Posts contrassegnato dai tag ‘istruzione’

Sono stata a Ravenna e ne sono rimasta affascinata!

L’occasione fa l’uomo ladro e, quindi, nonostante non sia partita con l’intenzione di farmi un giro turistico, alla fine ne ho approfittato ugualmente e mi sono messa, mappa alla mano, a gironzolare qui e là.

Ravenna non è solo la città del mosaico, c’è molto di più: biblioteche fornitissime raggiungibili a piedi o in bicicletta; antichi giardini sempreverdi bellissimi in cui la gente sosta leggendo all’ombra, chiacchierando o prendendo un gelato; monumenti storici degni di esser visitati e, soprattutto questa estate, è stra-piena di eventi, come mostre e corsi di fotografia, cinema all’aperto, reading spettacoli teatrali.

Non sono cattolica ma non potevo certo saltare anche la classica visita alla tomba di Dante e ai giardini francescani.

Aldilà, però, del tangibile culturale offerto, posso dire che in pochi giorni Ravenna mi ha conquistata soprattutto per l’atmosfera rilassata e sociale di cui è invasa: qualsiasi persona di qualsiasi età si sposta in bicicletta; di macchine e autobus se ne vedono pochissimi, tanto che camminando devi star attento a non tagliare la strada ai ciclisti – cittadini :); la gente del posto si incontra tra una passeggia e l’altra, tra una commissione e l’altra; studenti, visitatori, lavoratori, bambini e anziani si mixano alla perfezione tra chiacchiere e saluti (sempre e rigorosamente in bici o a piedi :)).

Per un’amante della bicicletta come me tutto ciò è uno spettacolo meraviglioso!

Dopo esserci stata dal vivo capisco perché Ravenna è ad oggi candidata capitale europea della cultura!

Annunci

Perché un neolaureato ad oggi dovrebbe optare per una specializzazione o un master di primo livello in Italia piuttosto che all’estero? Quali sono i parametri considerati dai giovani per orientarsi in tale scelta? Il mondo dell’istruzione italiana è in grado di fornire in maniera chiara e veloce tutte quelle informazioni burocratiche e accademiche attraverso la comunicazione digitale? Mi sa di no, e me ne dispiaccio.

einstein linguaccia

Io non sono più studente da qualche mese, ma ciò non significa che non mi importi nulla di come se la passi il mondo accademico superiore in Italia. Ultimamente poi mi capita frequentemente (troppo!) di ascoltare racconti di ragazzi più giovani di me, cugini o amici, che in preda ad una crisi di nervi mi chiedono consigli sul da farsi e non farsi nella scelta di un percorso di studio universitario magistrale. Senza dubbio mi fa piacere che si rivolgano a me per ricevere qualche consiglio a riguardo, ma non nego di rimanere allibita dalle storie che mi raccontano. Più ascolto le loro disavventure con qualsivoglia ente universitario da loro contattato per raccogliere più informazioni possibili per chiarirsi le idee, più arrivo a due conclusioni certe: la maggior parte delle università italiane considera la comunicazione con i propri futuri studenti una prassi relativa, poco importante, nonché indegna di cura;  per contro,  le università straniere in quanto a comunicazione online con i propri potenziali futuri studenti non solo battono quelle nostrane, ma eccellono in disponibilità e chiarificazione.

Di fronte a questo scenario deprimente, oltre che demotivante per i miei amici e tutti i giovani come loro, io ammetto di esser stata fortunata: quando nel 2010 decisi di cambiare ateneo e iscrivermi ad un corso magistrale dell’Università di Roma Tor Vergata, non ho riscontrato il minimo problema di comunicazione; tutti i miei dubbi e le mie richieste inerenti tanto agli iter burocratici di accesso, quanto ai contenuti del percorso accademico a cui ero interessata, sono stati ben chiariti oltre che agevolati da – a quanto pare – un’ottima comunicazione a distanza. Forse tre anni fa era diverso; o forse il suddetto ateneo dovrebbe esser maggiormente premiato (concretamente intendo) per via della cura che mette nel considerare l’informazione pre-accesso uno degli aspetti fondamentali di sensibilizzazione all‘istruzione. Non credo di esagerare affermando tutto ciò, anche perché sappiamo tutti quanti giovani ormai decidono di abbandonare i propri percorsi di studio o, peggio, di escludere a priori l’istruzione universitaria dai loro progetti di vita. Liquidare potenziali matricole non rispondendo alle loro mail o, peggio, fornire loro informazioni ambigue consigliando di rivolgersi prima a questo poi a quell’altro dipartimento amministrativo/professore/assistente (e l’elenco potrebbe continuare all’infinito), bè, diciamolo, affosserebbe la voglia di studiare e impegnarsi a farlo anche ad Einstein!

