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PIANO C

Pubblicato: 9 maggio 2015 in Uncategorized

A 20 anni ti dici che non hai più 16 anni e che puoi mantenere una delle cose che facevi prima, che solitamente coincide con una passione, ma le altre devono per forza di cose cambiare.

A 24 anni la stessa cosa.

A 29 con la crisi e un problema di salute hai bisogno di un piano C.

Ho concluso tutte le visite che dovevo fare. Ne ho fatte davvero tante negli ultimi 4 mesi: reumatologo, immunologo, endocrinologo, ginecologo, neurologo, psicologo, cardiologo, etc. Mi hanno scannerizzato dalla testa ai piedi. Sono stanca. Mi manca solo l’ortopedico perché nel frattempo mi è quasi ceduto il ginocchio e la colpa è solo mia. Mia perché il dolore che avevo al ginocchio da due anni a questa parte l’ho sottovalutato: dovevo pensare solo a lavorare o a cercare lavoro. E per farlo ho trascurato tutto, anche il mio stesso corpo. Ho eliminato praticamente tutto dalla mia vita: la danza, il mare, i ragazzi, lo shopping, etc… il sorriso.

Ho scoperto di essere portata alla connettivite indifferenziata e che finora non si era mai rivelata per via dello stile di vita che conducevo che magari per gli “altri” era troppo iperattivo, ma che, a quanto pare, per me andava bene perché lo facevo seguendo il mio istinto, il mio corpo. Stare seduta mi provocava dei dolori lancinanti da sempre, infatti mi sedevo nelle peggio posizioni anche all’università dove solitamente preferivo quando si poteva stare a terra che su una sedia. Quando lavoravo al computer mi alzavo ogni 20 minuti, lo potevo fare perché non ero in un ufficio. Quando studiavo sui libri idem: le peggio posizioni. Ho sempre fatto così,dai 14 anni in sù, non mi chiedevo il perché, lo facevo e basta perché altrimenti stavo malissimo. Infatti raramente guardavo la tv per più di un’ora di seguito, un film al massimo sempre nelle peggio posizioni possibili. Anche i ragazzi con cui uscivo capivano ben presto senza che lo dicessi quanto io soffrissi a stare seduta: difatti i ristoranti io li odio e nei pub mi alzavo ogni 2 per tre.

Poi incidenti, traslochi su traslochi e la crisi di questo Stato di Merda mi hanno dato il bel servito. Mettiamoci pure tutte le persone che sui social sembrano non risentire minimamente della crisi e da lì il passo verso l’inferno è un attimo.

Eppure è abbastanza semplice secondo i medici: “sei fortunata, clinicamente non c’è la malattia ma i sintomi e l’evidenza organica dimostrano il contrario, quindi significa che a scatenare qualcosa che di base siamo portati è stato proprio il cambiamento dello stile di vita. Se non ritorni a vivere come prima le cose peggioreranno, perché continuerai a dare via libera alla malattia.”

Quindi… mi serve un piano C. Ho sempre pensato che sarei finita in un qualche ufficio a lavorare. Volevo fare la redattrice e, in sostanza, la faccio, ma non retribuita. Sto pensando di lasciare anche se mi piace, anche se si sta prolifereando la possibilità che mi facciano fattura e quindi che io possa prendere il tanto amato tesserino. Ma non lo so adesso quanta importanza abbia per me.

Ho fatto la web copywriter retribuita da far ridere e, per di più sopportando il dolore, inconsapevole che nel frattempo la mia malattia stava prendendo piede, perché in un ufficio ci sono due cose che il mio corpo non sopporta: le pause dalla sedia ogni 2 ore di 5 minuti e le temperature o troppo alte o troppo basse. Non mi circola il sangue. Mi vanno a puttane le articolazioni, le cartilagini, la muscolatura. Ma io non lo sapevo. E non sapendolo ho continuato ad alternare una vita fatta di computer e smartphone. Lavoro, cerca lavoro. Condividi fai la digitale.

