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sedentarietà patologia  Congresso FMSI 2014

Siamo un paese di sedentari e come tale ci ammaliamo sempre più e sempre più gravemente. Si sà che la sedentarietà nuoce profondamente alla salute ma, nonostante tale consapevolezza, l‘attività fisica o, comunque, una vita “attiva”, viene relegata ormai dalla maggior parte delle persone solamente alle canoniche “tre ore a settimana di palestra”. Tre ore a settimana… cosa sono tre ore a settimana se le rapportiamo a tutto il tempo passato lavorando davanti a un computer, fermi sui mezzi (o ad attenderli!) o, peggio, barricati in automobile? Niente, tre ore a settimana di attività fisica non sono niente!

La maggior parte di noi non si accorge del male che si sta facendo, semplicemente perché i danni, quelli, non si vedono subito. Molti disturbi si sviluppano e crescono silenziosamente, nei mesi e negli anni. Poi, quando un bel giorno ci si sente male, ci trovano una malattia, un cancro o quant’altro, ci disperiamo urlando “Perché proprio a me? Non è giusto”. Ma giusto cosa? Ciò che siamo non dipende da un’ipotetica volontà divina, ma da quello che facciamo. Se decidiamo che il lavoro è la nostra assoluta priorità, il che è sacrosanto soprattutto di questi tempi e con questa crisi, ma poi ci ritroviamo a non pensare ad altro se non che ad aumentare costantemente la nostra competitività professionale, beh… allora succede, soprattutto se è un lavoro molto sedentario, che ci dimentichiamo totalmente del nostro corpo. Un corpo che in quanto tale è nato per muoversi.

Gli uomini e le donne delle caverne morivano prima di noi, ma non per malattie metaboliche, cardiovascolari, reumatiche o articolari. E raramente per tumori al cuore o al cervello. Morivano prima perché conducevano una vita senza tutte quelle magnifiche invenzioni che ci hanno permesso di sopravvivere di più: i vestiti, i prodotti igienici e disinfettanti, le case solide con riscaldamento e luce. Morivano infettati da qualcosa o sbranati da qualche animale, morivano per una semplice polmonite o un piccolo virus non curabile data l’inesistenza di appositi vaccini.

Tuttavia, non si ammalavano certo per “loro stessa mano”, come invece facciamo noi, evoluti cittadini del mondo moderno. Non esisteva l’obesità, non esisteva la depressione, non esisteva l’alcolismo e quindi neanche la cirrosi epatica e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La verità è che loro conducevano una vita attiva in tutti i sensi, mangiavano solo quando avevano fame ed esclusivamente cibi presenti in natura, ovverosia animali, frutta e verdura e… stop! Niente cereali raffinati, niente schifezze industriali, nessuna sostanza chimica.

Non si tratta di voler tornare indietro, perché se siamo arrivati dove siamo è anche grazie alle piccole e grandi, funzionali o ludiche, invenzioni che l’uomo ha fatto in più settori. Non si tratta nemmeno di rinunciare completamente ad aperitivi, videogame e compagnia bella. Non sarebbe vita, siamo d’accordo. Si tratta, semplicemente, di continuare ad usare il buono che abbiamo ottenuto riprendendoci, però, il buono che abbiamo perso per strada, impegnati come eravamo ad attrezzarci del miglior cellulare di ultima generazione.

La verità è che molti medici invece di prescrivere medicine su medicine potrebbero, davvero in molti casi, mandare semplicemente il loro paziente da un medico dello sport, un professionista del corpo, che prescriverebbe, proprio come un farmaco, un percorso di attività fisica ideale e personalizzato sulla base dell’età, le problematiche, i gusti del soggetto. Ma no, questo non succede e la ragione è abbastanza chiara: se i medici adottassero tale comportamento, non solo il loro lavoro diminuirebbe drasticamente, ma soprattutto il business dei prodotti farmaceutici andrebbe a farsi benedire.

Il bello – o il brutto – è quando queste convinzioni, che abbiamo sempre avuto e da cui ci siamo sempre fatti guidare, ci vengono confermate dall’esperienza. Quando un brutto giorno per un problema o per un’altro – solitamente non molto grave – decidiamo di dare troppo retta ai medici e di continuare a farlo per troppo tempo. Finché non ci rendiamo conto che prima, quando – e se – facevamo le cose semplicemente seguendo ciò che ci chiedeva il nostro corpo, stavamo benissimo, mentre adesso voilà… problemi su problemi, disturbi su disturbi, malattie su malattie. Se ci va bene e non siamo seriamente malati e intossicati, abbiamo la fortuna di riprendere lo stile di vita che abbiamo sempre seguito e, a poco a poco, ritrovare salute ed energia. Se ci va male…

E a proposito di sedentarietà, di recente a Catania i medici dello sport si sono riuniti per il 34esimo Congresso nazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) lanciando un vero e proprio allarme: la sedentarietà è una malattia e andrebbe riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale come tale.

