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Ma perché le donne quando vanno a convivere o si sposano pensano che sia la cosa più meravigliosa del mondo manco avessero vinto al Superenalotto o alle Olimpiadi e al punto tale da mandare messaggi su whatsapp facebook etc etc per condividere con chiunque – e anche con chi non gliene frega un tubo – il sopracitato e a detta loro “stupendo evento“?

Io sono una donna eh, ho fatto anche una convivenza in passato, è stato bello, per carità, ma sinceramente non ho messo i manifesti, anzi, ero anche un po’ preoccupata perché ho sempre voluto i miei spazi, i miei orari, le mie abitudini, le mie fissazioni etc etc e in una convivenza, si sà, in molte cose bisogna arrivare a dei compromessi quindi tutto sto idillio esasperato da proclamo non lo capisco proprio.

No, non ho subito un trauma da convivenza che mi fa odiare le convivenze: l’esperienza fatta, con i suoi pro e contro, è stata bella, ma credo sia stata bella solo perché io e lui eravamo molto simili, molto “vivi e lascia vivere l’altro con le sue fissazioni strane per te ma non per lui/lei”. E se litigavamo finivamo a risolvere tutto con il sesso. E questa è cosa buona e giusta. Ma ripeto: era comunque una cosa nostra, non abbiamo messo i manifesti. E la storia è finita solo perché uno dei due ad un certo punto ha cambiato nazione per lavoro e l’altro (che sarei io) non se l’è sentita a 24 anni di lasciare tutto. E’ stata una scelta e per quanto sia stata sofferta, per quanto in italia si sta male, per quanto ora sto nella merda per problemi miei, la rifarei lo stesso. Ed ero innamorata di lui, veramente. Ma a 24 anni mi sarei persa le tante cose che poi mi sono successe.

Comunque, ritornando al punto: perché non capisco la maggior parte delle donne sulla questione della convivenza? Eppure ho 29 anni ma non riesco a capire che motivo c’è di mandare messaggi con scritto “io e pinko pallino stiamo cercando casa” con cuori e sorrisi a seguito magari a persone con cui non ti senti poi così tanto? Cioè… volevo rispondere “esticazzi” ma poi ho optato per un neutro “brava” –.–‘.

Mio fratello dice che io sono un uomo. Non è una cosa carina da dire ad una donna ma so perché lo dice. Al pensiero di fare una famiglia sposarmi etc a me viene l’ansia, sinceramente. Una vita senza più viaggi, con poco sesso, a ingrassare, ad abbandonare le proprie passioni, ad annoiarsi, a tradirsi e poi a fare la recita con i genitori suoi… OddioooooooLA MORTE.

convivenza

Ok, forse sono ancora immatura. Se mi va di alzarmi all’alba voglio farlo. Se mi va di farmi 4 ore di ginnastica voglio farlo. Se non mi va di cucinare non lo faccio. Se voglio dormire voglio dormire. Se voglio stare con la musica a palla a saltare come una pazza seminuda con una spazzola come microfono voglio farlo. Se pulisco una volta non mi va di dover pulire un’altra volta il giorno dopo. Se voglio starmene con le amiche a spettegolare tutta la notte mentre ci mettiamo improbabili smalti e beviamo improponibli miscele alcoliche colorate voglio farlo. Se voglio stare attenta al consumo di luce e gas o spese voglio farlo come dico io. etc

Ma veramente convivenze e matrimoni sono il desiderio maggiore per le donne? Allora io che ho rifiutato un anello tanto tempo fa cosa sono, un alieno? Se preferisco starmene 3 ore in bici, 4 a fare fitness, e uscire con amici e andare a ballare quando mi pare e dove mi pare a me sono un alieno?

Poi… spiegateme per favore le espressioni “ho un annuncio da fare… è arrivato il mio momento… il mio futuro marito..” etc etc spappolati su ogni foto o commento di facebook o conversazione di wathsapp. Ma… il momento de che? E’ una frase orribile secondo me. Mica è un momento che deve arrivà, è ‘na scelta, al paese mio. Ma perché dove c’è scritto che chi prima si sposa meglio è? E se tipo uno/una nun se vole sposà? Che poi, con la crisi che c’è, come cazzo fai a pensà al matrimonio a 29 30 anni? Se vede che ve state annoiando perché con quei soldi ve potreste tipo fare un viaggio, andarvene in piscina, fare sesso in ogni dove nel mondo, vedere parchi, strade, concerti etc etc. Mha!?

