Perché cancellarsi da Facebook? Quando è il caso di congelare o disattivare il proprio account dal famoso social network?

Qualche giorno fa ho disattivato il mio account su Facebook. L’ho fatto dal giorno alla notte, così, senza pensarci troppo. In realtà l’ho solo congelato: volendo, basterebbe semplicemente un accesso normalissimo per ritornare sulla piattaforma. Ma io al momento non voglio, sto benissimo così :).

Non sono andata via dal social network per eccellenza perché reputo sia un male per l’umanità o cose del genere: ho gestito pagine Facebook, ho fatto una tesi sperimentale analitica con e grazie a questo mezzo social e le mie previsioni di allora, fondamentalmente, si stanno avverando: realtà aumentata, acquisti di altre applicazioni di messaggistica,  più visibilità al multimediale, più pubblicità, una lotta forsennata contro Google, un EdgeRank sempre più performante oramai molto vicino all‘intelligenza artificiale.

Tutto questo non è un male, ma è e sarà sempre più un bene esclusivo per le aziende, non per il networking. Ed è e sarà, naturalmente, una strategia di business perfetta soprattutto per l’azienda Facebook stessa: Zuckerberg è furbo, fa quello che fa con cognizione di causa e per un chiaro desiderio di onnipotenza economica. Ma quest’ultima questione meriterebbe una riflessione argomentata più ampia, precisa e tecnica, quindi mi fermo qui, magari dedicando un post futuro esageratamente apocalittico sul “che cosa fa Zuckerberg con i nostri dati e perché “:).

Il punto è che FB, quando è nato, era un mezzo per entrare e tenersi in contatto con vecchie e nuove conoscenze; informarsi; condividere interessi; conoscere nuove persone con gusti affini ai nostri; scoprire nuove aziende in linea con le nostre passioni. All’inizio era un gioco divertente. Un gioco che è diventato via via  anche utile, sia alle persone che alle imprese, piccole o grandi che siano. Utile per organizzare velocemente eventi, per contattare al volo qualcuno, per il passaparola, per raccogliere in un unico posto tutto ciò che ci interessa o che facciamo/produciamo e averlo a portata di click senza perdere tempo con ricerche browser.

Interazione, scambio, immediatezza e affinità: era un mix perfetto!

All’inizio la bacheca era piena di cose interessanti. All’inizio, in sostanza, sulla bacheca, gli affari tuoi e quelli degli altri erano, in un certo senso, un plus e non un diktat all’ordine del giorno. Oggi è vero il contrario.

Il problema non è del mezzo FB, ma dell’uso che la gente ne fa. E tra certa gente, quest’anno, mi ci metto anche io.

Per svariati motivi,  mai come quest’anno sono stata così tanto al computer e, peggio, su FB: il punto è che se prima, non appena concludevo quello che dovevo fare al pc, mi alzavo e facevo altro, nel 2013 – 2014 la mia pausa era diventata “automaticamente” Facebook.

Automaticamente… che brutta cosa!

Quindi, mi sono cancellata, e questi sono i motivi (personali e criticabili, ma tant’è):

1- Facebook è un’abitudine

Collegavo il cell per cercare un articolo o qualcos’altro e l‘icona di FB in automatico veniva cliccata. Perché? Boh, era un’abitudine. Anche al pc per lavorare o cazzeggiare mi veniva automatico aprire Facebook. “Cioè” – ho pensato –” io sono un essere umano che si è lasciato automatizzare da una pagina web blu?” Ma che cazzata! E no, la scusa del così fan tutti, non regge. Chissenefrega cosa e come fanno gli altri!

2-Facebook è noioso e ti fa perdere tempo

Sì, nelle ultime settimane mi sono resa conto che nonostante accedessi per abitudine, scorrevo la bacheca velocemente  alla ricerca di notizie interessanti, anche futili, per carità, come moda, musica e film e non solo articoli scientifici o giornalistici, ma… ma prima di trovare qualcosa di decente passavano minuti e minuti, ore ed ore! Scrolli, scrolli sbuffando fra i tremila cavoli degli altri, fatti di status e foto che, diciamocelo, “sti cazzi”, e inevitabilmente perdi una marea di tempo. Trovare una notizia, un evento interessante, dovrebbe essere facilitato dalla bacheca di Facebook. Lo era, ora non più, per via delle innumerevoli foto di cibi, selfie vari, pensieri personali. Che palle! 

