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Nel giro di una settimana ho preso ben quattro treni e, nonostante non ne possa più di arrivare la mattina  o la sera in stazione e cambiarmi nei bagni, devo ammettere che mi mancavano le chiacchierate intavolate con perfetti sconosciuti, quelle tipiche dei viaggi a lunga/media percorrenza.

I treni, dopotutto, possono rivelarsi dei veri e propri confessionali, altro che Grande Fratello! Persone di tutte le età e le estrazioni sociali sono “costrette” a star rinchiuse in uno spazio più o meno ristretto per ore ed ore. Ok, ci sono i libri e le riviste da leggere, abbiamo smartphone, tablet e aggeggi tecnologici di ogni sorta con cui passare il tempo ma, dopo tre ore di fullimmersion nella tecnologia, altre due ore di letture e un’oretta di sonnellino il punto è che se non chiacchieri con un essere umano rischi di impazzire.

Il bello è che nei treni c’è davvero il mondo, inteso nella più ampia accezione del termine: puoi scambiare pareri, esperienze, disavventure, scelte, immagini, valori e quant’altro con una varietà di esseri umani non indifferente.  I treni ti arricchiscono, profondamente, non economicamente. Non guadagnerai soldi, ma storie di vita vera, che spesso valgono molto, molto più di uno stipendio.

-Viaggio di andata

L’elegante banchiere dalla carriera ormai avviata e sfolgorante ti racconta come il suo sogno fosse quello di diventare un avvocato; un sogno a cui ha rinunciato dopo aver studiato legge e fatto il praticantato, perché non c’erano stipendi reali per un piccolo laureato con tante passioni e non c’erano neanche i soldi per poter continuare a sognare pesando sulla famiglia di operai.

La vita gli ha poi offerto la possibilità e la fortuna di entrare in banca: un lavoro che lui ora ringrazia il cielo di possedere, che gli ha permesso di farsi una famiglia ma che non è e non sarà mai il lavoro dei suoi sogni. Se ne dispiace? Un po’ sì e un po’ no, “dopotutto, ogni lavoro quando diventa tale abbandonando il carattere e le aspettative del sogno si rivela  abitudinario e un po’ meno affascinante, quindi… non mi lamento”. Parliamo ore ed ore, di economia, di politica, del modello di sviluppo sbagliato – orizzontale e non più verticale – adottato dalla maggior parte delle aziende italiane e di tanto altro (12 ore in treno sono infinite :)).

Poi, lui mi dice: “Però tu, cara, hai rinunciato a tutti i tuoi sogni, non solo ad uno: hai rinunciato ai tuoi sogni professionali, hai rinunciato a quella che tu mi dici esser la tua grande passione, la danza, hai rinunciato a vivere nella città che ami, hai rinunciato ai tuoi amici, hai rinunciato totalmente al divertimento. Insomma, permettimi di farti notare come tu abbia, sostanzialmente, rinunciato a vivere, e questo, alla tua età, non va bene. Attenta a far troppi sacrifici perché rischi di rinunciare totalmente a te stessa e questa è la cosa peggiore che ti possa succedere, perché ti ritrovi in un baratro di sofferenza mortale da cui è difficile uscire”.

-Viaggio di ritorno

Il manager ti racconta della sua rara malattia agli occhi contratta all’età di 26 anni, subito dopo a laurea, delle continue visite e, finalmente, del’incontro con un grande medico del San Camillo da cui è stato operato e da cui continua a stare in cura. Parliamo di politica, di libri, di rivoluzione, di web marketing, di Bukowski, del rapporto con suo figlio, del rapporto con i suoi genitori.

Quando mi alzo perché sono arrivata a destinazione e devo scendere dal treno, lui mi tende la mano e con un sorriso mi dice “E’ stato davvero un piacere chiacchierare con te e ricorda: purtroppo, le tre parole che io e te vorremmo sentir pronunciare dai nostri genitori, non le sentiremo mai, e non è colpa di nessuno; non tua, non loro. Quindi, fai le tue scelte pensando, certo, a chi ti ha messo al mondo e a chi vuoi bene, ma falle pensando soprattutto a te: è chiaro che hai deciso di cambiare perché qualcuno o qualcosa ti ha fatto pensare di esser sbagliata, ed è chiaro come questo tuo esser quasi totalmente cambiata non ti far star bene, e non starai mai bene così perché, semplicemente, non sei tu. Te lo dico da padre e forse, chissà, un giorno da collega: ricomincia e non rinnegarti mai più”.