Sono immatura. Anzi no, sono una donna che vive e vuole continuare al momento e dopo anni di convivenze con altre donne, in alloggi studenti e con un uomo, a vivere da sola. “La pensi così perché stai passando un brutto periodo di tuo” o “la pensi così perché non hai trovato la persona giusta” mi dicono, e l’ironia vuole che chi lo dice è giovane e sposato o convivente e non fa praticamente più sesso da anni e a mala pena si parlano. Forse ho qualche problema a mantenere una relazione seria… embhe? Ho 29 anni mica 40. Forse io voglio l’amore amore, quello folle, quello che anche se ci convivi, primo non metti i manifesti, soprattutto quelli digitali, perché è una cosa vostra e beh, come se dice “non andà in giro a raccontà le cose belle che la gente te la butta”, e terzo… beh è una cosa fantastica per voi due, mica lo deve essere necessariamente per il resto del mondo con cui ti senti tipo na volta al mese o all’anno che di sti tempi ne ha di cazzi per la testa, no?.

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“E’ sano dirci: in questa fase della vita devo mettere qualcosa tra parentesi, posso fare questo e non quest’altro“. Parola di Debora Spar presidente del Barnard College, famoso college femminile a New York. Facile a dirsi, direte voi – e anche io – difficile a farsi; eppure sta proprio in questa difficoltà che noi donne tendiamo ad alimentare ansie perenni e sensi di colpa esagerati che non ci permettono di vivere con la leggerezza tipicamente maschile.

Abbiamo un vizio, noi donne, arrivate ad una certa età ci lasciamo sopraffare dal senso di onnipotenza: vogliamo esser perfette in tutto, ottime lavoratrici in carriera, perfette fidanzate, amanti e/o mogli, mamme ad hoc, donne belle e in forma, sempre e comunque. Il cosiddetto work lifebalance, in realtà, non è una questione prettamente femminile, anzi: anche gli uomini, soprattutto negli ultimi anni, vogliono poter riuscire a conciliare lavoro, famiglia e tempo per se stessi, tra sport e passioni varie. E’ un atteggiamento sano e naturalissimo.

La differenza di genere, in tal caso, sta però nel fatto che loro non ne sono ossessionati, non si fanno sopraffare dall’estremo senso di colpa da cui noi invece ci facciamo colpire e scalfire nel momento in cui notiamo che, no, decisamente non brilliamo di perfezione in tutti i settori della nostra vita. In realtà – ammettiamolo -, loro neanche lo sentono quel senso di colpa con cui noi ci frustiamo; e non lo sentono semplicemente perché, come si direbbe a Roma, “loro prendono la vita un po’ più scialla“!

In treno mi è capitata fra le mani un’intervista fatta alla Debora di cui sopra in occasione della prossima uscita del suo libro (a settembre negli USA), dal titolo Wonder Womannel quale, a dispetto dell’ headline proposta, la Spar parla proprio di come il voler a tutti i costi essere una super donna non faccia altro che auto-rinchiuderci dentro una cupola di cristallo, tanto splendente e bella, quanto costruita a suon di frustrazioni e sensi di fallimento, gli stessi che ci opprimono e, spesso, arrivano a sortire l’effetto contrario a quello desiderato: annullano la nostra vera personalità e sabotano il successo e il piacere di esso praticabile e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.

L’autrice dice che, a parer suo, questa perfezione in solitaria non ha nulla a che vedere con il femminismo, anche se sicuramente quest’ultimo la ha influenzata:” il femminismo è fatto di diritti collettivi” – dice -” l’ossessione alla perfezione è qualcosa di individuale“. Vero. Ma, carissima Debora, tu che –  diciamocelo – hai tutto nella tua vita, dalla carriera alla famiglia alle gambe da urlo, concretamente parlando, potresti dirci come uscire illese e felici dal nostro amato-odiato tormento “perfettino”?