A tal proposito ieri, complice una chiacchierata caffè e sigaretta con mia cugina, ho ascoltato con molto interesse un resoconto dettagliato inerente alla ricerca di informazioni finalizzate alla scelta del suo futuro universitario. Lei, ventitreenne neolaureata a pieni voti in biotecnologia meccanica, al momento vorrebbe proseguire i suoi studi specializzandosi. Ma lo vuole davvero, ci crede, è disposta a fare sacrifici enormi: ergo, è uno studente reale, non un perditempo. Ma, a quanto pare, alle università italiane non importa nulla delle sue richieste, di questo suo immenso – nonché ad oggi davvero raro – desiderio di studiare. Data la natura dei suoi studi ha considerato e contattato quegli atenei e i relativi corsi ritenuti eccellenti in ambito tecnico scientifico, in primis l’Università di Pisa.

Pisa, il paese della scienza, dove molti giovani, davvero motivati a crescere e impegnarsi per sviluppare nel presente e nel futuro del suddetto settore, contano di andare. Ora, non è mia intenzione criticare il buon funzionamento e la qualità accademica dei corsi di tale ateneo, non mi permetterei mai, anche perché non ho fatto alcuna ricerca e finirei per esprimere un parere campato in aria e non basato su constatazioni concrete. Tuttavia, un’opinione negativa sulla loro modalità di comunicazione con i futuri ipotetici studenti mi permetto di farla. Di fonte a quanto sperimentato da mia cugina, infatti, pare che tutta l’organizzazione del personale relativo al corso di laurea di suo interesse non abbia la più pallida idea di come funzionino le cose da loro. Assurdo? Bè giudicate voi: una futura studentessa fuori-sede, interessata ad uno specifico corso di laurea, che fa  per poter capire sin da subito come muoversi su questioni inerenti l’immatricolazione, requisiti di accesso, eventuali integrazioni? Semplice, basta seguire le indicazioni del sito internet di facoltà e contattare il “contattabile”, sia online che telefonicamente: presidente di facoltà, segreteria, etc.

Il problema però nasce nel momento in cui non ricevi alcuna risposta per giorni e giorni, finché, dopo un tartassamento di solleciti estenuante, qualcuno – non si sa chi perché non si firma – ti risponde, consigliandoti di rivolgerti a quattro professori con cui eventualmente (?) dovresti sostenere gli esami integrativi. Mandi la mail ai professori indicati. Di quattro risponde solo uno, con una mail criptica da far invidia a Matrix: titolo di un libro di testo (editore, anno di pubblicazione etc, no eh?) e un link. Così… un copia e incolla che darebbe ai nervi anche ad un monaco tibetano. Che fai? Speri che in quel link ci siano tutte le risposte che cerchi, o almeno parte di esse, ma hai smesso di credere a Babbo Natale molti anni fa purtroppo. E infatti il link rimanda ad un video con 12 lezioni accademiche tenute dal mittente. Mia cugina risponde alla mail chiedendo delucidazioni: quel materiale è ciò che deve studiare per preparare il suo esame integrativo inerente alla sua materia? Risposta: no, quello è il materiale del suo corso, per ciò che riguarda i contenuti integrativi lui non può aiutarla per due motivi:

  • il consiglio di facoltà non ha ancora deciso i parametri di accesso ed eventuali contenuti integrativi: lo farà non prima di agosto;
  • lui da settembre non sarà più professore ordinario di quel corso.

Tanto di cappello al professore in questione che, pur di fronte ad un suo a quanto pare allontanamento dall‘insegnamento in quel corso per chissà quale motivo (che per lo stato disastroso in cui è ficcato il sistema universitario italiano  non ci  è difficile immaginare), lui almeno è stato l’unico a degnarla di una risposta. Mi sta anche simpatico, nonostante i copia e incolla. Ma il problema resta.