Il banchiere e il manager non sono due personaggi inventati per scrivere la trama di un libro o per montare la sceneggiatura di un film. Il banchiere e il manager sono due dei tanti passeggeri con cui ho avuto il piacere di chiacchierare durante i miei ultimi viaggi in treno.

Devo ringraziarli, il banchiere e il manager, perché, oltre alle interessanti discussioni sull’economia, la legge, la cultura, la vita e il mondo, mi hanno messo davanti agli occhi ciò che io da sola non ero ancora riuscita a vedere.

Mi rendo conto anche di un’altra cosa: sono mesi, oramai, che ogni qual volta io entri in contatto con dei perfetti sconosciuti, questi sembrano inviarmi dei segnali, avvisarmi quanto il percorso che sto seguendo sia sbagliato ed insano, per la mia vita, per la mia salute mentale e fisica, per la mia felicità.

E’ arrivato il momento di ritornare ad essere quella che sono sempre stata e, questa volta, se a qualcuno non piacerà non è e non sarà un problema mio.

Tra qualche settimana, con la benedizione della mia adorata mamma che soffre quanto me se non di più nel vedermi soffrire, ritorno nella Capitale, almeno per qualche mese.

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Sono stata a Ravenna e ne sono rimasta affascinata!

L’occasione fa l’uomo ladro e, quindi, nonostante non sia partita con l’intenzione di farmi un giro turistico, alla fine ne ho approfittato ugualmente e mi sono messa, mappa alla mano, a gironzolare qui e là.

Ravenna non è solo la città del mosaico, c’è molto di più: biblioteche fornitissime raggiungibili a piedi o in bicicletta; antichi giardini sempreverdi bellissimi in cui la gente sosta leggendo all’ombra, chiacchierando o prendendo un gelato; monumenti storici degni di esser visitati e, soprattutto questa estate, è stra-piena di eventi, come mostre e corsi di fotografia, cinema all’aperto, reading spettacoli teatrali.

Non sono cattolica ma non potevo certo saltare anche la classica visita alla tomba di Dante e ai giardini francescani.

Aldilà, però, del tangibile culturale offerto, posso dire che in pochi giorni Ravenna mi ha conquistata soprattutto per l’atmosfera rilassata e sociale di cui è invasa: qualsiasi persona di qualsiasi età si sposta in bicicletta; di macchine e autobus se ne vedono pochissimi, tanto che camminando devi star attento a non tagliare la strada ai ciclisti – cittadini :); la gente del posto si incontra tra una passeggia e l’altra, tra una commissione e l’altra; studenti, visitatori, lavoratori, bambini e anziani si mixano alla perfezione tra chiacchiere e saluti (sempre e rigorosamente in bici o a piedi :)).

Per un’amante della bicicletta come me tutto ciò è uno spettacolo meraviglioso!

Dopo esserci stata dal vivo capisco perché Ravenna è ad oggi candidata capitale europea della cultura!

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Che succede, dico, no, che succede quando ad un certo punto nella tua vita arriva un qualcosa di totalmente insensato? Il nonsense può cambiare tutto? Che poi… cambiare cosa? Tutto quello che hai promesso a te stesso di raggiungere sin da quando eri un piccolo marmocchio pieno di sofferenze e sogni. E inizi a pensare che la vita – davvero – non ha un senso, non la puoi organizzare nei minimi dettagli perché poi, così, di punto in bianco, “lei” ti regala – con tanto di ghigno malefico – un tiro mancino che ti spiazza. 

Trovare un senso alle cose, farle a pezzettini e analizzarle nei minimi dettagli. Se è necessario anche cambiarne il DNA originale per dare loro il tuo significato personale: per poter mantenere tutto sotto controllo, secondo i tuoi parametri, sulla base di calcolo e razionalità salvifica. Razionalità: è davvero “il” salvagente della vita? Credevo fosse così, l’ho sempre creduto. In realtà, ancora, per certi versi, ci credo. Ma, per altri, proprio… non lo so!