Alzi la mano, infatti, quale donna dai 26 anni in su non soffra di questa sindrome di perfezionismo acuto: chi più chi meno, ci siamo dentro tutte, indistintamente. E, bè, leggendo l’intervista di cui sopra, mi sono resa conto che anche la sottoscritta non sta messa bene, con un’unica differenza: non avendo una mia famiglia, al momento, con l’ossessione della madre perfetta per fortuna non ci devo ancora aver a che fare. Ma per il resto… sono, ahimé, una “donna perfezione in solitaria” a tutti gli effetti: pretendo di eccellere in tutti i lavori che faccio, sia quelli professionali che non professionali; voglio poter recuperare la mia forza e flessibilità fisica nel minor tempo possibile perché quel gesso alla gamba si è “mangiato” tutte le mie performance sportive; voglio poter viaggiare ma anche trovare la mia stabilità in un luogo preciso che non sia quello attuale; voglio lasciare l’Italia ma adoro la lingua e la cultura italiana per le quali mi piacerebbe dare il mio contributo; mi piacerebbe innamorarmi di nuovo ma, data la mia concentrazione sui primi punti, tendo a mettere volontariamente l’aspetto “uscite galanti” in secondo piano e me frego  – a detta di tutti – un po’ altamente degli uomini :).

Risultato: se alla quarta vasca di allenamento mi fermo perché le mie gambe non sono allenate come prima, la mia frustrazione cresce fino al tormento; se un colloquio non va come speravo andasse il senso di colpa e di imperfezione arriva a sabotare quella determinazione costruita in anni e anni di esperienze di vita, studio, lavoro e sport; se perdo l’ennesimo cliente perché oramai da free lance certe cose è meglio non farle più per come gira il mercato, mi segrego per ore ed ore tra quattro mura davanti al pc ossessivamente alla ricerca di una collaborazione stabile  e degnamente retribuita in qualche agenzia, oppure inizio a pensare che forse dovrei smetterla di barcamenarmi tra un lavoro che mi piace e uno che mi dà i soldi e prendere una decisione netta anche a scapito dei miei sogni. Delirio!!

In sostanza, l’articolo letto mi è capitato sotto agli occhi nel momento giusto, quando la mia testolina iniziava a farsi tormentare dai sensi di colpa di non esser riuscita a fare una cosa come avrei voluta farla, ovvero alla perfezione.

Non so se il libro della Spar sia l’ennesimo manuale inutilmente ridondante di pseudoconsigli pro ottimismoautodeterminazione e relax blaterante e non lo potrei sapere dato che ancora deve esser pubblicato. Tuttavia, di una cosa sono certa: ho deciso di provare a personalizzare il consiglio che l’autrice, a fine intervista, dà alle donne: “Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso far questo e non quest’altro”.

E io, carissima Spar, in questa fase della mia vita decido che posso fare questo e quest’altro, ma cercherò di farlo senza inutili frustrazioni e sensi di colpa. Però, decido di metter tra parentesi nel mio caso il quant’altro  – vedi che li seguo i tuoi consigli prof? –  altrimenti vado caput  :)! Qualche mese fa ero un po’ più scialla di quanto non lo sia adesso e, in effetti, le cose andavano meglio, in tutti i campi della mia vita; quindi… bè, rispettabilissima professoressa, grazie di avermi ricordato che “determinata qui” e “scialla ” è cosa buona e giusta ;)!

Mi hanno tolto il gesso! Sono troppo contenta 🙂 ! Sì, è vero, ancora zoppico e sono lenta come una lumaca ma, sinceramente, il peggio è passato quindi chissenefrega se per il momento faccio le cose al rallentatore!

La bella notizia, oltretutto, è che non ho neanche bisogno della fisioterapia, almeno così ha detto il medico, un uomo davvero tanto tanto simpatico. Non porto alcuna fasciatura e praticamente dal primo giorno ho abbandonato le stampelle, anzi, è stato il medico stesso a dirmi di camminare e muovermi più che posso stando solo attenta a non caricare troppo la caviglia con movimenti estremi. In effetti, dopo un mese ferma non percepisco più alcun muscolo e la caviglia e il polpaccio scheletrico che mi ritrovo sono quelli che fanno più fatica a riprendersi. Ma passerà. A poco a poco passerà.