Secondo i medici dello sport, infatti, il Ministero della Salute italiano dovrebbe essere il primo al mondo a riconoscere la sedentarietà come patologia al pari di tumori, diabete e malattie cardiovascolari, per tanti motivi, in primis per via dell’estensione nazionale del fenomeno: l’Italia, infatti, è al 17esimo posto tra le 20 nazioni più pigre al mondo e al quinto posto nella classifica europea, superata solo da Malta, Serbia, Cipro e Regno Unito. Il Belpaese ha un indice di inattività del 54%, rispetto a una media ferma al 31%, con oltre 24 milioni di sedentari, ben il 42% della popolazione.

I più pigri risultano essere i ragazzi perché, una volta terminata la scuola, non trovano le attrezzature e gli spazi adatti, abbandonando di conseguenza l’attività fisica. Gli adulti fra i 30 e i 50 anni, invece, praticano attività sportiva come fattore di aggregazione o per seguire i consigli del medico. Insomma, le famose tre ore a settimana per stare apposto con la coscienza, farsi dire bravo dagli altri o svagarsi. Il tutto, per carità, utilissimo, ma che sicuramente non può esser definito “attività fisica”, non almeno se si è sotto i 70 anni.

La seconda sessione del congresso ha avuto come tema fondante il binomio donna e sport. Si è parlato del rapporto della donna con lo sport nell’attuale società contemporanea, degli effetti positivi che l’attività sportiva ha sulla salute della donna, sul suo equilibrio psico-fisiologico, sul mantenimento di un regolare ciclo mestruale, e sull’incidenza positiva che essa ha sul corpo femminile soprattutto in determinati periodi delicati della vita, quali l’adolescenza, la gravidanza e la menopausa.

Durante il congresso si sono tenute, inoltre, diverse letture magistrali, tra le quali quelle affidate al presidente del Censis Giuseppe de Rita su “Il valore sociale della medicina dello sport”, al professore Michael Sagner, presidente della European Society of Lifestyle Medicine, su “Prove scientifiche a sostegno dell’importanza della prescrizione di attività fisica nei soggetti sedentari”, e l’intervento di Cristina Alberini (New York University) su “Esercizio fisico, cervello e mente”.

Diversi studi, infatti, hanno ormai dimostrato come la sedentarietà riduce la neuroplasticità e le dimensioni dell’ippocampo e favorisce l’invecchiamento dei telomeri, sequenze di DNA considerate l’“orologio biologico” delle cellule. L’attività fisica, invece, stimola l’effetto neuroprotettivo, con migliori risultati in termini di apprendimento; ed è proprio per tale motivo che lo sport è necessario tanto per i più giovani, quanto per la terza età.

La sedentarietà, quindi, incide negativamente sul mantenimento e sullo sviluppo dell’attività cognitiva e, in una società in cui le malattie croniche aumentano a livello esponenziale, è evidente l’importanza del medico dello sport, sia a livello professionistico, che amatoriale; perché “il movimento fisico va prescritto come terapia, al pari di un farmaco, nella giusta dose individuale”.

Fra i tanti interventi tenuti al congresso, quello del Prof. Novelli, Magnifico Rettore dell’Università di Tor Vergata, su “Test genetici nella prevenzione della morte improvvisa”, sottolinea come grazie ad azioni specifiche e coordinate sarà possibile evitare più di 30 milioni di morti premature entro il 2015, il 50% delle quali negli under 70; un obiettivo, questo, di grande importanza, soprattutto considerando come secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i decessi per le non communicable diseases aumenteranno del 17% in 10 anni.

Il messaggio scientifico, rivolto dai medici dello sport al Ministero della Salute, chiede il riconoscimento della sedentarietà come patologia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e l’organizzazione di un percorso coordinato tra Ministero della Salute e FMSI, al fine di incentivare e coadiuvare la pratica sportiva divenuta oramai vitale per la società. Se il messaggio verrà accolto da un Ministro della Salute, quale Beatrice Lorenzin, quello tra Ministero della Salute e FMSI si prospetterà un cammino unico al mondo nel suo genere, con dei risvolti positivi anche in un’ottica di politica economica-sanitaria del nostro Paese.

Cosa pensa di tale messaggio la sottoscritta? Pienamente d’accordo con i medici dello sport. Come pensa si concluderà la questione? Naturalmente, e purtroppo, con un nulla di fatto: il Ministero della Salute non accetterà mai, semplicemente perché il business farmaceutico andrebbe in pezzi. E questo mercato “di convenienza” mascherato da “servizio comunitario”  ha, naturalmente, molto più importanza della nostra salute reale. L’avrà sempre.