Io non sono digitale. Sulla carta lo sono. Dai lavori fatti lo sono. dagli studi fatti lo sono. Ma non lo sono nel profondo dei miei organi, dal cuore al cervello, ai muscoli alla linfa che chiaramente è andata a farsi fottere a 29 anni.

Probabilmente, se mi pagassero decentemente cercherei di fare nuovamente uno sforzo. Ma siamo in Italia e io ho speso più in medici d quello che ho guadagnato, non solo economicamente. Secondo voi ne vale la pena?

Sono andata all’ufficio di collocamento evidenziando loro altri lavori fatti: cameriera, barista, addetta vendita, cassiera, commessa, segretaria amministrativa, etc. Non credo molto nel loro operato ma io mi sono stufata di passare 24 ore al pc per cercare un lavoro degno di questo nome, con uno stipendio ragionevole. E mi sono stufata perché mi sono ammalata, tutto quello che c’era nella mia vita non c’è più.

Ho rotto il tablet. Casualmente, con un’ombrellata e… sapete… mi sono sentita come sollevata. Non so spiegarlo. Eppure era un regalo di laurea, quello che ho voluto io. Costato 400 euro. Una scelta che mio fratello non approvava dicendo che era meglio una vacanza, me la meritavo e mi sarei divertita dopo anni e anni su libri, computer e lavori per mantenermi. Ma io no, de coccio, ossessionata da un’idea di carriera che solo ora mi sembra stupida.

Sto iniziando ad usare lo smartphone solo per la musica e comunicare su watsapp con la gente per comodità, ma per il resto ho la nausea anche di quello.

Siamo diventati tutti dipendenti dagli smartphone e dai tablet. Ci dimentichiamo di guardare cosa c’è intorno a noi, cosa succede, le facce degli altri. Tra un po’ ci dimenticheremo anche di parlare con gli altri. E poi ci dimenticheremo di guardarci allo specchio, di mangiare senza tecnologia, di prendere la bici, di ballare, di cantare. Di vivere.

Sull’autobus di lunga percorrenza l’altro giorno sono rimasta allibita: io ero con le cuffie e cercavo di non pensare al dolore delle gambe e del corpo costretto a stare 12 ore in un bus, cercavo di pensare a cose belle e mi fiondavo fuori la prima ad ogni sosta. Per respirare, muovere le gambe, guardare il cielo. Beh, ero circondata da gente incollata letteralmente agli smartphone. La tipa di lato a me scorreva e scorreva immagini all’infinito, non so se era facebook o instagram, ma tant’è. Stavo per vomitare io al posto suo. Dietro di me c’era una coppia con un bambino piccolissimo, continuavano a fargli le foto ogni due per tre. Povera anima. Davanti un’altra famiglia compresa di nonni: il bambino avrà avuto 8 anni, ha passato il viaggio tra i film al tablet del papà e il suo cellulare. Si ok, non parlava e stava tranquillo non scassando i genitori (impegnati con i loro smartphone a loro volta), ma… mi ha fatto paura. E avanti così 32 persone, tutte un tutt’uno con gli smartphone, anche quando scendevano per la sosta. Anche nel cesso per dire.

Non sono contro la tecnologia, a me ha aiutato tanto e semplifica la vita. Ma forse, nel momento in cui la vita ti potrebbe togliere tutto il resto e in parte te l’ho toltoal punto tale che ora devi ricominciare da zero, allora ti rendi conto di tante cose.

Per me, allenarmi a suon di musica, uscire con gli amici a ballare e andare al mare erano le cose più belle del mondo. Senza tablet e smartphone di turno. Senza selfie. Che senso hanno i selfie me lo spiegate? L’autoscatto esiste da anni ma non è che stavamo sempre lì a fotografarci. Anche le macchine fotografiche esistevano da anni, ma mica fotografavamo cibi, computer, paesaggi etc continuamente. Forse è perché ce lo abbiamo sempre a portata di mano diversamente dalla macchina fotografica che ne abusiamo? Boh.

