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Inutile fare i moralisti o santoni di turno, perché tanto chiunque almeno una volta nella vita si sarà chiesto “ma i belli lavorano più dei brutti?“. Chi scrive non si era mai posto questo interrogativo fino ad ora, fino alla veneranda età di 29 anni. Non perché è una santa. Non perché è una figa. Non perché è uno scorfano. Solo perché probabilmente associava la cura del sé e la bellezza propria ad un piacere puramente personale e quella altrui al piacere visivo e all’attrazione sessuale, senza affiancare mai (a torto!) queste caratteristiche al settore “lavoro”. Eppure chi scrive, durante gli anni universitari ha sempre lavorato qua e là, non importa se era commessa, baby sitter, hostess, assistente legale, cassiera, web editor, segretaria, redattrice, barista e compagnia bella. Lavorava, e quindi era più o meno indipendente. La famigerata esperienza? A 19 anni quando inizi sicuramente non ce l’hai, a poco a poco te la fai, anche se in settori di cui non te ne può fregar di meno, ma come si dice,il lavoro sono soldi, i soldi sono sopravvivenza, quindi va bene tutto. Inoltre, a parte un mio collega, nel gruppo di colleghi universitari non lavorava nessuno. Eppure erano persone intelligenti e sì, anche di bell’aspetto. Immagino non cercassero. Immagino non dovessero pagarsi l’affitto. Immagino non fossero orfani di padre o anche chi lo era semplicemente non aveva urgenza economica. Tutto qui immagino. Non c’è niente di male. Chi tra di loro lavora adesso in periodo di crisi è perché ha avuto la raccomandazione, oppure è bello. Non parlo solo di donne, anche di uomini. E sono pochi. E, sottolineo, non è una questione di invidia, solo una riflessione, anche perché proprio in questo periodo della mia vita sono arrivata alla consapevolezza di come molti dei lavori che ho fatto in passato più o meno professionalizzanti a parità di competenza con altri li abbia ottenuti solo perché ero caruccia. Ero una ragazza carina. Non ero barbie, ma ero carina e preparata.Tra un altra preparata ma non carina sceglievano me. E, anche se nell’inconsapevolezza dell’ingenuità, sapevo vendermi.

E’ vero che non è bello ciò che è bello è belo ciò che piace, ma è anche vero che la bellezza oggettiva vende, risulta più attendibile, è più convincente, in tutti i campi. Sarà triste come cosa ma è la realtà. Fatevi un giro nelle aziende, in qualunque azienda, e ne avrete la conferma. Io l’ho avuta. Ho visto cose che avrei dovuto sapere e invece mi rendo solo ora conto quanto fossi di un’innocenza assurda. Un capo addirittura mi disse questa estate “le cose belle valgono di più perché sono più desiderate dagli altri e quindi saranno anche pagate di più” e come cose si riferiva anche alle persone ve lo assicuro. Lo so, voi la sapevate già questa cosa, io no. Mi sa che ero una bambina convinta come questo fosse un mondo meritocratico. Ciò non significa che non mi piacevano le cose belle, anzi, ho sempre avuto cura di me stessa, sono sempre stata un po’ narcisista come molte donne e uomini, ma non vedevo ciò come uno “strumento” per il lavoro.

belli lavorano più dei brutti

Perché nella mia mente si è fatto spazio questo interrogativo (tardivamente aggiungo)? Credo il motivo sia stato vedere come la gente sia cambiata nei miei confronti di botto in seguito a un problema di salute abbastanza grave che mi è stato riscontrato e che non per mia volontà ha cambiato, anche se per fortuna temporaneamente, parte del mio aspetto. E sì, il cambiamento c’è stato anche in ambito lavorativo. Voi direte “ma no dai è che c’è la crisi, se sei intelligente e preparata, hai studiato etc etc la continuità arriverà”. Mi dispiace, ma non è così. Sono davvero bellissime parole, ma non sono reali. Sono parole che mi dice mia mamma perché mi vuole bene e da lei le accetto. Ma so che non sono vere. L’esperienza del mondo me lo ha dimostrato.

Siete mai entrati nella Telecom o in un’agenzia pubblicitaria o nella sede di un noto editore? No? Io si e beh e da li che capisci come funziona il mondo. Anche come funzionano le famigerate risorse umane.

