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sedentarietà patologia  Congresso FMSI 2014

Siamo un paese di sedentari e come tale ci ammaliamo sempre più e sempre più gravemente. Si sà che la sedentarietà nuoce profondamente alla salute ma, nonostante tale consapevolezza, l‘attività fisica o, comunque, una vita “attiva”, viene relegata ormai dalla maggior parte delle persone solamente alle canoniche “tre ore a settimana di palestra”. Tre ore a settimana… cosa sono tre ore a settimana se le rapportiamo a tutto il tempo passato lavorando davanti a un computer, fermi sui mezzi (o ad attenderli!) o, peggio, barricati in automobile? Niente, tre ore a settimana di attività fisica non sono niente!

La maggior parte di noi non si accorge del male che si sta facendo, semplicemente perché i danni, quelli, non si vedono subito. Molti disturbi si sviluppano e crescono silenziosamente, nei mesi e negli anni. Poi, quando un bel giorno ci si sente male, ci trovano una malattia, un cancro o quant’altro, ci disperiamo urlando “Perché proprio a me? Non è giusto”. Ma giusto cosa? Ciò che siamo non dipende da un’ipotetica volontà divina, ma da quello che facciamo. Se decidiamo che il lavoro è la nostra assoluta priorità, il che è sacrosanto soprattutto di questi tempi e con questa crisi, ma poi ci ritroviamo a non pensare ad altro se non che ad aumentare costantemente la nostra competitività professionale, beh… allora succede, soprattutto se è un lavoro molto sedentario, che ci dimentichiamo totalmente del nostro corpo. Un corpo che in quanto tale è nato per muoversi.

Gli uomini e le donne delle caverne morivano prima di noi, ma non per malattie metaboliche, cardiovascolari, reumatiche o articolari. E raramente per tumori al cuore o al cervello. Morivano prima perché conducevano una vita senza tutte quelle magnifiche invenzioni che ci hanno permesso di sopravvivere di più: i vestiti, i prodotti igienici e disinfettanti, le case solide con riscaldamento e luce. Morivano infettati da qualcosa o sbranati da qualche animale, morivano per una semplice polmonite o un piccolo virus non curabile data l’inesistenza di appositi vaccini.

Tuttavia, non si ammalavano certo per “loro stessa mano”, come invece facciamo noi, evoluti cittadini del mondo moderno. Non esisteva l’obesità, non esisteva la depressione, non esisteva l’alcolismo e quindi neanche la cirrosi epatica e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La verità è che loro conducevano una vita attiva in tutti i sensi, mangiavano solo quando avevano fame ed esclusivamente cibi presenti in natura, ovverosia animali, frutta e verdura e… stop! Niente cereali raffinati, niente schifezze industriali, nessuna sostanza chimica.

Non si tratta di voler tornare indietro, perché se siamo arrivati dove siamo è anche grazie alle piccole e grandi, funzionali o ludiche, invenzioni che l’uomo ha fatto in più settori. Non si tratta nemmeno di rinunciare completamente ad aperitivi, videogame e compagnia bella. Non sarebbe vita, siamo d’accordo. Si tratta, semplicemente, di continuare ad usare il buono che abbiamo ottenuto riprendendoci, però, il buono che abbiamo perso per strada, impegnati come eravamo ad attrezzarci del miglior cellulare di ultima generazione.

La verità è che molti medici invece di prescrivere medicine su medicine potrebbero, davvero in molti casi, mandare semplicemente il loro paziente da un medico dello sport, un professionista del corpo, che prescriverebbe, proprio come un farmaco, un percorso di attività fisica ideale e personalizzato sulla base dell’età, le problematiche, i gusti del soggetto. Ma no, questo non succede e la ragione è abbastanza chiara: se i medici adottassero tale comportamento, non solo il loro lavoro diminuirebbe drasticamente, ma soprattutto il business dei prodotti farmaceutici andrebbe a farsi benedire.

Il bello – o il brutto – è quando queste convinzioni, che abbiamo sempre avuto e da cui ci siamo sempre fatti guidare, ci vengono confermate dall’esperienza. Quando un brutto giorno per un problema o per un’altro – solitamente non molto grave – decidiamo di dare troppo retta ai medici e di continuare a farlo per troppo tempo. Finché non ci rendiamo conto che prima, quando – e se – facevamo le cose semplicemente seguendo ciò che ci chiedeva il nostro corpo, stavamo benissimo, mentre adesso voilà… problemi su problemi, disturbi su disturbi, malattie su malattie. Se ci va bene e non siamo seriamente malati e intossicati, abbiamo la fortuna di riprendere lo stile di vita che abbiamo sempre seguito e, a poco a poco, ritrovare salute ed energia. Se ci va male…

E a proposito di sedentarietà, di recente a Catania i medici dello sport si sono riuniti per il 34esimo Congresso nazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) lanciando un vero e proprio allarme: la sedentarietà è una malattia e andrebbe riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale come tale.

Secondo i medici dello sport, infatti, il Ministero della Salute italiano dovrebbe essere il primo al mondo a riconoscere la sedentarietà come patologia al pari di tumori, diabete e malattie cardiovascolari, per tanti motivi, in primis per via dell’estensione nazionale del fenomeno: l’Italia, infatti, è al 17esimo posto tra le 20 nazioni più pigre al mondo e al quinto posto nella classifica europea, superata solo da Malta, Serbia, Cipro e Regno Unito. Il Belpaese ha un indice di inattività del 54%, rispetto a una media ferma al 31%, con oltre 24 milioni di sedentari, ben il 42% della popolazione.