Di fronte a tali dati, conviene farci due conti. La sottoscritta se li è fatti, mai come in questi ultimi due anni, in cui ha visto volatilizzarsi la piena salute che ha sempre avuto. E sì, è per questo motivo che la questione del FMSI ad oggi mi tocca personalmente. E no, non ho 50 anni, neanche 30 per l’esattezza, anche se ci sono vicina. Sono solo passata da uno stile di vita attivo, in cui seguivo ciò che chiedeva il mio corpo, ovvero tanto movimento, zero medicine e zero medici (anche perché, a parte un raffreddore ogni tanto, non prendevo più neanche la febbre da anni), ad una quotidianità che, a quanto pare, il corpo non ha minimamente apprezzato: i riscontri negativi si sono visti e il prezzo che sto pagando in termini di salute, vi assicuro, non è basso, ma, per mia fortuna, il “danno” almeno è reversibile.

La “scelte costrette” della vita esistono, soprattutto quando c’è di mezzo il lavoro. Ma – diversamente da quanto spesso vogliano farci credere molti (non tutti, ma molti) medici -, ogni corpo è diverso da un altro e ciò che non fa male a qualcuno, per un altro può essere letale. Se tali scelte non vanno a genio al nostro corpo, lui i segnali ce li manda, prima piccoli, poi grandi. Beh… a quel punto sta solo a noi decidere

  • se certe scelte valgano davvero il costo della nostra salute
  • se impuntarsi di voler fare un certo stile di vita, nonostante il corpo più volte ci abbia dimostrato quanto questo non faccia al caso suo, ne valga la pena

 

  • se il soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di noi a scapito del nostro benessere e, di conseguenza, della nostra felicità, abbia davvero un senso.

O se invece, prima, con meno “costretta o scelta ma comunque eccessiva sedentarietà”, con meno medici e medicine, stavamo meglio. Davvero molto meglio.

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Una donna non nasce cattiva, stronza o malefica.

Nessuna donna sana di mente brama il potere al punto tale da far male a qualcuno, perché ogni donna è biologicamente figlia e madre.

Perché ogni donna può dare la vita. Perché ogni donna è guidata dalla vita.

Una donna stronzamalefica è solo una donna ferita.

Prima di far soffrire qualunque donna, prima di giudicare qualunque donna, pensiamoci.

Pensiamo a nostra madre, a nostra sorella, a nostra figlia e, se siamo donne, pensiamo anche a noi stesse.

Una donna è ottimista di natura, le piace sorridere, le piace far sorridere, dà fiducia.

Ma se qualcuno tradisce la sua fiducia, prima o poi, la ruota girerà e i suoi errori gli si ritorceranno contro.

Ogni donna sa cosa significa cadere, ritrovare la forza, rialzarsi da sola.

Per amore del bello.

Per amore del sorriso.

Per amore dell’amore.

Per amore della vita.

 

Maleficent, ogni donna ha le sue ali

Perché cancellarsi da Facebook? Quando è il caso di congelare o disattivare il proprio account dal famoso social network?

Qualche giorno fa ho disattivato il mio account su Facebook. L’ho fatto dal giorno alla notte, così, senza pensarci troppo. In realtà l’ho solo congelato: volendo, basterebbe semplicemente un accesso normalissimo per ritornare sulla piattaforma. Ma io al momento non voglio, sto benissimo così :).

Non sono andata via dal social network per eccellenza perché reputo sia un male per l’umanità o cose del genere: ho gestito pagine Facebook, ho fatto una tesi sperimentale analitica con e grazie a questo mezzo social e le mie previsioni di allora, fondamentalmente, si stanno avverando: realtà aumentata, acquisti di altre applicazioni di messaggistica,  più visibilità al multimediale, più pubblicità, una lotta forsennata contro Google, un EdgeRank sempre più performante oramai molto vicino all‘intelligenza artificiale.

Tutto questo non è un male, ma è e sarà sempre più un bene esclusivo per le aziende, non per il networking. Ed è e sarà, naturalmente, una strategia di business perfetta soprattutto per l’azienda Facebook stessa: Zuckerberg è furbo, fa quello che fa con cognizione di causa e per un chiaro desiderio di onnipotenza economica. Ma quest’ultima questione meriterebbe una riflessione argomentata più ampia, precisa e tecnica, quindi mi fermo qui, magari dedicando un post futuro esageratamente apocalittico sul “che cosa fa Zuckerberg con i nostri dati e perché “:).

Il punto è che FB, quando è nato, era un mezzo per entrare e tenersi in contatto con vecchie e nuove conoscenze; informarsi; condividere interessi; conoscere nuove persone con gusti affini ai nostri; scoprire nuove aziende in linea con le nostre passioni. All’inizio era un gioco divertente. Un gioco che è diventato via via  anche utile, sia alle persone che alle imprese, piccole o grandi che siano. Utile per organizzare velocemente eventi, per contattare al volo qualcuno, per il passaparola, per raccogliere in un unico posto tutto ciò che ci interessa o che facciamo/produciamo e averlo a portata di click senza perdere tempo con ricerche browser.