Io ho deciso di ricominciare dal mio corpo dalle sensazioni della vita. Non so come andrà con la malattia che mi impegnerò a fare regredire perché sono una dei pochi casi in cui può succedere e quindi sono fortunata, e non so come andrà  con questa crisi, non so quanto tempo ci vorrà per riprendermi, ma lo farò. E sicuramente lontana da questo mondo tecnologico che fa più danni che cose buone.

La vita è lontano dalla tecnologia. L’uomo è un animale ed evidentemente io sono biologicamente più animale di altri e di quanto io stessa pensassi. Lo dicono le mie analisi, le rx e quant’altro.

Se vi va, pensateci prima di farvi un selfie, prima che sia la vita a farvici pensare. Perché siamo noi guardandoci allo specchio, andando in bici, camminando sulla spiaggi, nuotando, facendo ginnastica, sorridendo con gli altri e anche pulendo casa, giocando con cani e gatti etc che ci dobbiamo autoammirare. L’ammirazione degli altri nella realtà è una conseguenza dell’amore che noi abbiamo verso noi stessi, non del filtro, del paesaggio, del sorriso falso che condividiamo.

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Ma perché le donne quando vanno a convivere o si sposano pensano che sia la cosa più meravigliosa del mondo manco avessero vinto al Superenalotto o alle Olimpiadi e al punto tale da mandare messaggi su whatsapp facebook etc etc per condividere con chiunque – e anche con chi non gliene frega un tubo – il sopracitato e a detta loro “stupendo evento“?

Io sono una donna eh, ho fatto anche una convivenza in passato, è stato bello, per carità, ma sinceramente non ho messo i manifesti, anzi, ero anche un po’ preoccupata perché ho sempre voluto i miei spazi, i miei orari, le mie abitudini, le mie fissazioni etc etc e in una convivenza, si sà, in molte cose bisogna arrivare a dei compromessi quindi tutto sto idillio esasperato da proclamo non lo capisco proprio.

No, non ho subito un trauma da convivenza che mi fa odiare le convivenze: l’esperienza fatta, con i suoi pro e contro, è stata bella, ma credo sia stata bella solo perché io e lui eravamo molto simili, molto “vivi e lascia vivere l’altro con le sue fissazioni strane per te ma non per lui/lei”. E se litigavamo finivamo a risolvere tutto con il sesso. E questa è cosa buona e giusta. Ma ripeto: era comunque una cosa nostra, non abbiamo messo i manifesti. E la storia è finita solo perché uno dei due ad un certo punto ha cambiato nazione per lavoro e l’altro (che sarei io) non se l’è sentita a 24 anni di lasciare tutto. E’ stata una scelta e per quanto sia stata sofferta, per quanto in italia si sta male, per quanto ora sto nella merda per problemi miei, la rifarei lo stesso. Ed ero innamorata di lui, veramente. Ma a 24 anni mi sarei persa le tante cose che poi mi sono successe.

Comunque, ritornando al punto: perché non capisco la maggior parte delle donne sulla questione della convivenza? Eppure ho 29 anni ma non riesco a capire che motivo c’è di mandare messaggi con scritto “io e pinko pallino stiamo cercando casa” con cuori e sorrisi a seguito magari a persone con cui non ti senti poi così tanto? Cioè… volevo rispondere “esticazzi” ma poi ho optato per un neutro “brava” –.–‘.

Mio fratello dice che io sono un uomo. Non è una cosa carina da dire ad una donna ma so perché lo dice. Al pensiero di fare una famiglia sposarmi etc a me viene l’ansia, sinceramente. Una vita senza più viaggi, con poco sesso, a ingrassare, ad abbandonare le proprie passioni, ad annoiarsi, a tradirsi e poi a fare la recita con i genitori suoi… OddioooooooLA MORTE.

convivenza

Ok, forse sono ancora immatura. Se mi va di alzarmi all’alba voglio farlo. Se mi va di farmi 4 ore di ginnastica voglio farlo. Se non mi va di cucinare non lo faccio. Se voglio dormire voglio dormire. Se voglio stare con la musica a palla a saltare come una pazza seminuda con una spazzola come microfono voglio farlo. Se pulisco una volta non mi va di dover pulire un’altra volta il giorno dopo. Se voglio starmene con le amiche a spettegolare tutta la notte mentre ci mettiamo improbabili smalti e beviamo improponibli miscele alcoliche colorate voglio farlo. Se voglio stare attenta al consumo di luce e gas o spese voglio farlo come dico io. etc

Ma veramente convivenze e matrimoni sono il desiderio maggiore per le donne? Allora io che ho rifiutato un anello tanto tempo fa cosa sono, un alieno? Se preferisco starmene 3 ore in bici, 4 a fare fitness, e uscire con amici e andare a ballare quando mi pare e dove mi pare a me sono un alieno?