3-La chat di Facebook è inutile (a meno che non la usi per lavoro)

Per sentirmi a distanza con le persone care e per me più importanti uso Whatsapp e, in realtà, da qualche giorno non lo uso neanche più di tanto o, almeno, non per chiacchierare: mi annoia farlo scrivendo quattro cazzate e non, invece, parlando. Al massimo, per comunicazioni serie o ludiche uso skype o alzo il telefono e chiamo o se si può ci vediamo per un caffè. Quindi… a che mi serve la chat di FB? A niente! Oltretutto, mi dà pure fastidio come la gente ti contatti solo perché vede un pallino verde e vuole ammazzare il tempo chiedendoti dei cazzi tuoi, a maggior ragione se non posti praticamente nulla da secoli. –.–‘ Scusate ma che dinamica “sociale” è? Che palle! No grazie!

4-La gente su Facebook è troppo egoriferita

Mi sono altamente rotta le palle di status quotidiani (quotidiani!) stile “dovremmo tutti”, “pinko pallino oggi si sente..”, “oggi sono andata a…” e cambi di foto profilo continui. Ok, ognuno di noi sente il naturale bisogno di esprimere se stesso e far brillare il proprio ego, ma… c’è un limite a tutto! Io ci ho provato, davvero, ho provato a scrivere ogni tanto i miei pensieri, superficiali o meno. Dopo qualche minuto mi sentivo idiota perché mi ritrovavo a pensare “ma per quale motivo alla gente dovrebbe fregare dove sto, che sto facendo, cosa penso, se mi girano le palle o meno ogni fottutissimo istante della mia vita?”. Non ho trovato la risposta, quindi si vede, semplicemente, che non sono portata a fare il check in dei miei respiri.

5-Facebook è il trono della falsità e dell’esagerazione

Altro che Trono di Spade: è Facebook il regno della bugia onnipresente! Persone che dal vivo sparlano male di te, su Facebook ti fanno like (e se le cancelli apriti cielo –.–‘). C’è gente che ti chiede l’amicizia solo per farsi gli affari tuoi: ma… “se non ti vedo da anni e ci stavamo pure sul cazzo o, peggio, non ti ho mai visto in vita mia, allora spiegami per quale ragione dovrei aggiungerti su Facebook!? “ In più, non si sa come mai sul social sono sempre tutti felici! Ogni santissimo giorno hanno un qualcosa di entusiasmante da condividere: foto di avventure fantastiche attraversando la strada, riflessioni profonde copiate, fidanzati innamorati come non mai, foto di cibi, album di vacanze (Ma non c’era la crisi? Perché stanno tutti sempre in giro?), figli e madri stile mulino bianco; cuoricini a destra e a manca tra chi nella realtà si scanna e in ufficio attende la prima occasione per mettersi a vicenda i piedi in faccia; etc. Se vabbè… ciao core!

6-Facebook ti allontana dalle tue passioni reali

Essere famosi su FB è come essere ricchi a Monopoli, quindi, se non sei un personaggio dello spettacolo, se non lavori ad un certo livello nella comunicazione  o gestisci la pagina di un brand, allora non sprecare troppe energie per conquistare like e commenti: la verità è che inventarsi frasi e foto “d’effetto” per attirare l’attenzione della gente, favorire il dialogo e lo share, è divertente sì, (se ti pagano per fare quello oltre che, naturalmente, altre tremila cose); ma è anche e spesso estenuante, noioso e frustrante (si, lo è, chiedi ai social media manager!). Tu non sei costretto a farlo, rallegrati! Ti piace giocare a calcio? Ti piace ballare? Ti piace collezionare farfalle, mutande, francobolli? Ti piace creare bigiotteria? Ti piace andare in bici? Ti piace leggere? Ti piace saltare la corda? Insomma, hai sempre avuto una tua passione, un hobby personalissimo che ti fa stare bene,  ma ti sei reso conto che a “causa del troppo tempo passato su facebook” ora lo stai trascurando? Se sei sotto i 26 anni, probabilmente, il tempo da dedicare a te stesso e alle tue passioni lo trovi anche se stai continuamente a smanettare sul social. Quando arrivi ai 28, fidati, la storia cambia: a meno che tu non sia Bruce Wayne o Paperon de paperoni, a meno che tu non faccia l’attore, la modella o il cantante, ricordati che prima stacchi l’account (o semplicemente non vi accedi), prima riprenderai in mano la tua vita!

7-Facebook abbassa l’autostima, distrugge a poco a poco la tua vera personalità, azzera la tua vita sociale.

