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Fare il giornalista oggi non conviene e soprattutto non conviene farlo in Italia.

Come tanti giovani, anche la sottoscritta fino a qualche anno fa desiderava fare del giornalismo la propria professione. Ma le esperienze insegnano e, soprattutto, ti segnano, mettendo a dura prova anche una passione sconfinata e portata avanti con tanti sacrifici. Il punto è che il circolo vizioso del precariato giornalistico causato dallo sfruttamento delle passioni dei tanti non si è, ad oggi, ancora arrestato e  – checché se ne dica – la situazione in Italia non cambierà, né tra due anni, né tra dieci.

Tutti concordiamo sul fatto che le passioni sono belle: sono il sale della vita, la linfa che fa andare avanti ciascuno di noi, sempre e nonostante tutto. Ma, almeno personalmente, penso che troppo spesso il confine fra passione e rassegnazione masochista sia davvero molto molto sottile. Quanti giornalisti pubblicisti e freelance ad oggi non raggiungono uno stipendio di 5000 euro l’anno? Praticamente più del 50%; e non potrebbe essere altrimenti dato che la maggior parte riceve una retribuzione pari a tre o cinque euro al pezzo. Specifico AL PEZZO, non a ora. Tutto, naturalmente, sotto forma di contratti  e relazioni lavorative che non prevedono il minimo rispetto per la vita del giornalista di turno. Ma, la passione ti fa accettare tutto. Spesso, troppo.

Si può vivere così? No. Poi ciascuno è, naturalmente, libero di decidere per sé. Ma se siamo noi i primi ad accettare determinate condizioni di lavoro e relative retribuzioni irrisorie, allora, bè, perché mai dovrebbero cambiare le cose? Perché i parlamentari dovrebbero preoccuparsi più di tanto di avviare una VERA riforma della professione giornalistica atta a garantire l’equo compenso, anzi, meglio, un minimo salariale? Per quale ragione dovrebbero valutare nuove misure relative alla riforma dell’Ordine dei giornalisti, quale l’accesso alla professione e la professionalizzazione della categoria, quando, nonostante le attuali condizioni visibilmente precarie, le iscrizioni all’Ordine dei pubblicisti non fanno che aumentare? L’iscrizione a un ordine rappresenta pur sempre un’entrata per lo stesso (e dunque per lo Stato). Se le persone sono disposte a pagare fior di soldi per avere un tesserino da mostrare orgogliosamente senza che questo, tuttavia, garantisca loro alcuna tutela di lavoratori, bè, il problema, pensiamoci, non è poi solo da relegare ai piani alti.

Svolgere la professione giornalistica, da qualche anno a questa parte, è diventato, almeno secondo il mio modesto e criticabile parere, una questione di vanità. Il peggio è che non sono più così tanto sicura che le problematiche relative alla categoria giornalistica dipendano solo ed esclusivamente dalla presenza di una casta.

Qualunque Ordine professionale in quanto tale è una casta, ma non si limita ad esser solo quello. Il nodo della “questione giornalistica”, però, ad oggi è ben più complesso: se resta fuori dubbio quanto l’Ordine dei giornalisti a differenza degli altri ordini professionali non svolga ciò che ne giustifica la sua esistenza (ovvero la tutela dei suoi iscritti), è altrettanto vero che oggi far parte dell’ordine è diventata una moda, un – passatemi il termine – glamour lifestyle!

Questa smania di prendere il tesserino e poter dire “io sono un giornalista”, pur consapevole di essere ciò solo sulla carta e non nella realtà attiva del lavoro, può portare solo a peggiorare sempre più il quadro della professione.

Si scrive per passione e per trasformare un sogno nella propria realtà professionale. Tuttavia, allo stato delle cose, succede che a poco a poco il giornalista tesserato si rende conto di come, per quel che viene retribuito, gli è  – e sempre gli sarà – impossibile effettuare tutti quegli approfondimenti obbligatori nonché principi cardine dell’attività giornalistica stessa.

Succede. Più passano gli anni, più le esigenze della vita dell’essere umano iniziano a sovrastare i sogni brillanti di gioventù.

