi e riflessioni davvero utili, sia al mio cervello pietrificato, sia al mio corpo “zombificato”. In particolare, ho trovato splendido un suo pezzo dal titolo “Scribi e farisei 2007” scritto per “Ore piccole”. Riporto di seguito una parte delle considerazioni esposte da Gurrado, perché credo che, in tempi così critici per il mondo editoriale in cui la maggior parte delle persone legge meno di un libro all’anno, tali parole possano – o dovrebbero! – far riflettere e meditare tutti noi:

Scribi e farisei 2007

   La scrittura è un atto bidimensionale (inchiostro su carta) che si propone di raggiungere un obiettivo tridimensionale (il libro) mediante un procedimento quadri- e addirittura pentadimensionale, nel senso che servono anche tempo e, possibilmente, silenzio. La cosa peggiore è che allo scopo di scrivere è necessaria la lettura (ma viceversa la lettura non è necessariamente finalizzata alla scrittura, e meno male), e che la lettura è un atto pressoché adimensionale. Per leggere non c’è bisogno di spazio: altrimenti non si riuscirebbe a farlo in metrò o su un treno pieno di pendolari sudati. Né c’è bisogno di tempo, almeno in senso stretto: in quanto avere intere e lasche giornate libere può risultare circostanza meno favorevole alla lettura del ritrovarsi con un’oretta soltanto di adamantina e inattaccabile concentrazione. L’unità di misura della lettura è il silenzio, che però è impossibile a misurarsi, non c’è decibel che tenga; il silenzio necessario alla lettura è la creazione di un vuoto spinto nel cervello per far spazio ai contenuti del libro che via via vengono incamerati. Per questo, ad esempio, è più gradevole leggere in un’acciaieria (o in un aereo), dove un costante rumore di fondo copre ogni possibile interferenza invece che nel sospettoso silenzio di una casa familiare, con l’angoscia dello starnuto che esplode, del telefono che interrompe, della televisione che si accende, dei testimoni di Geova al citofono da un momento all’altro. Come atto in sé, leggere è impossibile, tanto più se si ha l’ardire di volerlo fare in santa pace; e l’elenco di libri che quotidianamente aggiorno – allo scopo di rileggerlo e interpretarlo all’ultimo dell’anno – finisce per essere il resoconto di tutto ciò che telefoni invadenti, preoccupazioni transeunti e genitori affettuosi non sono riusciti a non farmi leggere”.