Poi… spiegateme per favore le espressioni “ho un annuncio da fare… è arrivato il mio momento… il mio futuro marito..” etc etc spappolati su ogni foto o commento di facebook o conversazione di wathsapp. Ma… il momento de che? E’ una frase orribile secondo me. Mica è un momento che deve arrivà, è ‘na scelta, al paese mio. Ma perché dove c’è scritto che chi prima si sposa meglio è? E se tipo uno/una nun se vole sposà? Che poi, con la crisi che c’è, come cazzo fai a pensà al matrimonio a 29 30 anni? Se vede che ve state annoiando perché con quei soldi ve potreste tipo fare un viaggio, andarvene in piscina, fare sesso in ogni dove nel mondo, vedere parchi, strade, concerti etc etc. Mha!?

Sono immatura. Anzi no, sono una donna che vive e vuole continuare al momento e dopo anni di convivenze con altre donne, in alloggi studenti e con un uomo, a vivere da sola. “La pensi così perché stai passando un brutto periodo di tuo” o “la pensi così perché non hai trovato la persona giusta” mi dicono, e l’ironia vuole che chi lo dice è giovane e sposato o convivente e non fa praticamente più sesso da anni e a mala pena si parlano. Forse ho qualche problema a mantenere una relazione seria… embhe? Ho 29 anni mica 40. Forse io voglio l’amore amore, quello folle, quello che anche se ci convivi, primo non metti i manifesti, soprattutto quelli digitali, perché è una cosa vostra e beh, come se dice “non andà in giro a raccontà le cose belle che la gente te la butta”, e terzo… beh è una cosa fantastica per voi due, mica lo deve essere necessariamente per il resto del mondo con cui ti senti tipo na volta al mese o all’anno che di sti tempi ne ha di cazzi per la testa, no?.

Inutile fare i moralisti o santoni di turno, perché tanto chiunque almeno una volta nella vita si sarà chiesto “ma i belli lavorano più dei brutti?“. Chi scrive non si era mai posto questo interrogativo fino ad ora, fino alla veneranda età di 29 anni. Non perché è una santa. Non perché è una figa. Non perché è uno scorfano. Solo perché probabilmente associava la cura del sé e la bellezza propria ad un piacere puramente personale e quella altrui al piacere visivo e all’attrazione sessuale, senza affiancare mai (a torto!) queste caratteristiche al settore “lavoro”. Eppure chi scrive, durante gli anni universitari ha sempre lavorato qua e là, non importa se era commessa, baby sitter, hostess, assistente legale, cassiera, web editor, segretaria, redattrice, barista e compagnia bella. Lavorava, e quindi era più o meno indipendente. La famigerata esperienza? A 19 anni quando inizi sicuramente non ce l’hai, a poco a poco te la fai, anche se in settori di cui non te ne può fregar di meno, ma come si dice,il lavoro sono soldi, i soldi sono sopravvivenza, quindi va bene tutto. Inoltre, a parte un mio collega, nel gruppo di colleghi universitari non lavorava nessuno. Eppure erano persone intelligenti e sì, anche di bell’aspetto. Immagino non cercassero. Immagino non dovessero pagarsi l’affitto. Immagino non fossero orfani di padre o anche chi lo era semplicemente non aveva urgenza economica. Tutto qui immagino. Non c’è niente di male. Chi tra di loro lavora adesso in periodo di crisi è perché ha avuto la raccomandazione, oppure è bello. Non parlo solo di donne, anche di uomini. E sono pochi. E, sottolineo, non è una questione di invidia, solo una riflessione, anche perché proprio in questo periodo della mia vita sono arrivata alla consapevolezza di come molti dei lavori che ho fatto in passato più o meno professionalizzanti a parità di competenza con altri li abbia ottenuti solo perché ero caruccia. Ero una ragazza carina. Non ero barbie, ma ero carina e preparata.Tra un altra preparata ma non carina sceglievano me. E, anche se nell’inconsapevolezza dell’ingenuità, sapevo vendermi.