Interazione, scambio, immediatezza e affinità: era un mix perfetto!

All’inizio la bacheca era piena di cose interessanti. All’inizio, in sostanza, sulla bacheca, gli affari tuoi e quelli degli altri erano, in un certo senso, un plus e non un diktat all’ordine del giorno. Oggi è vero il contrario.

Il problema non è del mezzo FB, ma dell’uso che la gente ne fa. E tra certa gente, quest’anno, mi ci metto anche io.

Per svariati motivi,  mai come quest’anno sono stata così tanto al computer e, peggio, su FB: il punto è che se prima, non appena concludevo quello che dovevo fare al pc, mi alzavo e facevo altro, nel 2013 – 2014 la mia pausa era diventata “automaticamente” Facebook.

Automaticamente… che brutta cosa!

Quindi, mi sono cancellata, e questi sono i motivi (personali e criticabili, ma tant’è):

1- Facebook è un’abitudine

Collegavo il cell per cercare un articolo o qualcos’altro e l‘icona di FB in automatico veniva cliccata. Perché? Boh, era un’abitudine. Anche al pc per lavorare o cazzeggiare mi veniva automatico aprire Facebook. “Cioè” – ho pensato –” io sono un essere umano che si è lasciato automatizzare da una pagina web blu?” Ma che cazzata! E no, la scusa del così fan tutti, non regge. Chissenefrega cosa e come fanno gli altri!

2-Facebook è noioso e ti fa perdere tempo

Sì, nelle ultime settimane mi sono resa conto che nonostante accedessi per abitudine, scorrevo la bacheca velocemente  alla ricerca di notizie interessanti, anche futili, per carità, come moda, musica e film e non solo articoli scientifici o giornalistici, ma… ma prima di trovare qualcosa di decente passavano minuti e minuti, ore ed ore! Scrolli, scrolli sbuffando fra i tremila cavoli degli altri, fatti di status e foto che, diciamocelo, “sti cazzi”, e inevitabilmente perdi una marea di tempo. Trovare una notizia, un evento interessante, dovrebbe essere facilitato dalla bacheca di Facebook. Lo era, ora non più, per via delle innumerevoli foto di cibi, selfie vari, pensieri personali. Che palle! 

3-La chat di Facebook è inutile (a meno che non la usi per lavoro)

Per sentirmi a distanza con le persone care e per me più importanti uso Whatsapp e, in realtà, da qualche giorno non lo uso neanche più di tanto o, almeno, non per chiacchierare: mi annoia farlo scrivendo quattro cazzate e non, invece, parlando. Al massimo, per comunicazioni serie o ludiche uso skype o alzo il telefono e chiamo o se si può ci vediamo per un caffè. Quindi… a che mi serve la chat di FB? A niente! Oltretutto, mi dà pure fastidio come la gente ti contatti solo perché vede un pallino verde e vuole ammazzare il tempo chiedendoti dei cazzi tuoi, a maggior ragione se non posti praticamente nulla da secoli. –.–‘ Scusate ma che dinamica “sociale” è? Che palle! No grazie!

4-La gente su Facebook è troppo egoriferita

Mi sono altamente rotta le palle di status quotidiani (quotidiani!) stile “dovremmo tutti”, “pinko pallino oggi si sente..”, “oggi sono andata a…” e cambi di foto profilo continui. Ok, ognuno di noi sente il naturale bisogno di esprimere se stesso e far brillare il proprio ego, ma… c’è un limite a tutto! Io ci ho provato, davvero, ho provato a scrivere ogni tanto i miei pensieri, superficiali o meno. Dopo qualche minuto mi sentivo idiota perché mi ritrovavo a pensare “ma per quale motivo alla gente dovrebbe fregare dove sto, che sto facendo, cosa penso, se mi girano le palle o meno ogni fottutissimo istante della mia vita?”. Non ho trovato la risposta, quindi si vede, semplicemente, che non sono portata a fare il check in dei miei respiri.