Mi vien da sorridere ascoltandomi: parla la signorina che si è sempre rifiutata di fermarsi di fronte ad un “non lo so”, colei che, dalla tenera età di sei anni di fronte alla morte ha deciso che ad ogni “non lo so” avrebbe risposto “bene, se non lo sai significa che farai di tutto per impararlo”. Mi è servito? Oh sì, tantissimo. Mi ha permesso di crescere sola, con le mie forze, a non aver paura di nulla: non della morte, non del buio, non della solitudine, non della mancanza di soldi, non del dolore. Come ogni essere umano che si rispetti sono caduta e, puntualmente, mi sono rialzata con un “bene, se non sai che fare inventati una soluzione, impara”. Resilienza. Benedetta, maledetta resilienza. Mi ha permesso di studiare, lavorare, arrangiarmi da sola, da fuori sede, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Mi ha fornito la forza immane di fare tante tante rinunce a favore di un unico obiettivo. Un obiettivo che ora, ad esser sincera, mi sembra sempre più sfocato e lontano, ma che, nonostante tutto, non smetterò mai di perseguire. La carriera, il sogno di scrivere, di vivere di scrittura o giù/su di lì. Ok, è un periodo di merda per il mercato del lavoro italiano e lo accetto. Tant’è che, proprio in nome del mio sogno di poter vivere prima o poi grazie ad un lavoro nella comunicazione, ho deciso che fra tre mesi a questa parte prendo un aereo e lascio l’Italia. Così fan tutti o, almeno, tanti.

So, razionalmente, di averne bisogno, per ricominciare, come ho sempre fatto quando mi ritrovavo di fronte alle ostilità che la vita – quella razionale, dura e cruda – mi ha sempre messo davanti. E lo farò, partirò. Non subito perché, ahimè, siamo in alta stagione e anche solo un piccolo corso di lingua, con annesso il lavoretto del caso, mi costerebbe un occhio della testa e mi costringerebbe dopo neanche un mese a rientrare. Non voglio sbagliare. Non ho mai voluto farlo, ho sempre cercato di evitarlo. Per me, per il mio bene. Ma… a tutto ciò c’è un ma, e credo sia la causa del fatto che io abbia ricominciato a mettere le mani su un blog personale, scrivendo senza un perché e un per come, solo per sfogo, senza riletture ed editing tipiche di chi scrive per farsi leggere, per comunicare questo o tal altro online, senza posizionamento SEO, senza – appunto – alcun senso.

Un “ma” assurdo: la causa del primo “non lo so” che sto facendo davvero fatica ad affrontare. E’ passato un anno… con tutte le mie forze, mentali e fisiche, ho cercato di avere la meglio su un qualcosa che senso non ha e di fronte a cui la mia razionalità stava vacillando. Io continuo a vivere: lavoro per mettere i soldi da parte in vista della grande partenza, esco con i miei amici, rido, scherzo, ballo, salto, leggo, scrivo. Ma questo stramaledettissimo “ma” sta lì piantato nel mio cervello e non se ne vuole proprio andare. Ho cercato di dar lui battaglia con l’indifferenza, con la sostituzione, con la negazione. Ha funzionato: sono riuscita a superare un bruttissimo blocco che non mi permetteva di scrivere la mia tesi finale, mi sono laureata, ho fatto colloqui e selezioni a destra e a manca, alcuni con pessimi risultati, altri con ottimi, ma da cui, nonostante tutto, ho dovuto prendere a malincuore le distanze per questioni pratiche (con 500 euro lordi di retribuzione stage, per quanto desiderabili da molti neolaureati, per una fuori-sede è impossibile vivere con le sole proprie forze).

Dunque: qual è il problema?

  • ho preso la mia decisione di abbandonare l’Italia, almeno per ora;
  • ho il mio bel progettino mentale supportato da motivazioni e azioni pratiche finalizzate al suo avvio certo.

Che c’è che non va allora? Non lo so. O meglio, lo so benissimo, ma sto facendo di tutto per eliminare il problema che, poi, problema non è. Su, dai, realisticamente, che razza di problema può derivare dalle… “emozioni“? Per quel che mi riguarda, ho sempre creduto che tali osannate emozioni umane semplicemente non esistessero, ma fossero esclusivamente una “bellissima storia romanzata” che l’uomo deve raccontarsi per poter vivere e dare una risposta agli impulsi chimici che il suo corpo gli invia.  Favole, racconti. L’essere umano è letteralmente affamato di storie e tutto il mondo della comunicazione – in tutte le sue manifestazioni offline e online – lo dimostra: lo ha sempre fatto, oggi continua a farlo con i nuovi mezzi di comunicazione digitale, in futuro lo farà ugualmente con chissà quale altra grande trovata tecnologica, software e/o hardware che sia.