Se nella realtà hai sempre fatto le tue scelte personalmente stra-fregandotene del giudizio degli altri, per quale motivo dovresti lasciarti influenzare da quello che succede ora su Facebook? Eppure, più tempo passi sul social, più corri automaticamente il rischio che il continuo bombardamento di ciò che fanno e dicono gli altri, finisca per abbassare la tua autostima, portandoti a sottovalutartiomologarti alla massa o, peggio, a sentirti una persona sbagliata, fino a deprimerti. Sì, c’è questo rischio, pur nella consapevolezza che la maggior parte della gente spara una marea di minchiate per dimostrare di esser figo e/o felice. L ‘unica persona a cui devi dimostrare di essere figo e felice è te stesso, non il mondo. In quanto esseri umani siamo imperfetti, abbiamo difetti, vizi, e ossessioni, tutti quanti, chi più chi meno. L”umanità è proprio nell’imperfezione e nella varietà. Su facebook, invece, sono tutti uguali e perfetti. Qualcosa non torna. Per esempio, non ti è mai piaciuto andare al ristorante ma dato che tutti non fanno altro che andare dal cinese o dal messicano (passando il tempo a fotografare il cibo) allora lo devi fare pure tu. Ma chi minchia lo ha detto?! Te lo ricordi come era andare al mare senza dovergli fare una foto? Ti ricordi quante risate ti facevi nella metro quando non esisteva facebook? Ti ricordi come era quando per rilassarti o sfogarti facevi altro piuttosto che andare su facebook? Ti ricordi quanto ti piaceva ballare e fare la matta per ore ed ore prima di passarle su facebook quelle ore? Ti ricordi come era quando ci si scambiava i numeri di telefono e non facebook? Ti ricordi come era scoprire le persone a poco a poco raccontandosi e non sapere tutta la loro vita e i loro interessi guardando il profilo facebook? Beh, era bello.

 

C’è una grande differenza fra scienza e filosofia. Il filosofo non deve dimostrare le sue teorie, lo scienziato, invece, è tale se dimostra che la sua interpretazione è la sola possibile.

In Italia si sentono tutti scienziati, però non si capisce come è che stiamo affossati ogni giorno sempre più.

Non sono una scienziata, ma conosco la scienza perché l’ho studiata. Ho studiato anche filosofia e mi piace tantissimo, ma da lì a dire che l’interpretazione è scienza ce ne passa. Perché la filosofia è interpretazione e le interpretazioni sono infinite.

Essere circondati da saputelli a ‘na certa scoccia: Dio e Sapientino sono delle costruzioni umane, non sono scienza. Rilassatevi.

Pavlov non era uno scienziato, la sua era interpretazione, una delle tante interpretazioni possibili. Per quel che mi riguarda… stacca il collare al cane, poi ne riparliamo!

Chi si mette a filosofare sulla relazione mente-corpo dà semplicemente una sua interpretazione, non una prova scientifica e inconfutabile della realtà: se così fosse, avremmo risolto già da tempo tutti i problemi umani e la ricerca scientifica non avrebbe alcun senso.

Se è certo che il corpo umano ha delle basi chimiche, biologiche, biochimiche e fisiologiche indiscutibili, è altrettanto sicuro che non tutti funzioniamo allo stesso modo. Un esempio semplice e banale è l’alimentazione: dicono che la verdura e la frutta fanno bene, la carne rossa fa male e via discorrendo. Dicono… Chi? I medici? Te lo dicono perché anni di ricerca hanno portato statisticamente ad alcuni risultati. Alcuni, però, non è “l’assoluto”: non è la certezza scientifica “fino a prova contraria.”

C’è gente che vive fino a 100 anni mangiando solo proteine e non incorre in nessuna malattia. Come c’è gente che si nutre di sola frutta e verdura tutta la vita e si ammala di cancro. Tutto questo e il suo contrario succede. Non possiamo ancora spiegarne il perché, come facciamo, invece, con il funzionamento di un hardware o di un software. E, almeno personalmente, penso che non si arriverà mai ad una spiegazione assoluta su certe cose. Non siamo dei computer tarati in massa. Tutto ciò che ci accomuna sono gli istinti animali, per il resto siamo diversi. Perché non siamo solo un corpo, siamo anche una mente e, neuroni di qua, ormoni di là, esperienze su e giù, ci rendono unici.

Esistono esseri umani in cui la mente e il corpo si comportano come unità flessibili: collaborano, “parlano” fra loro, per il benessere individuale (occhio: individuale, non mondiale!), e non importa chi all’esterno dica cosa dovrebbe fare o non fare, quella mente e quel corpo sanno come far star bene se stessi, quando controllarsi, quando lasciarsi andare, quando fare team, quando fare da soli, etc. E soprattutto sono quegli esseri umani che non andranno mai a dire in giro “le mie teorie sono sacre, tu hai torto, devi fare e pensare ciò che penso io.”