5-Facebook è il trono della falsità e dell’esagerazione

Altro che Trono di Spade: è Facebook il regno della bugia onnipresente! Persone che dal vivo sparlano male di te, su Facebook ti fanno like (e se le cancelli apriti cielo –.–‘). C’è gente che ti chiede l’amicizia solo per farsi gli affari tuoi: ma… “se non ti vedo da anni e ci stavamo pure sul cazzo o, peggio, non ti ho mai visto in vita mia, allora spiegami per quale ragione dovrei aggiungerti su Facebook!? “ In più, non si sa come mai sul social sono sempre tutti felici! Ogni santissimo giorno hanno un qualcosa di entusiasmante da condividere: foto di avventure fantastiche attraversando la strada, riflessioni profonde copiate, fidanzati innamorati come non mai, foto di cibi, album di vacanze (Ma non c’era la crisi? Perché stanno tutti sempre in giro?), figli e madri stile mulino bianco; cuoricini a destra e a manca tra chi nella realtà si scanna e in ufficio attende la prima occasione per mettersi a vicenda i piedi in faccia; etc. Se vabbè… ciao core!

6-Facebook ti allontana dalle tue passioni reali

Essere famosi su FB è come essere ricchi a Monopoli, quindi, se non sei un personaggio dello spettacolo, se non lavori ad un certo livello nella comunicazione  o gestisci la pagina di un brand, allora non sprecare troppe energie per conquistare like e commenti: la verità è che inventarsi frasi e foto “d’effetto” per attirare l’attenzione della gente, favorire il dialogo e lo share, è divertente sì, (se ti pagano per fare quello oltre che, naturalmente, altre tremila cose); ma è anche e spesso estenuante, noioso e frustrante (si, lo è, chiedi ai social media manager!). Tu non sei costretto a farlo, rallegrati! Ti piace giocare a calcio? Ti piace ballare? Ti piace collezionare farfalle, mutande, francobolli? Ti piace creare bigiotteria? Ti piace andare in bici? Ti piace leggere? Ti piace saltare la corda? Insomma, hai sempre avuto una tua passione, un hobby personalissimo che ti fa stare bene,  ma ti sei reso conto che a “causa del troppo tempo passato su facebook” ora lo stai trascurando? Se sei sotto i 26 anni, probabilmente, il tempo da dedicare a te stesso e alle tue passioni lo trovi anche se stai continuamente a smanettare sul social. Quando arrivi ai 28, fidati, la storia cambia: a meno che tu non sia Bruce Wayne o Paperon de paperoni, a meno che tu non faccia l’attore, la modella o il cantante, ricordati che prima stacchi l’account (o semplicemente non vi accedi), prima riprenderai in mano la tua vita!

7-Facebook abbassa l’autostima, distrugge a poco a poco la tua vera personalità, azzera la tua vita sociale.

Se nella realtà hai sempre fatto le tue scelte personalmente stra-fregandotene del giudizio degli altri, per quale motivo dovresti lasciarti influenzare da quello che succede ora su Facebook? Eppure, più tempo passi sul social, più corri automaticamente il rischio che il continuo bombardamento di ciò che fanno e dicono gli altri, finisca per abbassare la tua autostima, portandoti a sottovalutartiomologarti alla massa o, peggio, a sentirti una persona sbagliata, fino a deprimerti. Sì, c’è questo rischio, pur nella consapevolezza che la maggior parte della gente spara una marea di minchiate per dimostrare di esser figo e/o felice. L ‘unica persona a cui devi dimostrare di essere figo e felice è te stesso, non il mondo. In quanto esseri umani siamo imperfetti, abbiamo difetti, vizi, e ossessioni, tutti quanti, chi più chi meno. L”umanità è proprio nell’imperfezione e nella varietà. Su facebook, invece, sono tutti uguali e perfetti. Qualcosa non torna. Per esempio, non ti è mai piaciuto andare al ristorante ma dato che tutti non fanno altro che andare dal cinese o dal messicano (passando il tempo a fotografare il cibo) allora lo devi fare pure tu. Ma chi minchia lo ha detto?! Te lo ricordi come era andare al mare senza dovergli fare una foto? Ti ricordi quante risate ti facevi nella metro quando non esisteva facebook? Ti ricordi come era quando per rilassarti o sfogarti facevi altro piuttosto che andare su facebook? Ti ricordi quanto ti piaceva ballare e fare la matta per ore ed ore prima di passarle su facebook quelle ore? Ti ricordi come era quando ci si scambiava i numeri di telefono e non facebook? Ti ricordi come era scoprire le persone a poco a poco raccontandosi e non sapere tutta la loro vita e i loro interessi guardando il profilo facebook? Beh, era bello.

 

Dopo la messa in onda del film premio oscar La Grande Bellezza, ieri sera e stamattina le nostre bacheche di Facebook pullulano di commenti e critiche inutili. Per carità, ognuno ha i suoi gusti, ma personalmente mi è stato insegnato che se critichi qualcosa o qualcuno devi, quantomeno, avere il buon gusto di argomentare.

E invece no, gli italiani, a quanto pare, siamo davvero abituati al blablabla privo di qualunque argomentazione.

Io non sono un’esperta di cinema, seppur ho studiato qualcosa all’università, ma  tutto questo schifo e questa delusione che la gente spara a raffica sui social, sinceramente, non li ho visti.