Raccontami una storia: nella pubblicità, nell’informazione, nella cronaca politica, rosa, nera, bianca; sui e con i social network; con e nella musica; attraverso e grazie all’arte. Racconta una storia condividendo quelle parole, quelle immagini, quei video e quei suoni che permettano ad ogni essere umano di sentirsi affascinato, d poter pensare, di sentirsi vivo sulla base di insensati impulsi emotivi frutto di giostre chimiche nel suo sangue e nel suo cervello. Et voilà… “di fronte a tutto ciò mi emoziono”, “come è emozionante” e via romanzando. Impulsi: altro non sono che sostanze chimiche, ormoni e compagnia bella, che fanno dell’uomo un essere terribilmente debole. A me, sinceramente, tutto ciò affascina, mi ha sempre affascinato, ma su un piano definiamolo “prettamente professionale”. Fino a un anno fa ho sempre affrontato la parola amore con un sorriso di circostanza: amore, amore, ma… per favore! Si chiamano “ormoni misti a fottuta paura dell’uomo di rimanere solo”. Tutta questa esigenza dell’essere umano di affibbiare un nome figo a tutto ciò che non riesce a spiegare solo perché non lo vede, non lo sente e non lo tocca è, semplicemente, assurda!

No, non sono innamorata. Lo sono stata una volta, credo, tanto, tanto tempo fa e, nonostante tutto, la mia razionalità anche in quel caso non mi ha mai abbandonata. Ero piccola, vivevo la relazione alla giornata, senza aspettarmi nulla, senza progetti futuri e, quando la cosa è finta, pur avendo sofferto, non sono mai, mai caduta in uno stato confusionale tale da portare a domandare a me stessa “Ma io, chi sono? Che cosa voglio? Quella persona è davvero così importante per me?”.

Nessuno è indispensabile, ho sempre pensato. E lo penso ancora. Il ragazzo che ora frequento, per esempio, è tanto carino, dolce e gentile. Ma non è indispensabile. Nessuno lo è. Però… mi chiedo se, per rafforzare ancora e ancora questa mia convinzione, sia ad oggi necessario per me affrontare un nessuno da cui solo adesso mi rendo conto di essere… come dire… stupidamente scappata?

Scappare, fuggire: non sono mai fuggita dai problemi, li ho sempre affrontati, tutti. Tutti, sì, anche quelli derivati dalle suddette “emozioni”, o almeno quando reputavo ne valesse la pena. Ma, questa volta, non l’ho fatto. E credo di non averlo fatto perché, dopo un’attenta valutazione della situazione, ho semplicemente pensato non ne valesse la pena. Sono arrivata alla conclusione che l’eliminazione di tutto e del niente che c’era e non c’era stato fosse la soluzione perfetta. Razionalmente e lucidamente perfetta! Piazza pulita di un qualcosa che era solo nella mia testa. Tutto il gran dire e scrivere e cantare e disegnare e via dicendo nei secoli dei secoli sul platonico idealizzato tanto desiderabile proprio perché esclusivamente nutrito dell’effimero immaginario, a quanto pare, ha una sua ragion d’essere.

Ma ora, a distanza di tanto tempo e nonostante siano cambiate tante cose nella mia vita, mi ritrovo a tu per tu con me stessa a chiedermi, come uno stupido e debole essere umano: “Devo avere il coraggio di guardare un’ultima volta gli occhi di chi ho evitato solo perché avevo (ho?) paura di un qualcosa che non so cosa è e che non ha un senso? Vale la pena? Se non lo faccio prima di prendere il mio amato aereo, me ne pentirò?”. Fare ciò senza un fine, ma solo perché mi sento terribilmente debole ad essere fuggita per la prima volta da un qualcosa di stupido perché emotivo ma che era… come dire… bello (?) sentire… ha un senso? NON LO SO. Ho quattro mesi di tempo, forse lo farò, forse no.