Secondo la mia esperienza (non è una valutazione scientifica ma un’interpretazione statistica, naturalmente) la maggior parte delle persone che ha questo tipo di relazione fra la propria mente e il proprio corpo ha fatto o fa sport. Ciò non significa che queste persone non abbiano mai “momenti no” nella loro vita, anzi: semplicemente si rialzano da soli, con la forza di volontà e la pazienza, perché lo sport insegna questo: il dolore c’è e ci sarà sempre, quanto dura dipende solo ed esclusivamente da te, spesso “i limiti sono solo illusioni.”

E’ sempre una questione mente-corpo! Relazione sociale, relazione sentimentale, relazione sessuale, lavoro, alimentazione, sport, etc. La questione mente-corpo è tra le più studiate perché affascina gli uomini e non potrebbe essere diversamente: il fascino è là dove non si hanno certezze. Immagino sia fantastico studiare scientificamente la questione mente corpo ed è normale anche discuterne filosoficamente.

Bene: studiamola e discutiamola, è utile e splendido farlo. Ma, per carità, quando condividete il vostro pensiero/la vostra interpretazione, non fatelo come se fosse l’unica, una legge scientifica indiscutibile. Perché non lo è. Perché ciò che è vero e buono per voi, può non esserlo per qualcun’altro. Perché troverete sempre qualcuno, come la sottoscritta, che reagirà di fronte alla vostra sicurezza ed insistenza come di seguito:

  • la prima volta vi dice che c’è una grande differenza tra la filosofia e la scienza;
  • la seconda volta in cui provate a convincerla che la vostra è l’unica verità indiscutibile, vi sorriderà e vi dirà “ok”, solo per quieto vivere;
  • la terza volta vi sorriderà ancora e si infilerà le cuffie dell’mp3 nelle orecchie (nel mio caso una cuffia in un solo orecchio, perché da uno ci sento, pure triplo e mi basta. Mi avanza anche 🙂 !).

 

 

 

 

Dopo la messa in onda del film premio oscar La Grande Bellezza, ieri sera e stamattina le nostre bacheche di Facebook pullulano di commenti e critiche inutili. Per carità, ognuno ha i suoi gusti, ma personalmente mi è stato insegnato che se critichi qualcosa o qualcuno devi, quantomeno, avere il buon gusto di argomentare.

E invece no, gli italiani, a quanto pare, siamo davvero abituati al blablabla privo di qualunque argomentazione.

Io non sono un’esperta di cinema, seppur ho studiato qualcosa all’università, ma  tutto questo schifo e questa delusione che la gente spara a raffica sui social, sinceramente, non li ho visti.

Ieri sera, più per curiosità che per altro, ho seguito anche io il film premio oscar, in compagnia di una persona che, non solo è più grande di me, ma ne ha passate molte molte più di me nella sua vita.

A fine film, il “mio compagno di visione”, mi dice “Ma a me non è che sia piaciuto poi così tanto. Cioè. Mha. Non lo so. E a te?”

“Io penso che a te non è che sia piaciuto poi così tanto, cioè, mha, non lo sai, forse perché non è una storia: non ha una trama, non ha una narrazione sequenziale, non ha il filo logico tipico del racconto cinematografico a cui siamo abituati. Però, pensaci, ti ha fatto riflettere?”

“Si, tanto. In molte scene mi annoiavo e stavo per addormentarmi, ma i pensieri del protagonista mi hanno tenuto sveglio”.

E’ proprio questo il punto, secondo me: il pensiero. La Grande Bellezza non è una storia, credo sia un modo di vedere e sentire la “realtà” che abbiamo intorno. Un punto di vista non può essere bello, brutto o passabile. Un modo di vedere e sentire la realtà, semplicemente, “è”.

Ok, nel film c’è anche la decadenza di Roma e dell’Italia di cui, certo, non possiamo andar orgogliosi. Ma… se decontestualizzassimo? Questa decadenza, questa pochezza umana, questo non trovare un senso alla messa in scena della vita, dopotutto, non è ovunque?

Ne La Grande Bellezza, di fronte alla grande messa in scena quale è la nostra vita, tutto è velato: l’amore, l’amicizia, la paura, la morte, la malattia, il sesso, la famiglia, la religione, la chiesa. Tutto è un trucco. Perché la vita è un trucco. Il trucco è nascosto, non è mostrato, altrimenti, si perderebbe il gusto della messa in scena, il “gusto” del bello, il gusto della vita.

Non esiste una sola scena diretta: non c’è sorpresa, non c’è azione, tutti gli aspetti della vita umana di cui sopra non vengono mostrati per quello che sono (o che noi siamo convinti che siano). Perché, in realtà – o nella irrealtà -, le esperienze della vita umana “non sono”: siamo noi ad attribuire loro un significato sulla base del nostro sentire, delle nostre esperienze, delle nostre emozioni.