I più pigri risultano essere i ragazzi perché, una volta terminata la scuola, non trovano le attrezzature e gli spazi adatti, abbandonando di conseguenza l’attività fisica. Gli adulti fra i 30 e i 50 anni, invece, praticano attività sportiva come fattore di aggregazione o per seguire i consigli del medico. Insomma, le famose tre ore a settimana per stare apposto con la coscienza, farsi dire bravo dagli altri o svagarsi. Il tutto, per carità, utilissimo, ma che sicuramente non può esser definito “attività fisica”, non almeno se si è sotto i 70 anni.

La seconda sessione del congresso ha avuto come tema fondante il binomio donna e sport. Si è parlato del rapporto della donna con lo sport nell’attuale società contemporanea, degli effetti positivi che l’attività sportiva ha sulla salute della donna, sul suo equilibrio psico-fisiologico, sul mantenimento di un regolare ciclo mestruale, e sull’incidenza positiva che essa ha sul corpo femminile soprattutto in determinati periodi delicati della vita, quali l’adolescenza, la gravidanza e la menopausa.

Durante il congresso si sono tenute, inoltre, diverse letture magistrali, tra le quali quelle affidate al presidente del Censis Giuseppe de Rita su “Il valore sociale della medicina dello sport”, al professore Michael Sagner, presidente della European Society of Lifestyle Medicine, su “Prove scientifiche a sostegno dell’importanza della prescrizione di attività fisica nei soggetti sedentari”, e l’intervento di Cristina Alberini (New York University) su “Esercizio fisico, cervello e mente”.

Diversi studi, infatti, hanno ormai dimostrato come la sedentarietà riduce la neuroplasticità e le dimensioni dell’ippocampo e favorisce l’invecchiamento dei telomeri, sequenze di DNA considerate l’“orologio biologico” delle cellule. L’attività fisica, invece, stimola l’effetto neuroprotettivo, con migliori risultati in termini di apprendimento; ed è proprio per tale motivo che lo sport è necessario tanto per i più giovani, quanto per la terza età.

La sedentarietà, quindi, incide negativamente sul mantenimento e sullo sviluppo dell’attività cognitiva e, in una società in cui le malattie croniche aumentano a livello esponenziale, è evidente l’importanza del medico dello sport, sia a livello professionistico, che amatoriale; perché “il movimento fisico va prescritto come terapia, al pari di un farmaco, nella giusta dose individuale”.

Fra i tanti interventi tenuti al congresso, quello del Prof. Novelli, Magnifico Rettore dell’Università di Tor Vergata, su “Test genetici nella prevenzione della morte improvvisa”, sottolinea come grazie ad azioni specifiche e coordinate sarà possibile evitare più di 30 milioni di morti premature entro il 2015, il 50% delle quali negli under 70; un obiettivo, questo, di grande importanza, soprattutto considerando come secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i decessi per le non communicable diseases aumenteranno del 17% in 10 anni.

Il messaggio scientifico, rivolto dai medici dello sport al Ministero della Salute, chiede il riconoscimento della sedentarietà come patologia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e l’organizzazione di un percorso coordinato tra Ministero della Salute e FMSI, al fine di incentivare e coadiuvare la pratica sportiva divenuta oramai vitale per la società. Se il messaggio verrà accolto da un Ministro della Salute, quale Beatrice Lorenzin, quello tra Ministero della Salute e FMSI si prospetterà un cammino unico al mondo nel suo genere, con dei risvolti positivi anche in un’ottica di politica economica-sanitaria del nostro Paese.

Cosa pensa di tale messaggio la sottoscritta? Pienamente d’accordo con i medici dello sport. Come pensa si concluderà la questione? Naturalmente, e purtroppo, con un nulla di fatto: il Ministero della Salute non accetterà mai, semplicemente perché il business farmaceutico andrebbe in pezzi. E questo mercato “di convenienza” mascherato da “servizio comunitario”  ha, naturalmente, molto più importanza della nostra salute reale. L’avrà sempre.

Di fronte a tali dati, conviene farci due conti. La sottoscritta se li è fatti, mai come in questi ultimi due anni, in cui ha visto volatilizzarsi la piena salute che ha sempre avuto. E sì, è per questo motivo che la questione del FMSI ad oggi mi tocca personalmente. E no, non ho 50 anni, neanche 30 per l’esattezza, anche se ci sono vicina. Sono solo passata da uno stile di vita attivo, in cui seguivo ciò che chiedeva il mio corpo, ovvero tanto movimento, zero medicine e zero medici (anche perché, a parte un raffreddore ogni tanto, non prendevo più neanche la febbre da anni), ad una quotidianità che, a quanto pare, il corpo non ha minimamente apprezzato: i riscontri negativi si sono visti e il prezzo che sto pagando in termini di salute, vi assicuro, non è basso, ma, per mia fortuna, il “danno” almeno è reversibile.

La “scelte costrette” della vita esistono, soprattutto quando c’è di mezzo il lavoro. Ma – diversamente da quanto spesso vogliano farci credere molti (non tutti, ma molti) medici -, ogni corpo è diverso da un altro e ciò che non fa male a qualcuno, per un altro può essere letale. Se tali scelte non vanno a genio al nostro corpo, lui i segnali ce li manda, prima piccoli, poi grandi. Beh… a quel punto sta solo a noi decidere

  • se certe scelte valgano davvero il costo della nostra salute
  • se impuntarsi di voler fare un certo stile di vita, nonostante il corpo più volte ci abbia dimostrato quanto questo non faccia al caso suo, ne valga la pena

 

  • se il soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di noi a scapito del nostro benessere e, di conseguenza, della nostra felicità, abbia davvero un senso.

O se invece, prima, con meno “costretta o scelta ma comunque eccessiva sedentarietà”, con meno medici e medicine, stavamo meglio. Davvero molto meglio.