L’impegno, l’energia e i mezzi propri investiti per garantire, nonostante tutto, una buona informazione, spesso – anche se non sempre – vengono prima o poi messi in secondo piano rispetto all’esigenza e volontà di vivere una vita quanto meno dignitosa. Tutte le suddette problematiche presentate e tante altre ancora interconnesse fra loro, portano, oltretutto, al verificarsi di un’ulteriore catastrofica conseguenza: la pessima qualità dell’informazione!

I nodi da sciogliere nella ragnatela di precariato e raccomandazioni del giornalismo italiano odierno non sono pochi!

Per quel che mi riguarda, qualche anno fa, di fronte a tutto ciò, ho deciso, se non di abbandonare, quanto meno di mettere da parte il sogno del giornalismo. Esser pagata tre o cinque euro al pezzo non mi avrebbe permesso di “sborsare”  l’affitto ogni mese, di fare altri lavori per pagarmi l’università e la vita. Non ho abbandonato, però, la passione per la scrittura e la comunicazione in generale: ho preferito svolgere qualche lavoretto da copy e anche delle attività di collaborazione gratuita per enti della pubblica istruzione piuttosto che continuare il non-rapporto lavorativo a TreEuroAlPezzo per la testata telematica di turno. Un’attività che, certo, mi avrebbe, probabilmente, permesso di prendere il tesserino da pubblicista e realizzare un sogno, ma… poi? Ora sarei tesserata, forse non  ancora laureata o forse sì, ma… che cosa cambierebbe? Non so se ho fatto la cosa giusta e, semmai dovessi pentirmene, potrò sempre rivalutare l’idea di mettermi sotto la schiavitù del primo che mi prometta una retribuzione “da ridere” finalizzata all’ottenimento del tesserino ;).

Al momento, però, sinceramente, ho intenzione di investire il mio tempo e il mio denaro in altro. Se quest’ “altro” sia o meno la scelta giusta o sbagliata, migliore o peggiore, non ne sono certa ma… dopotutto “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato” personalmente non le ho mai considerate valutazioni assolute, ma semplici interpretazioni relative, soggettive e temporali.

Inoltre, passando dall’approccio attivo del giornalismo a quello di puro lettore, ho avuto occasione di appassionarmi ad un’altra branca della comunicazione: l’advertising. Oggi ho un sogno professionale che è il risultato della vita e delle esperienze che ho affrontato, è l’evoluzione del mio antico sogno di gioventù, plasmato dal realismo ma anche dai nuovi stimoli e realtà con cui sono entrata a contatto.

C’è chi dice che la differenza tra giornalismo e pubblicità ad oggi non esista più e ciò nonostante vi siano obbligatorie disposizioni distintive tra le due forme di comunicazione all’interno della deontologia giornalistica.

Con lo sviluppo del web 2.0, del citizen journalism, delle varie piattaforme di CMS, dei social network, il confine fra notizia posizionata e messaggio promozionale è diventato – e sempre più diventerà – labile e impreciso. Le piattaforme di informazione puntano già oggi soprattutto a posizionare ottimamente la notizia, “targettizzandola” e, spesso, addirittura scegliendola sulla base dei risultati ottenuti dalla web analysis. Anche nel mondo dell’informazione, insomma, la vendibilità avrà sempre più importanza dell’approfondimento.

Naturalmente, si spera che la qualità della notizia non venga meno, altrimenti ci ridurremo a un blogosfera gossippara assatanata di vanità twitterante ;).

Chi saprà usare bene la rete, i social e i dati ottenuti dalla web analysis potrà, infatti, riuscire anche ad avviare una nuova e valida modalità d’informazione. Perché cambiando lo stile di presentazione (dalla scrittura SEO, ai formati crossmediali), senza alterare, però, la natura della notizia, il rapporto qualità/vendibilità sarà equilibrato e rappresenterà un beneficio democraticamente distribuito, perché garante sia del diritto dei cittadini di fruire e partecipare alla buona informazione, sia  del comprensibile e necessario desiderio di profitto dell’azienda editoriale di turno.

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