Nessuna scena esplicita di sesso, nessuna scena esplicita di morte, nessuna scena esplicita di famiglia, nessuna scena esplicita di amore. Il regista getta l’amo e lascia al pubblico la possibilità di immaginare, di interpretare, di riflettere, di pensare, di avvicinarsi al proprio sentire. Il protagonista è un tutt’uno con il proprio sentire, è confuso dal proprio sentire, perché pensare e sentire ci confonde. L’unica cosa che fa, senza alcuna arroganza di voler insegnarci qualcosa, è cercare di condividere questa umana confusione con noi, noi che siamo nient’altro che attori e pubblico della nostra stessa vita.

Quando non vediamo l’azione in maniera esplicita, siamo, in quanto esseri umani, portati a pensare di più, a riflettere di più, perché non abbiamo l’immagine “cotta e mangiata” a cui attaccarci indissolubilmente. Quando leggiamo un libro, per esempio, di concreto di fronte ai nostri sensi abbiamo solo le parole: l’immagine ce la costruiamo da soli e, ogni immagine costruita da ogni persona nella propria testa, è e sarà sempre differente da quella di ogni altra persona. Questo succede semplicemente perché siamo tutti diversi, unici, nonostante ci atteggiamo, nella quotidianità della nostra vita, ad interpretare maschere stereotipate. Lo facciamo tutti, lo fa anche il protagonista. Lo facciamo per adattarci, per non pensare troppo al senso che non vediamo. Per non pensare troppo a quella grande bellezza che cerchiamo costantemente e che mai troveremo totalmente nella vita. 

Non a caso, il protagonista è uno “scrittore” e giornalista. Le parole sono il suo sentire.

La Grande Bellezza

L’immagine data è rappresentazione oggettiva, per quanto possa scaturire dal pensiero soggettivo di chi la ha creata. Quell’immagine che, invece, rimane immaginata, semplicemente è, perché la sua interpretazione resta “pienamente” compresa e in-compresa solo dal nostro personale pensiero.

Non so se l’oscar sia meritato o esagerato, perché non sono un’esperta del settore. L’unica cosa che mi sento di dire è, semplicemente, bravo Sorrentino. E grazie.

PS Roma e il mare, comunque, sono bellissimi :).

Non so perché ma ho sempre subito il fascino delle persone “strane” o meglio di quelle persone che dal resto del mondo vengono giudicate strane ma che a me, sinceramente, sembrano più normali di tutto il resto del mondo.

Vicino casa ho un tabacchino che, da incallita fumatrice quale sono, frequento spesso. Solitamente, quando torno da lavoro alle 20:00 circa, vado lì a comprare cartine e tabacco, trascinandovi con un menefreghismo da nobel la mia faccia categoricamente struccata, distrutta, per non dire incazzata e stanca dalle ore passate al pc e interrata tra autobus e metro. Ebbene, in questo tabacchino lavorano marito e moglie, una coppia semplicemente gentile e professionale. Una normale coppia di lavoratori, insomma. Insieme a loro c’è un ragazzo dai lunghi capelli castani, credo più o meno mio coetaneo. Il presente ragazzo dai capelli lunghi castani, che ho scoperto esser figlio della coppia, in sostanza, è… l’emblema della felicità esageratamente estrema!

Forse sono io che vedo la sua gioia estremamente esagerata, forse è così perché sto passando un periodo in cui “me rode sempre er culo” come si dice a Roma, ma sta di fatto che il ragazzo in questione ogni santissimo giorno quando tu apri la porta del tabacchino, lui fa capolino dal bancone con un sorriso smagliante, ti dice un “ciao” come se fosse la parola più bella del mondo e parla tutto il tempo come se stesse cantando.

Nel caso in cui, poi, non è lui a servirti ma i suoi genitori, lui sta lì dietro a parlarti del tempo, del mondo, a cantare e quant’altro come se ti conoscesse da una vita, fissandoti negli occhi sempre con quel sorriso allucinante.

sorriso-grande

Ok. I primi tempi non ci facevo tanto caso persa come ero nei miei pensieri. Ma ultimamente, dopo il mio solito “arrivederci e buona giornata” e il suo solito “grazie una bellissima giornata anche a te!” con tanto di porta gentilmente aperta, non so perché ma la sua allegria sconclusionata ha iniziato… a darmi ai nervi! Il mio pensiero ogni volta era “ma che cazzo ha da esser così stramaledettamente felice ogni santissimo giorno!”. In sostanza, mi veniva voglia di strozzarlo e porello lui era solo terribilmente allegro e felice.