Ho anche “constatato” quanto io sia sensibile al fascino dei medici 🙂 : ascoltarli parlare di questa medicina o quella frattura o quella “cosa lì” di scienza medica è davvero interessante. Senza considerare che la maggior parte di loro ha un approccio umano davvero notevole: si preoccupa, ti vizia e, soprattutto, chiacchiera con reale interesse, apprezzando le battute che fai e condividendo a sua volta considerazioni umoristiche. Sarà che sono stata fortunata a beccare un infermiere simpaticissimo poco più grande di me con cui praticamente mi sbellicavo della risate, ma il punto è quanto ciò mi abbia fatto riflettere su come certi uomini sappiano essere davvero dei gran musoni, noiosi e narcisi.

Già. Rientrata dall’ospedale è venuto naturalmente a trovarmi il “tipo” e non nego quanto io abbia iniziato a guardarlo con occhi diversi: tanto dolce e premuroso certo, bellissimo ragazzo ma, oddio, uno che passa la maggior parte della propria giornata a fare addominali, dice sempre “io, io”, non beve e non mangia mai (mai intendo da anni!) un bicchiere di vino o qualunque cibo/bevanda presenti anche solo una minima percentuale di proteine animali e di alcol è, come dire… noioso!!

Non credo che il mio sia un giudizio estremo, non in tal caso almeno: anche la sottoscritta, infatti, si reputa abbastanza sportiva, le piace ballare e nuotare e naturalmente in quanto donna tiene molto al suo aspetto estetico. Tuttavia, da questo a rinunciare totalmente agli aperitivi, non mangiare per sempre proteine animali, vivere di frutta e verdura e parlare solo del fatto che questa settimana lui non si è abbastanza allenato e deve raggiungere il suo peso forma, bè ma … che palleee!! L’infermiere che mi ha curata in ortopedia mi piace di più: non avrà gli addominali ma è un uomo davvero interessante, nonché simpatico!

In sostanza: cari uomini fate meno i narcisi, chiacchierate di più con le vostre donne e, soprattutto, fatele ridere! Non è un semplice cliché quello dell’uomo simpatico e affascinante, è tutto vero. Io ho lasciato il tipo e non perché adesso mi frequento con l’infermiere di cui sopra, anzi, probabilmente a lui non lo rivedrò mai più (peccato :p ). Ho preso questa decisione semplicemente perché stare con qualcuno con cui in sostanza ci si annoia significa, evidentemente, che nella coppia non c’è alcun feeling mentale e quindi la relazione non ha senso di esistere.

La sola attrazione fisica non basta. Perché accontentarsi esclusivamente di quella quando potremmo anche ridere e chiacchierare animatamente con qualcun’altro? Perché non pretendere, per noi stessi, per la nostra maggiore serenità, anche l’attrazione mentale? Non parlo di “amore”. L’amore probabilmente è qualcosa che va oltre tutto questo, oltreché pazzo e realisticamente poco concreto 🙂 . Mi riferisco, invece, a quella sensazione che ti fa pensare, nel momento in cui hai una relazione, cose del tipo “cavolo, trascorrere del tempo con lui/lei è davvero fantastico!”. A me è successo. Non vedo perché dovrei buttarmi la zappa sui piedi negandomi la possibilità che possa accadere ancora. Dopotutto, non sono mica così tanto vecchia e disperata ;).

Vabbé, chiudo qui, tanto è evidente quanto oggi non abbia granché voglia di scrivere cose serie e oggettivamente interessanti su questo blog :).

Vado a fare una passeggiata serale su DUE gambe, olé!