Allora voi direte “quindi chi è brutto può spararsi anche se ha studiato e sa fare tante cose?”. No. Non esageriamo. Allora io che ora ho un serio problema di salute mi dovrei suicidare? Non diciamo stronzate. Ho un amico che si è suicidato. Era bello, bellissimo, aveva tutto, famiglia ricca, ragazze, soldi, lavoro. Ma si è impiccato lo stesso. Non so perché lo ha fatto, ma immagino fosse in una depressione cosi forte che per la sua giovane età  e la poco esperienza con le sfumature del mondo era impossibile da sopportare. Boh. Ho saputo anche che un collega di un mio parente, un manager con un’alta posizione in azienda, una bella famiglia, bell’aspetto etc si è di punto in bianco buttato dal balcone dell’azienda in pausa pranzo. Perché? Boh. Il suicidio non centra nulla con l’aspetto fisico, sia chiaro. Io non riesco più a muovermi bene per via del problema che ho adesso e la mia pelle ha un colore orribile, vira al cenere. Questo dovrebbe essere un motivo sicuramente più valido per ammazzarsi rispetto a qualunque altro problema, no? No, non ci penso minimamente, devo guarire perché mi è stato detto che ho altissime possibilità e poi devo fare un sacco di cose. Si, una delle quali sarà dare importanza prioritaria al mio corpo, a farmi bella. A questo punto voi direte “ma come, di fronte alla malattia vai a pensare alla bellezza?” Eh Si! Il corpo, la sua funzionalità, la bellezza del suo movimento, la sua forza nello sport, le sue forme nei vestiti, una pelle splendente e sana, un sorriso luminoso ora per me avranno tanto valore. Perché come si dice, è quando perdi qualcosa che ne capisci l’importanza. E non è sempre detto che quel qualcosa sia un sentimento o una persona amata. Ora lo so. Sono diventata superficiale? Non lo so, può darsi.

Questo post è stato chiaramente scritto come sfogo/riflessione. Ma voglio inserire una vecchia intervista fatta ad un’autrice da una giornalista che, in sostanza, riassume un po’ quello che volevo dire e che forse ho perso “strada scrivendo” per via del coinvolgimento nella questione in prima persona.

http://video.ilsole24ore.com/Job/Video/News/2009/v_intervista_tagliabue.php

Nelle ultime quarantotto ore, nonostante il gesso, mi è parso di vivere dentro un film, un brutto film.

Andiamo con ordine. Non ho chiuso occhio per tutta la notte, perché ieri pomeriggio ho combinato un danno, non grave per fortuna: ho sbagliato a fare la puntura di nadroparina calcica, infilando l’ago nell’addominale invece che nell’opportuna plica della pancia, forando così il muscolo e danneggiandone i capillari. Diretta conseguenza è stata la comparsa di un  livido viola che con il trascorrere delle ore è diventato sempre più grande e dolorante al punto tale da non farmi dormire. Per chi fosse totalmente estraneo alla pratica in questione, le punture di nadroparina da qualche anno a questa parte vengono somministrate per favorire una corretta circolazione sanguigna nei casi di immobilità prolungata, quali una gessatura appunto, nonché per curare problemi vari di circolazione. Non si tratta, comunque, di siringhe chissà quanto grandi e, una volta fatta un po’ di pratica, l’iniezione può esser effettuata personalmente senza alcuna difficoltà (a meno che non siate iper sensibili alla vista di un ago, s’intende, in quel caso fatevela fare da qualcun altro 😉 ).

In tutti questi giorni sono stata bravissima ad auto-medicarmi, l’infermiera perfetta di me stessa! Senonché ieri, il mio 21° giorno di punture, ho avuto la brillante idea di fare l’iniezione un po’ più su dell’ombelico, decisione stupida motivata solo dal fatto che vedevo il mio povero pancino combinato peggio di uno scolapasta e, insomma… non sapevo più dove andar a bucar! Ebbene, fare di testa propria a volte è rischioso, quel livido mi ha fatto passare le pene dell’inferno, ancora adesso non smette di farmi male ma, a sentir quel che ha detto il medico, guarirà senza problemi. Almeno quello. Devo riconoscere che questo maggio 2013 è proprio un gran bel periodo, fortunatissimo per la sottoscritta, decisamente –.–.