Ebbene, il fastidio con il tempo si è trasformato in curiosità, e, probabilmente, il giorno in cui devo aver fatto una faccia abbastanza interrogativa con tanto di sorriso ebete da suscitare l’intervento del papà con un “non faccia caso a mio figlio, signorina, è strano“, i miei pensieri verso questo raggiante ragazzo sono cambiati.

Senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata a rispondere “E’ così magnificamente allegro, altro che strano!”. I genitori, in silenzio, mi hanno sorriso all’unisono, per la prima volta. Lui, quel suo imperterrito sorriso lo ha allargato ancora di più dicendo “Visto pà, io lo sapevo che la signorina è strana quanto me, anche se lei si ostina ogni giorno a non sorridere, vero che lo fai apposta?”. Sono scoppiata a ridere. Non riuscivo a bloccare le risate, giuro!

Bè, non c’è bisogno di dire che ora entrare in quel tabacchino è un piacere, anzi sta diventando la scusa per fermarmi a chiacchierare con questo giovane, raggiante, strano, quotidianamente ed imperterritamente allegro ragazzo dai capelli lunghi!

 

 

Co Co Co Pro a 240 euro al mese.

Sveglia alle 6:00 +40 minuti di bus + 50 minuti di metro + 30 minuti di altro bus + 8 ore davanti a un pc +altri 40 minuti di bus + altri 50 minuti di metro + altri 40 minuti di bus.

1 ora di pausa pranzo, 5 minuti di pausa la mattina, 5 minuti di pausa il pomeriggio.

Restanti ore delle giornata impiegati per: attesa di circa 1 ora degli autobus, farsi la doccia, dormire.

Perché non ho più scritto su questo blog? Indovinate…

Quella sopracitata è stata la mia (non) vita dal 7 novembre ad oggi. Quello che avrebbe dovuto esser un contratto stage in realtà si è rivelato un co co co pro. Anzi, un co co co pro sulla carta, ma in concreto un lavoro full time a tutti gli effetti, con tanto di orari scanditi ogni giorno.

Che lavoro faccio? Loro lo chiamano copywriter, ma la sottoscritta non è nata ieri e sa benissimo che cosa fa realmente un copy. Io e quelli come me che lavorano lì dentro facciamo solo una minima parte di ciò che viene richiesto a un vero copy. Quello che facciamo realmente – senza romanzarla troppo – è… farci sfruttare!

Manovalanza tecnologica. La conoscete? No? E’ la nuova frontiera dello sfruttamento nell’era del web 2.0. In che cosa consiste? Prendi un tot di persone laureate in una facoltà umanistica o simili che sappiano scrivere decentemente e usare un minimo il computer – ma neanche tanto, dato che mi sono ritrovata a spiegare come si facesse a mandare una mail dal tasto “rispondi” –.– -, metti loro davanti un cms proprietario e fagli riempire tutti i campi secondo indicazione.

Bene. I primi tempi, trasportata dall’entusiasmo, cerchi di attaccarti a quella minima parte creativa che il lavoro richiede: lo devi fare, pur di trovare lo stimolo ad andare avanti lo devi fare. Solo i primi tempi però, poi la situazione inizia a diventare insostenibile. Più passa il tempo più molte cose iniziano a darti fastidio. In primis la consapevolezza che stai mandano a puttane la tua salute e la tua vita in nome di un lavoro che non è tale. Anzi, lasciamo pure da parte la parola “lavoro” che di questi tempi potrebbe anche uscire dal vocabolario italiano, tanto in questo paese il suo significato reale praticamente non esiste più. Proviamo, quindi, a dargli un altro nome, magari quello che ti ha convito a mettere una firmetta sul contratto: massì, chiamiamola esperienza!

co co co pro a 240 euro mese

L‘esperienza, in quanto tale, anche a livello professionale serve a farti le ossa, serve a farti crescere, imparare, apprendere e chi più ne ha ne metta. Ebbene, siamo tutti d’accordo su questa – scusatemi se risicata – definizione di esperienza. Io da questa esperienza ho imparato che esiste esperienza ed esperienza (scusate il giro di parole).

Ero al lavoro, davanti al mio pc quando il seguente ritornello ha iniziato a fasciarmi il cervello: “Stai facendo esperienza, stai facendo esperienza” continuavo a ripetermi mentalmente, con in sottofondo il ticchettio di una ventina di computer. Continuavo a ripetermelo, ininterrottamente, inconsciamente, quasi volessi auto-convincermi della cosa.