E’ vero che non è bello ciò che è bello è belo ciò che piace, ma è anche vero che la bellezza oggettiva vende, risulta più attendibile, è più convincente, in tutti i campi. Sarà triste come cosa ma è la realtà. Fatevi un giro nelle aziende, in qualunque azienda, e ne avrete la conferma. Io l’ho avuta. Ho visto cose che avrei dovuto sapere e invece mi rendo solo ora conto quanto fossi di un’innocenza assurda. Un capo addirittura mi disse questa estate “le cose belle valgono di più perché sono più desiderate dagli altri e quindi saranno anche pagate di più” e come cose si riferiva anche alle persone ve lo assicuro. Lo so, voi la sapevate già questa cosa, io no. Mi sa che ero una bambina convinta come questo fosse un mondo meritocratico. Ciò non significa che non mi piacevano le cose belle, anzi, ho sempre avuto cura di me stessa, sono sempre stata un po’ narcisista come molte donne e uomini, ma non vedevo ciò come uno “strumento” per il lavoro.

belli lavorano più dei brutti

Perché nella mia mente si è fatto spazio questo interrogativo (tardivamente aggiungo)? Credo il motivo sia stato vedere come la gente sia cambiata nei miei confronti di botto in seguito a un problema di salute abbastanza grave che mi è stato riscontrato e che non per mia volontà ha cambiato, anche se per fortuna temporaneamente, parte del mio aspetto. E sì, il cambiamento c’è stato anche in ambito lavorativo. Voi direte “ma no dai è che c’è la crisi, se sei intelligente e preparata, hai studiato etc etc la continuità arriverà”. Mi dispiace, ma non è così. Sono davvero bellissime parole, ma non sono reali. Sono parole che mi dice mia mamma perché mi vuole bene e da lei le accetto. Ma so che non sono vere. L’esperienza del mondo me lo ha dimostrato.

Siete mai entrati nella Telecom o in un’agenzia pubblicitaria o nella sede di un noto editore? No? Io si e beh e da li che capisci come funziona il mondo. Anche come funzionano le famigerate risorse umane.

Allora voi direte “quindi chi è brutto può spararsi anche se ha studiato e sa fare tante cose?”. No. Non esageriamo. Allora io che ora ho un serio problema di salute mi dovrei suicidare? Non diciamo stronzate. Ho un amico che si è suicidato. Era bello, bellissimo, aveva tutto, famiglia ricca, ragazze, soldi, lavoro. Ma si è impiccato lo stesso. Non so perché lo ha fatto, ma immagino fosse in una depressione cosi forte che per la sua giovane età  e la poco esperienza con le sfumature del mondo era impossibile da sopportare. Boh. Ho saputo anche che un collega di un mio parente, un manager con un’alta posizione in azienda, una bella famiglia, bell’aspetto etc si è di punto in bianco buttato dal balcone dell’azienda in pausa pranzo. Perché? Boh. Il suicidio non centra nulla con l’aspetto fisico, sia chiaro. Io non riesco più a muovermi bene per via del problema che ho adesso e la mia pelle ha un colore orribile, vira al cenere. Questo dovrebbe essere un motivo sicuramente più valido per ammazzarsi rispetto a qualunque altro problema, no? No, non ci penso minimamente, devo guarire perché mi è stato detto che ho altissime possibilità e poi devo fare un sacco di cose. Si, una delle quali sarà dare importanza prioritaria al mio corpo, a farmi bella. A questo punto voi direte “ma come, di fronte alla malattia vai a pensare alla bellezza?” Eh Si! Il corpo, la sua funzionalità, la bellezza del suo movimento, la sua forza nello sport, le sue forme nei vestiti, una pelle splendente e sana, un sorriso luminoso ora per me avranno tanto valore. Perché come si dice, è quando perdi qualcosa che ne capisci l’importanza. E non è sempre detto che quel qualcosa sia un sentimento o una persona amata. Ora lo so. Sono diventata superficiale? Non lo so, può darsi.