Di recente mi sto imbattendo, con una certa piacevole frequenza, in articoli o veri e propri servizi promotori di concorsi innovativi finalizzati a supportare idee e progetti di donne, giovani o meno che siano. Incontri informativi piacevoli, li chiamerei, dato che in Italia di iniziative a sostegno del talento e dell‘imprenditorialità femminile ce ne sono – ahinoi – ben poche. Ed è un vero peccato, perché le idee proposte dalle partecipanti a tali progetti racchiudono in loro qualcosa di speciale, un’impronta femminile che va al di là della semplice creatività o innovazione tecnologica. Che si tratti di un lavoro artistico piuttosto che tecnologico o sociale, infatti, ciascuna creazione, vincitrice o semplicemente partecipante, possiede in sé un minimo comune denominatore che tanto “comune” in questo paese non è: la sensibilità sociale.

quadrifoglio rosa

Primo fra tutti in termini di sensibilità sociale è il progetto pensato e proposto da Sabrina Bonaventura in occasione della prima edizione del concorso Women Like You, promosso da Pandora, famoso brand danese di gioielli. Sabrina con la sua idea ha vinto questa prima tappa del contest, ideato al fine di promuovere e supportare il talento femminile attraverso la donazione di diecimila euro per la realizzazione del progetto vincitore tra i dieci in gara. Sabrina è una donna come tante che, come tutte, ha avuto il coraggio e la forza di seguire le proprie passioni e superare il dolore della perdita con determinazione e resilienza. Lei, oggi quarantenne, a trentasette anni aveva una famiglia e due figli, non aveva studiato anche se l’istruzione universitaria era da sempre un sogno. Proprio di fronte ad un padre malato e morente, che la invoglia a seguire il suo eterno desiderio di conseguire un titolo di studio, lei decide di provarci, con tutte le problematiche del caso, riuscendo così ad ottenere una laurea in psicologia. Ad oggi Sabrina è psicologa in un reparto di oncologia, nonché vincitrice della prima edizione del Women Like You. Il suo progetto? La trasformazione, con i fondi ottenuti grazie alla vincita del contest, della terrazza di un ospedale in un giardino sociale: un luogo d’incontro tra malati e familiari, in cui chiacchierare e trascorrere del tempo con i propri nipoti. Sabrina dice di voler introdurre in tale giardino anche un’area giochi e un angolo dedicato agli animali, per ricreare pienamente uno spazio piacevole e caldo capace di strappare i malati da quell’isolamento a cui purtroppo spesso sono rilegati.

Questo è uno dei tanti progetti ad oggi avviati che, pero’,  inevitabilmente ti porta a riflettere sul perché tali utili iniziative vengano così tanto taciute dai mezzi di comunicazione, tradizionali e moderni. In tv, ma anche su internet, di concorsi simili non si sente minimamente parlare. Senza dubbio l’Italia in questo momento ha – diciamo – altro a cui pensare, tra una governo da formare e un’economia da salvare. Pero’, mi chiedo, perché non sacrificare qualche notizia di gossip a favore della promozione di queste idee? Perché, in pieno 2013, l’Italia relega il merito dell’altra metà del cielo solo alle riviste – offline e online –  femminili o culturali? Per quale motivo il cordone ombelicale del figlio di Belen deve avere più risonanza mediatica di progetti e concorsi che potrebbero nel loro piccolo contribuire a cambiare un popolo di finti santi schiavizzati dal gossip martellante? Io la risposta non la ho ancora trovata e la sto cercando da secoli, probabilmente da quando mi sono ritrovata all’età di sei anni a dover esser una piccola donna indipendente emotivamente e concretamente. Ora ne ho 26 e il trattamento mediatico riservato alle donne – ahimè – in questo paese  è peggiorato. L’unica cosa che mi consola è che per fortuna esistono ancora nel mondo della comunicazione donne di valore come la Gruber; ma l’andazzo nel settore della stampa e della televisione è – ahinoi – catastrofico.

PS Per chi volesse partecipare alla prossima edizione di Women Like You, le proposte possono essere inviate direttamente a www.womenlikeyou.it. Le categorie di riferimento sono tre, imprenditoriale, sociale e under 30; a ottobre è prevista la selezione dei progetti migliori che entreranno a far parte dei dieci in gara e a fine gennaio 2014 la premiazione per ogni settore. I premi in palio sono due fondi da 20mila euro ciascuno e uno da 5mila, quest’ultimo finalizzato al supporto di una borsa di studio specifica.