Mi sono fermata di botto. Ho smesso di digitare sulla tastiera, così, di punto in bianco, perché non riuscivo più a concentrarmi su quello che leggevo e scrivevo. Mi sono guardata intorno: un ufficio medio piccolo, bianco e grigio, al piano terra, con postazioni tipiche, qualche chiacchiera dalle parti “più alte”, tutti quelli come me con co co co pro concentrati sugli schermi retro-illuminati per raggiungere entro le 18:00 il numero di lavorazioni quotidiane ritenuto ottimale (da chi? per chi? perché? a quale scopo? con quale obiettivo se tra 6 mesi stai fuori più povero e ammalato di prima?). Mi sono sentita persa, mi sono sentita soffocare, mi sono sentita… stupida!

Mi sono alzata stra-fregandome del fatto che i cinque minuti della pausa pomeridiana fossero passati da un pezzo. Sono andata alla macchinetta a prendermi un caffè e sono uscita all’aria aperta per fumarmi una sigaretta. All’aria fresca, che respiro ormai solo quando aspetto il bus e quando esco dalla metro, al claim “stai facendo esperienza” si sono sovrapposte le immagini delle feste natalizie passate: mia mamma che mi osservava con gli occhi amorevoli di chi vuole per la propria figlia il meglio e di chi, al contempo, è preoccupata da morire perché vede quella figlia che ha accettato quel contratto più spenta e meno viva di quanto non lo fosse prima, incapace di sorridere e di divertirsi come faceva un tempo.

“Che cazzo stai facendo? Ti stai rovinando!” Sono state le parole di parenti e amici che durante i pochi giorni di festa mi hanno vista ridotta male e depressa come non lo sono mai stata.

Ebbene. Oggi sono qui a scrivere solo perché ho la febbre. Alta, molto alta. Ho già dato l’out out al mio capo, spiegandogli che ben presto andrò via per questioni personali. Gli ho dato un mese di preavviso solo perché mi reputo una persona onesta e professionale e lo ho fatto nonostante il mio contratto non lo richieda dato che è, come avrete ben capito, tutto tranne che effettivamente onesto e professionale.

Cosa farò dopo? Non lo so. Ho già ricominciato a lavorare da free lance e suppongo che continuerò a farlo anche quando tra qualche settimana non andrò più in ufficio: almeno guadagno più dei 240 euro al mese di un fasullo co co co pro, mi posso pagare la fisioterapia e le svariate analisi del sangue di cui a quanto pare ho – ahimè – scoperto di aver bisogno.

Ho da studiare il famoso master che ho iniziato a seguire nel week end ma che non ho minimamente toccato per via di questo stramaledetto lavoro. Cercherò altro e nel frattempo farò la free lance, baby sitter, ragazza delle ripetizioni a tempo perso e chi più ne ha ne metta. Mi arrangerò, come ho sempre fatto.

Almeno le ore di lavoro saranno pagate e oltre a vedere la luce del computer potrò vedere quella del cielo.

Almeno non sarò costretta a fare 8 ore di “non lo ho ancora capito” e 4 ore di bus e metro al giorno per 240 euro al mese.

Almeno mi riprenderò la salute, speriamo.

Almeno respirerò, mi muoverò, farò altro.

Lo sfruttamento esiste ovunque oramai e ne siamo consapevoli. Quasi disperati accettiamo tutto. Sbagliando ok, ma tant’è. Tuttavia “se sfruttamento deve essere, se devi fare mille sacrifici in nome di questo benedetto-maledetto sfruttamento, che almeno sia equiparato all’apprendimento minimo o al rendimento minimo e decente, insomma… se non a tutte e due almeno a una delle due, no?”

Forse per Darwin sono un essere incapace di adattarmi all’ambiente circostante ma sinceramente chissenefrega: lo vorrei vedere a mister adattabilità al posto nostro! Io mi rifiuto per 240 euro al mese di fare 8 ore in ufficio quotidiane e 4 ore di interramento nei mezzi per raggiungerlo. Io mi rifiuto di fermare oltre che il mio corpo anche il mio cervello in nome della gloria e dell’esperienza che, in sostanza, in quello che faccio neanche esistono!

Ci vuole poco…………..marcello

Pubblicato: 3 novembre 2013 in Uncategorized

Ci vuole poco…

....HUSHABYE silenzioso addio ......Blog di Marcello

Ci vuole poco..............marcello

Ci vuole poco

Ci vuole poco per battezzarti:
un’alba, il primo sole
e ti liberi da macchie e scorie,
ti ritrovi forte e sincera
rivaluti la tua storia,
scommetti la vita, non sei
carne da macello;
sfinestra, si libera la mente
riparte tumultuoso il fiume,

evaporano veleni e
sangue acido che portavi dentro;
profuma la terra sotto i piedi
giri sui tacchi, la punta delle scarpe
indicherà la direzione, non importa
se calpesti asfalto duro
o morbida erba;
non guardare alle spalle
la penombra, il dolore che brucia
le ombre e l’angoscia che stringe.