Questo post è stato chiaramente scritto come sfogo/riflessione. Ma voglio inserire una vecchia intervista fatta ad un’autrice da una giornalista che, in sostanza, riassume un po’ quello che volevo dire e che forse ho perso “strada scrivendo” per via del coinvolgimento nella questione in prima persona.

http://video.ilsole24ore.com/Job/Video/News/2009/v_intervista_tagliabue.php

Ci vuole poco…………..marcello

Pubblicato: 3 novembre 2013 in Uncategorized

Ci vuole poco…

....HUSHABYE silenzioso addio ......Blog di Marcello

Ci vuole poco..............marcello

Ci vuole poco

Ci vuole poco per battezzarti:
un’alba, il primo sole
e ti liberi da macchie e scorie,
ti ritrovi forte e sincera
rivaluti la tua storia,
scommetti la vita, non sei
carne da macello;
sfinestra, si libera la mente
riparte tumultuoso il fiume,

evaporano veleni e
sangue acido che portavi dentro;
profuma la terra sotto i piedi
giri sui tacchi, la punta delle scarpe
indicherà la direzione, non importa
se calpesti asfalto duro
o morbida erba;
non guardare alle spalle
la penombra, il dolore che brucia
le ombre e l’angoscia che stringe.

Rosario Castronuovo

It takes little

It takes little to be baptized:
dawn, the first sun
and will free you from stains and slag,
you find yourself strong and sincere
revalue your story,
you bet your life, you are not
cannon fodder;
sfinestra, you free your mind
again the tumultuous river,

poisons and evaporate
acid blood you…

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“La tua verità mi assicura che niente fu menzogna. E fino a quando ti potrò sentire, sarai per me, dolore, la prova di un’altra vita in cui non mi dolevi.” Wow. So True!

....HUSHABYE silenzioso addio ......Blog di Marcello

Non voglio che ti allontani, dolore, ultima forma di amare.........marcello

Non voglio che ti allontani,
dolore, ultima forma
di amare. Io mi sento vivere
quando tu mi fai male
non in te, né qui, più oltre:
sulla terra, nell’anno
da dove vieni
nell’amore con lei
e tutto ciò che fu.

In quella realtà
sommersa che nega sé stessa
ed ostinatamente afferma
di non essere esistita mai,
d’essere stata nient’altro
che un mio pretesto per vivere.
Se tu non mi restassi,
dolore, irrefutabile,
io potrei anche crederlo;
ma mi rimani tu.

La tua verità mi assicura
che niente fu menzogna.
E fino a quando ti potrò sentire,
sarai per me, dolore,
la prova di un’altra vita
in cui non mi dolevi.
La grande prova, lontano,
che è esistita, che esiste,
che mi ha amato, sì,
che la sto amando ancora.

La voz a ti debida. Pedro Salinas, Madrid 1891 – Boston 1951

I do not want you leave,
pain, ultimate form

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Mancano dieci giorni e mi tolgono questo maledetto gesso. Credo di non aver mai passato in vita mia un mese così noioso. Mi sono resa conto che lo stress quotidiano tanto maledetto dalla gente e dai medici – e forse anche da me -, in realtà è linfa vitale: ti fa sentire viva; ti riempe cuore e sistema limbico di emozioni belle e brutte; ti defibrilla il cervello iper-stimolato da rumori, conversazioni, visioni esterne; ti regala il piacere di percepire la proattività di ogni muscolo del tuo corpo, dai piedi alla testa. Un essere umano fuori dal mondo non è un essere umano, ma un organismo vivente passivo peggio delle piante: “loro” infatti, a differenza di uno stupido essere umano, anche solo “parate” sotto al sole e ben provviste di acqua riescono a crescere e riprodursi (con piacere o meno non si sa, tocca chiederglielo XD).

un libro per amico

La morte della socialità umana è la morte del cervello; e la morte del cervello è -checché se ne dica – la morte dell’umano in quanto tale e del suo equilibrio fisiologico-emotivo. Dopotutto, come scriveva John Donne in una sua famosa poesia, “nessun uomo è un isola”.