Comunque, dopo aver rotto le scatole insistentemente tra mail e telefonate a chiunque, mia cugina è riuscita quanto meno a capire come stanno le cose. Le cose, in sostanza, stanno di merda! Lei non saprà se, quanto e cosa dovrà integrare fino a settembre; da settembre in poi dovrà integrare -sempre se rientrerà nel limite massimo di cfu in difetto consentiti per effettuare l’accesso – tutti gli esami che le verranno assegnati, per un massimo di sei. Solo dopo aver colmato tali lacune, potrà avviare la vera e propria iscrizione, ma nel caso in cui non dovesse riuscire a terminare il suo percorso di recupero entro dicembre 2013, allora dovrà aspettare marzo 2014 per immatricolarsi. Ora, considerando che a marzo le lezioni sono solitamente secondi moduli da non poter sostenere se non dopo aver dato i primi moduli delle relative materie, lei – in sostanza – rischierebbe di stare con le mani in mano fino a settembre 2014.

Vi lascio immaginare la furia e la rabbia nelle parole di mia cugina e, sinceramente, nonostante capisca tutti i problemi relativi alle difficoltà burocratiche che un corso di laurea debba affrontare, bè, questa situazione è assurda. Purtroppo anche le altre università italiane a cui si è rivolta non le hanno chiarito le idee: molte, almeno da quanto mi ha riferito, le hanno chiesto un attestato di lingua inglese, il che sinceramente a me non sorprende più di tanto, anzi, mi fa strano più il fatto che lei non abbia, nella sua triennale, conseguito almeno un’idoneità di lingua (e questo la dice lunga, ahinoi, anche sull‘Università della Calabria). Per ovviare al problema ha pensato di frequentare un corso a pagamento quest’estate, ma anche in tal caso lei rimane, giustamente, titubante: un corso di mille e passa euro grazie a cui la lingua non la impari (no, la lingua si impara sul posto punto e basta), da utilizzare solo per l’accesso ad un corso di laurea, accesso che  non si sa ancora se andrà a buon fine. Conviene? Mica tanto. Molte altre università, invece, non le rispondono proprio.

Lei, sfinita, ha deciso di rivolgersi anche alle università europee ed extra-europee, e, nonostante possa apparire paradossale, non solo ha ricevuto DA TUTTE  risposte in tempi idonei, ma anche disponibilità di ascolto e informazioni specifiche relative alla formazione linguistica del paese ospitante, nonché l’avvio di pratiche di comunicazione e valutazione dei requisiti personali attraverso l’uso di strumentazioni digitali: colloqui via Skype, form linguistici, documentazioni opportunamente stilate e complete relative ai supporti (gratuiti perché convenzionati con le università o integrati nei costi universitari) che troverebbe in sede per sopperire alle sue lacune linguistiche o accademiche; il tutto “per supportare davvero l’istruzione e gli studenti e non solo per promuovere un corso di laurea”. Lei ora non ha le idee chiarissime, ma di una cosa è stra-sicura: nonostante allontanarsi dai suoi affetti la farà soffrire, restare a studiare qui in Italia fra i ma e i se non le va; preferisce spendere un po’ di più all’inizio ed investire laddove lo studente è supportato, tutelato e seguito. Come darle torto?

Questa situazione non è la prima a cui mi è capitato di assistere: molti altri amici stanno facendo la medesima scelta e, per quel che mi riguarda, io l’espatrio lo farò in ritardo rispetto a loro, con già due lauree in mano e diversi lavoretti all’attivo. Ma la condizione non è poi così diversa: istruzione e lavoro, i due parametri/valori attraverso cui una nazione costruisce e sviluppa le proprie politiche economiche e sociali, in Italia sono fratturate come non mai e, al momento, nessun gesso – politico, economico o sociale – appare salvifico. Anche io a settembre, come ho più volte scritto in questo blog, prenderò un aereo e partirò, per investire sullo sviluppo di un requisito che gli italiani credono di possedere, ma che in realtà non hanno minimamente: la vera conoscenza della lingua inglese. C’è poco da fare: puoi esser il più grande ricercatore del pianeta, un giovane con tante idee e preparatissimo nel tuo campo, ma senza la lingua inglese fluente resterai sempre fuori dal mercato. Perché il mercato non è l’Italia dei giochi a chi la spara più grossa su Twitter, ma un contesto di resilienza, condivisione della conoscenza e team working mondiale. Ma questa è tutta un’altra storia o – forse – no?!