Ieri sera, più per curiosità che per altro, ho seguito anche io il film premio oscar, in compagnia di una persona che, non solo è più grande di me, ma ne ha passate molte molte più di me nella sua vita.

A fine film, il “mio compagno di visione”, mi dice “Ma a me non è che sia piaciuto poi così tanto. Cioè. Mha. Non lo so. E a te?”

“Io penso che a te non è che sia piaciuto poi così tanto, cioè, mha, non lo sai, forse perché non è una storia: non ha una trama, non ha una narrazione sequenziale, non ha il filo logico tipico del racconto cinematografico a cui siamo abituati. Però, pensaci, ti ha fatto riflettere?”

“Si, tanto. In molte scene mi annoiavo e stavo per addormentarmi, ma i pensieri del protagonista mi hanno tenuto sveglio”.

E’ proprio questo il punto, secondo me: il pensiero. La Grande Bellezza non è una storia, credo sia un modo di vedere e sentire la “realtà” che abbiamo intorno. Un punto di vista non può essere bello, brutto o passabile. Un modo di vedere e sentire la realtà, semplicemente, “è”.

Ok, nel film c’è anche la decadenza di Roma e dell’Italia di cui, certo, non possiamo andar orgogliosi. Ma… se decontestualizzassimo? Questa decadenza, questa pochezza umana, questo non trovare un senso alla messa in scena della vita, dopotutto, non è ovunque?

Ne La Grande Bellezza, di fronte alla grande messa in scena quale è la nostra vita, tutto è velato: l’amore, l’amicizia, la paura, la morte, la malattia, il sesso, la famiglia, la religione, la chiesa. Tutto è un trucco. Perché la vita è un trucco. Il trucco è nascosto, non è mostrato, altrimenti, si perderebbe il gusto della messa in scena, il “gusto” del bello, il gusto della vita.

Non esiste una sola scena diretta: non c’è sorpresa, non c’è azione, tutti gli aspetti della vita umana di cui sopra non vengono mostrati per quello che sono (o che noi siamo convinti che siano). Perché, in realtà – o nella irrealtà -, le esperienze della vita umana “non sono”: siamo noi ad attribuire loro un significato sulla base del nostro sentire, delle nostre esperienze, delle nostre emozioni.

Nessuna scena esplicita di sesso, nessuna scena esplicita di morte, nessuna scena esplicita di famiglia, nessuna scena esplicita di amore. Il regista getta l’amo e lascia al pubblico la possibilità di immaginare, di interpretare, di riflettere, di pensare, di avvicinarsi al proprio sentire. Il protagonista è un tutt’uno con il proprio sentire, è confuso dal proprio sentire, perché pensare e sentire ci confonde. L’unica cosa che fa, senza alcuna arroganza di voler insegnarci qualcosa, è cercare di condividere questa umana confusione con noi, noi che siamo nient’altro che attori e pubblico della nostra stessa vita.

Quando non vediamo l’azione in maniera esplicita, siamo, in quanto esseri umani, portati a pensare di più, a riflettere di più, perché non abbiamo l’immagine “cotta e mangiata” a cui attaccarci indissolubilmente. Quando leggiamo un libro, per esempio, di concreto di fronte ai nostri sensi abbiamo solo le parole: l’immagine ce la costruiamo da soli e, ogni immagine costruita da ogni persona nella propria testa, è e sarà sempre differente da quella di ogni altra persona. Questo succede semplicemente perché siamo tutti diversi, unici, nonostante ci atteggiamo, nella quotidianità della nostra vita, ad interpretare maschere stereotipate. Lo facciamo tutti, lo fa anche il protagonista. Lo facciamo per adattarci, per non pensare troppo al senso che non vediamo. Per non pensare troppo a quella grande bellezza che cerchiamo costantemente e che mai troveremo totalmente nella vita. 

Non a caso, il protagonista è uno “scrittore” e giornalista. Le parole sono il suo sentire.

La Grande Bellezza

L’immagine data è rappresentazione oggettiva, per quanto possa scaturire dal pensiero soggettivo di chi la ha creata. Quell’immagine che, invece, rimane immaginata, semplicemente è, perché la sua interpretazione resta “pienamente” compresa e in-compresa solo dal nostro personale pensiero.

Non so se l’oscar sia meritato o esagerato, perché non sono un’esperta del settore. L’unica cosa che mi sento di dire è, semplicemente, bravo Sorrentino. E grazie.

PS Roma e il mare, comunque, sono bellissimi :).