Rosario Castronuovo

It takes little

It takes little to be baptized:
dawn, the first sun
and will free you from stains and slag,
you find yourself strong and sincere
revalue your story,
you bet your life, you are not
cannon fodder;
sfinestra, you free your mind
again the tumultuous river,

poisons and evaporate
acid blood you…

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“L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori” dice Oscar Wilde, e io di errori ne ho fatti davvero tanti negli ultimi mesi.

Ho ricevuto conferma positiva per uno stage a Roma e, con un entusiasmo che non provavo da chissà quanto tempo, ho accettato 🙂 ! L’errore – o chiamiamola se vogliamo esperienza! – di aver rifiutato qualche mese fa ben due proposte di questo tipo subendone tutte le conseguenze di sorta, mi ha insegnato che l’unica artefice del mio destino sono solo ed esclusivamente io e che per realizzare i propri sogni non è importante solo porsi un obiettivo ma anche avere le palle e la volontà di fare il percorso giusto.

La gavetta, in sostanza, non me la toglie nessuno 😉 ! Certo, sappiamo tutti quanto il mondo degli stage non sia questo gran splendore, sia per ciò che riguarda la retribuzione che i ritmi di lavoro, ma pretendere di uscire dall’università e trovare il lavoro dei tuoi sogni, con la retribuzione dei tuoi sogni, nella città dei tuoi sogni, con la crisi imperante è davvero… molto, molto poco realistico.

Sono pienamente consapevole che ciò che mi aspetta non sarà il paradiso, ma considerando come io abbia trascorso gli ultimi sei mesi praticamente all’inferno, non mi lamento, anzi: il lavoro che andrò a fare – seppur sotto contratto stage – è pienamente in linea con le mie aspirazioni professionali e ci hanno assicurato come la formazione e le attività che eseguiremo saranno reali e non di facciata (in sostanza, non farò fotocopie, o almeno questo è quanto ci è stato detto, vedremo).

Dire che sono entusiasta è poco: finalmente trascorrerò le giornate a far qualcosa che mi piace e, almeno all’inizio, non mi peserà il fatto di dover prendere due autobus e farmi praticamente l’intera metro A ogni giorno andata e ritorno per due volte al giorno (sempre meglio di otto, dodici ore nei treni di notte, non credete? 😉 ). Nel caso.. posso sempre cambiare abitazione.

In realtà, avevo già deciso di ritornare stabile a Roma, in quanto da Dicembre fino a Febbraio seguirò nel fine settimana uno short Master in SEO e Web Analysis e, difatti, da una settimana a questa parte mi sono mossa per far qualche colloquio nella capitale con lo scopo di rendermi attiva oltre che nella ripresa dello studio anche nell’attività lavorativa che mi piace: da come si sono messe le cose, quindi, direi che tale decisione ha dato frutti insperati. Ogni tanto, la ruota gira, và ;).

Dulcis in fundo, dato che ho deciso di riprendere in mano la mia vita, di non sacrificare più i miei sogni e di investire nelle mie passioni – concretamente e non solo blaterando 😉 -, ho ricominciato anche a ballare ed allenarmi seriamente e, pur lavorando/studiando intensamente dalla prossima settimana tutti  giorni, il tempo per coltivare la mia passione rinnegata da ben sei mesi lo troverò, eccome se lo troverò e nessuno me lo potrà negare!

Un giorno, una persona a me cara mi ha detto:

“Soprattutto se vuoi lavorare in pubblicità non puoi e non devi rinunciare alle tue passioni: come puoi pretendere di vendere sogni alla gente se tu sei la prima a mancare di passione, rinnegando te stessa, i tuoi stessi sogni e il tuo piacere? Per far sorridere il mondo devi imparare a far sorridere prima di tutto te stessa, sempre e comunque. Se cadi, perché sei pur sempre un essere umano, trova il modo, la forza e la voglia di rialzarti. Se non vedi nessuna delle tre davanti a te, fai quello che ti riesce meglio fare da sempre, nella vita, nel lavoro: immaginarle. Lo sai bene cosa succederà, perché lo hai sperimentato: tra l‘immaginato e il reale, il confine è sottile. Fortunatamente è così. Fortunatamente per chi lavora in pubblicità. Ma anche e soprattutto fortunatamente per tutti noi esseri umani

Chiudo a tema con una semplice ma bellissima pubblicità di qualche anno fa, per ricordare a me stessa di farmi due risate in più ogni tanto, perché non guastano mai e, soprattutto, per non dimenticare che

“We all have to be seriously strong!”