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Comunque… siamo realisti: con una gamba gessata, in realtà, il cervello è l’unico muscolo che puoi continuare ad allenare, tant’è che libri, ebook e blog letti o riletti in questi giorni da gessata sono diventati i miei migliori amici. Altri pro dell’essere passata dallo stato di lettore normale a quello di lettore ossessivo compulsivo è che, tra i tanti blog spulciati, puoi anche avere la fortuna di incontrare post capaci di ricolorare almeno un po’ quell’umore nero maturato da cattiva mummia quale sei diventata: è il caso, per esempio, del blog Candido di Antonio Gurrado, all’interno del quale ho trovato un gran bel resoconto del suo periodo “gamba rotta“. Con ciò non voglio dire di ricavare sadico piacere dalla consapevolezza che tre anni fa qualcuno stesse passando più o meno le mie stesse pene, anzi, tutt’altro; anche perché lui, contrariamente a me, almeno “lavorativamente” parlando, stava messo meglio. Tuttavia, non nascondo come, tanto i suoi post relativi al suo decorso da infortunato, quanto i vari pezzi da lui scritti  – pensieri personali o approfondimenti professionali -, mi stiano regalando momenti di sorrisi e riflessioni davvero utili, sia al mio cervello pietrificato, sia al mio corpo “zombificato”. In particolare, ho trovato splendido un suo pezzo dal titolo “Scribi e farisei 2007” scritto per “Ore piccole”. Riporto di seguito una parte delle considerazioni esposte da Gurrado, perché credo che, in tempi così critici per il mondo editoriale in cui la maggior parte delle persone legge meno di un libro all’anno, tali parole possano – o dovrebbero! – far riflettere e meditare tutti noi:

Scribi e farisei 2007

   La scrittura è un atto bidimensionale (inchiostro su carta) che si propone di raggiungere un obiettivo tridimensionale (il libro) mediante un procedimento quadri- e addirittura pentadimensionale, nel senso che servono anche tempo e, possibilmente, silenzio. La cosa peggiore è che allo scopo di scrivere è necessaria la lettura (ma viceversa la lettura non è necessariamente finalizzata alla scrittura, e meno male), e che la lettura è un atto pressoché adimensionale. Per leggere non c’è bisogno di spazio: altrimenti non si riuscirebbe a farlo in metrò o su un treno pieno di pendolari sudati. Né c’è bisogno di tempo, almeno in senso stretto: in quanto avere intere e lasche giornate libere può risultare circostanza meno favorevole alla lettura del ritrovarsi con un’oretta soltanto di adamantina e inattaccabile concentrazione. L’unità di misura della lettura è il silenzio, che però è impossibile a misurarsi, non c’è decibel che tenga; il silenzio necessario alla lettura è la creazione di un vuoto spinto nel cervello per far spazio ai contenuti del libro che via via vengono incamerati. Per questo, ad esempio, è più gradevole leggere in un’acciaieria (o in un aereo), dove un costante rumore di fondo copre ogni possibile interferenza invece che nel sospettoso silenzio di una casa familiare, con l’angoscia dello starnuto che esplode, del telefono che interrompe, della televisione che si accende, dei testimoni di Geova al citofono da un momento all’altro. Come atto in sé, leggere è impossibile, tanto più se si ha l’ardire di volerlo fare in santa pace; e l’elenco di libri che quotidianamente aggiorno – allo scopo di rileggerlo e interpretarlo all’ultimo dell’anno – finisce per essere il resoconto di tutto ciò che telefoni invadenti, preoccupazioni transeunti e genitori affettuosi non sono riusciti a non farmi leggere”.