Prendete l’estate finalmente iniziata, con il suo sole cocente, le passeggiate sulla sabbia sottile, le nuotate e le relative immersioni nei fondali marini, a dir poco splendidi, seppur non atlantici ma ionici;

Aggiungete una spiccata opposizione d’animo al principio – nonché canzone – “per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” e rendetelo concreto (ovvero, cambiate spiaggia e cambiate mare!);

Mescolate il tutto con una buona dose (a piacimento) di ottimismo, leggerezza e taanta crema solare (sì, anche quella, io mi sono ustionata ;)).

Non esiste un risultato unanime e globale a questa ricetta; tuttavia – e il più delle volte – ciò che ne vien fuori non delude affatto. Anzi: nuovi incontri, nuove persone, nuovi punti di vista e, anche, discorsi “strani ma veri” imbastiti tra un bagno rinfrescante e un caffè rigenerante, un sorriso inaspettato e un tramonto tanto atteso.  Chiacchiere che nascono spesso da prese in giro, cazzate e dinamiche da flirt. Eppur, questi blateramenti, tanto inutili e futili non sono; soprattutto se ti regalano quella sensazione di empatia che, nonostante non faccia mai male, in un preciso momento a te sembra la cosa più giusta al momento più giusto: la scintilla necessaria a trasformare il flebile fiammifero della tua testa in un fuoco finalmente attivo e propositivo

Esser giudicati o giudicare sono solo dinamiche di abitudini conformiste sociali create sulla base del fatto che nulla è certo per l’esser umano: l’importante è capire chi sei e cosa vuoi e, nel caso in cui dovessi smarrirti o condizioni esterne arrivassero a mettere in dubbio la passione  – nel senso più ampio del termine – che ti fa vivere ed esser unico per quello che sei, allora, in quel caso, devi rianalizzare il te stesso “passato”, capire cosa faceva di te quello che eri – e che, in fin dei conti, sei ancora – e riavvicinarti, concretamente, a tutte le attività, i pensieri, che ti facevano star bene proprio perché parti indissolubili e uniche della tua persona.

Per il resto, puoi essere un punk, un manager, un nullafacente, un giornalista, un medico, un professore, un barista, un copywriter, un barbone, un fancazzista, un attore; puoi esser sessualmente disinibito come inibito; puoi esser sportivo o pigro; puoi esser vegetariano o carnivoro o alcolizzato o astemio o solo acqua rocchetta/uliveto.

Puoi esser quel che ti pare: impeccabile al lavoro, pazzo nel privato; serio nei discorsi pubblici, sboccato con gli amici. Oppure puoi esser tutto questo, ma… al contrario, sì, anche, d’altronde, chi te lo vieta? Tutti giudichiamo, tutti siamo giudicati, chissenefrega. Chi vive e lascia vivere, fondamentalmente, è colui che vive meglio, non necessariamente economicamente meglio, ma serenamente meglio.

Se ricordi sempre chi sei, non ti perderai mai definitivamente, perché se sei in pace con te, leale con te e quello che vuoi e ti piace, le risorse ce l’hai, sempre.”

Non è il Re Leone che parla a Simba dal cielo stellato :), anche se scrivendo il titolo, effettivamente, mi è tornato alla mente il famoso cartoon Disney. Non c’erano neanche le stelle, ma un sole terribilmente caldo e lui è uno studente di medicina con la passione per l’antropologia.

Il suddetto discorso, da me moolto apprezzato, è iniziato, appunto, con una sua riflessione scherzosa, oltre che – a parer mio – molto poco scientifica, eppur, a parer suo, documentata: “i buchi alle orecchie delle donne in passato, e ancor oggi in alcune tribù, sono la rappresentazione dell’inibizione sessuale; quindi, maggiore è il numero di buchi alle orecchie di una donna, più ella  è – contrariamente a  quanto si possa pensare – inibita sessualmente“. (Io ho cinque buchi Ahahah :D!)

Ok, non nascondo come questa cosa mi abbia fatta sorridere, soprattutto perché detta con convinzione da un uomo di scienza con la passione per l’antropologia che, seppur possa esser definita una scienza sociale, non è, a parer mio, concretamente riscontrabile e verificabile al cento per cento. Non metto in dubbio come, probabilmente in passato, i buchi alle orecchie potessero  assumere tale significato, anzi: dopotutto l’antropologo è lui, sarà ben documentato a tal proposito immagino. Tuttavia, quest’affermazione mi ha fatto sorridere anche perché, diciamolo, oramai tutte noi donne abbiamo i buchi alle orecchie, chi più chi meno, e li facciamo… per il semplice fatto che esistono meravigliosi orecchini da indossare! (e quindi, se proprio la vogliamo guardare in un’ottica antropologica, questi sono chiari ornamenti fisici; ipoteticamente elementi simbolici utilizzati direttamente per piacersi e indirettamente per piacere, generando – dunque 🙂 – attrazione da parte dell’altro sesso).

Sono stata a Ravenna e ne sono rimasta affascinata!