Oltretutto, trascorrere la notte con quel dolore lancinante fissando il soffitto non aiuta certo a distogliere l’attenzione dallo strazio continuo in cui sei immersa, anzi: mi sembrava di star sdraiata sul lettino di uno di quei pazzi che provano piacere perverso a tartassare le proprie vittime infilzandole con coltelli in ogni parte del loro corpo prima di ucciderle. Si… vabbè… ok… forse sto esagerando, non si scherza con certe questioni lo so, e forse vedo troppi film horror ( 😀 ), ma quel che ho scritto era giusto un “parallelismo scenografico” per ridere di me stessa e rendervi pienamente partecipi della mia sofferenza (non ve ne può fregar di meno, lo so ;)). Comunque, alla fine sono riuscita ad allontanarmi dal pensiero ossessivo del dolore leggendo l’unico autore capace da sempre di farmi sorridere (davvero) nonostante tutto e tutti, permettendomi di “traslocare” per un po’ nel meraviglioso e leggero universo di “E sti cazzi tutto!”. Quindi, lunga vita, letteraria almeno, a Bukowski! Grazie BukyBuky di avermi fatto compagnia anche in questa terribile nottata!

mare nero

La sfiga, però, non si è affatto conclusa con il regredire del dolore e il  sorgere del sole (che poi ha diluviato neanche fosse dicembre).

Oggi è 22 Maggio 2013: per la cronaca, se non mi fossi rotta la gamba sarei a Napoli alle terme tre giorni tutto spesato a vivermi l’esperienza di CampusMentis. Ero riuscita a superare la prima selezione per poter partecipare a questo “campo di lavoro” organizzato annualmente per favorire l’incontro fra neolaureati e aziende: sarebbe stata un’ottima occasione per fare colloqui e distribuire cv, senza contare il valore sociale (e ludico certo :)) di poter conoscere tantissimi neolaureati italiani. Posso immaginare cosa stiate pensando: questi incontri sono simili ai CareerDay sistematicamente organizzati dalle aziende nelle università e, spesso, si riducono a mera pubblicità dei brand di turno senza alcuna reale prospettiva per i giovani di riuscire a conquistare un contratto stage, figuriamoci un’assunzione. Sì, nella maggior parte dei casi tutto ciò è vero, soprattutto in Italia, ma restava pur sempre una bella esperienza e un’occasione per far rete. Quindi: gamba rotta uguale niente Campus, uguale nervi a fior di pelle per l’occasione a cui ho dovuto rinunciare. Ma, dal giorno in cui ho avuto l’incidente e ho fatto presente la mia condizione allo staff dell’evento, avevo già messo in conto il mio probabile umor nero in questa giornata. Una ragione, quindi, me l’ero fatta.

L’universo vuole, però, che tutte le sfighe ti piovano addosso nel medesimo periodo. E oggi la mia pazienza ha constatato come questo non sia affatto un modo di dire. Stamattina, infatti, ho ricevuto una telefonata, accompagnata dalla rispettiva mail, da parte delle risorse umane di un’azienda milanese a cui avevo inviato il cv qualche tempo fa e presso cui avevo sostenuto un colloquio. Per farla breve: non era un posto di stage, era un lavoro vero e proprio; certo, non tanto editoriale, ma pur sempre inerente alla comunicazione; pagato decentemente; finalizzato all’inserimento a tempo indeterminato. No, non è un sogno, è un incubo! Sono stata, naturalmente, costretta ad illustrare la mia situazione da incidentata alla gentilissima ragazza dall’altra parte del telefono che si è detta sinceramente dispiaciuta… già, sapessi io!!

Bhè, secondo voi la risposta qual è stata? Pensate che sia tanto difficile trovare in questo periodo in Italia un altro neolaureato magistrale a pieni voti, con le mie competenze, con le mie esperienze (se non di più), della mia stessa facoltà,  appartenente alle categorie protette, con la voglia di lavorare? Ehhh… già… il cliente necessita di questa figura nell’immediato. By by lavoro decente! Che dite? Ho motivo o no di pensare che l’universo in questo maggio-non-maggio-piovoso mi vuol male?

Però, una cosa mi consola: l’universo non ha alcun potere sulle persone che ti vogliono bene, le quali, dopo aver ascoltato il rabbioso e triste racconto post telefonata della sottoscritta, hanno pensato “carinamente” di farti notare come, forse, quel lavoro all’apparenza così desiderabile – o almeno quella stabile sistemazione economica tanto agognata in un periodo in cui la precarietà e la disoccupazione ci sta ammazzando -, avrebbe potuto anche rivelarsi una tortura o uno sbaglio enorme per il mio futuro. “Vedila così” – mi hanno detto – “se proprio vuoi dar colpa al destino, consideralo come un regalo che ti sta facendo, perché, in realtà, il fato ha in serbo per te qualcosa di più interessante e allettante di un posto tanto meccanico e poco creativo”. Sì… vabbè… certo… come no –.–‘.

Comunque… voglio un mondo di bene a tutti quelli che si son presi il disturbo di raccontarmi questa gran bella “favola” esclusivamente per risollevarmi il morale. Ci sono riusciti, almeno un po’ sì dai.