L’occasione fa l’uomo ladro e, quindi, nonostante non sia partita con l’intenzione di farmi un giro turistico, alla fine ne ho approfittato ugualmente e mi sono messa, mappa alla mano, a gironzolare qui e là.

Ravenna non è solo la città del mosaico, c’è molto di più: biblioteche fornitissime raggiungibili a piedi o in bicicletta; antichi giardini sempreverdi bellissimi in cui la gente sosta leggendo all’ombra, chiacchierando o prendendo un gelato; monumenti storici degni di esser visitati e, soprattutto questa estate, è stra-piena di eventi, come mostre e corsi di fotografia, cinema all’aperto, reading spettacoli teatrali.

Non sono cattolica ma non potevo certo saltare anche la classica visita alla tomba di Dante e ai giardini francescani.

Aldilà, però, del tangibile culturale offerto, posso dire che in pochi giorni Ravenna mi ha conquistata soprattutto per l’atmosfera rilassata e sociale di cui è invasa: qualsiasi persona di qualsiasi età si sposta in bicicletta; di macchine e autobus se ne vedono pochissimi, tanto che camminando devi star attento a non tagliare la strada ai ciclisti – cittadini :); la gente del posto si incontra tra una passeggia e l’altra, tra una commissione e l’altra; studenti, visitatori, lavoratori, bambini e anziani si mixano alla perfezione tra chiacchiere e saluti (sempre e rigorosamente in bici o a piedi :)).

Per un’amante della bicicletta come me tutto ciò è uno spettacolo meraviglioso!

Dopo esserci stata dal vivo capisco perché Ravenna è ad oggi candidata capitale europea della cultura!

Ieri ho camminato più ore di seguito di quanto non faccia di solito, causa festa del paese, ergo: giostre, bancarelle, gente, fuochi e palco in piazza con pseudo musicisti e pseudo cantanti impegnati ad improvvisare pseudo cover di pseudo rock (vedi Vasco –.–‘). Risultato: mi sono resa conto che, in realtà, durante la giornata non muovo abbastanza il piede malandato: quattro ore in piedi a far su e giù hanno irrimediabilmente procurato un dolore lancinante ai miei metatarsi e alla mia caviglia.

Mio fratello e i miei amici mi guardavano sorridendo dolcemente, cercando di distrarmi e farmi godere la festa. Ma… come fai a divertirti quando un piccolo passo ti percuote il cervello con una scarica di dolore che ti piega in due? Ieri sera, la festa, non me la sono goduta per nulla, anzi, era come se fossi in un altro mondo: fisicamente per le strade allegre del paesino c’ero pure io certo a passeggiare con la massa e sorridere e annuire etc; ma con la testa chissà dove ero.

Avevo il mio bel vestitino estivo nero con le ruches che mi piace tanto; mi ero truccata il poco che basta per risaltare l’abbronzatura e, naturalmente, indossavo i miei bellissimi e comodissimi sandali etnici rigorosamente piatti. Ma… ero il silenzio fatto persona, ed io per natura parlo, parlo pure troppo a detta di molti! Il punto è che i miei sensi percepivano il massimo del “reale” e reagivano a dovere, ma il mio cervello credo stesse passeggiando nell’irreale socio/antropologico. O forse nell’irreale del punto interrogativo perenne.

Mi ricordo tutto perfettamente come se lo stessi vivendo ora: i suoni delle giostre, la musica della pseudo band e il chiacchiericcio delle persone assatanate di socialità, le luci soffuse delle bancarelle e quelle brillanti dei fuochi d’artificio, io che rispondevo alle domande, ricambiavo un saluto, un sorriso, mi provavo un braccialetto. Ricordo perfettamente ogni singola parola delle conversazioni fatte nella compagnia o con chi si fermava a parlarti come la buona società vuole che si faccia anche se, probabilmente, a più della metà non gliene frega una emerita ceppa se stai bene, che fai e che non fai. Ricordo il sapore della crema al limoncello ghiacciata che mi rinfrescava gola e anima.

Ma ricordo molto bene anche come, più passavano le ore, più il mio piede si intorpidiva di dolore e, nonostante mi limitassi a zoppicare e probabilmente a storpiare con smorfie di leggera resistenza il mio viso, non ho mai fiatato riguardo lo stato penoso in cui mi trovavo.

Dovevo resistere. E ho resistito, ma, mi sa che per farlo la mia mente si è vista costretta ad adottare la tattica dell’estraniazione: la bipolarità mentale… esiste? Bho. In sostanza, voi sapete come si chiama quello stato in cui ciascuna cosa che vedi, senti, assapori, odori e chi più ne ha ne metta ti porta a pensare a tutt’altro rispetto a quello che semplicemente è? Io non lo so, non sono mica una psicologa, ma provvederò a chiederlo a qualche amico del settore.

La crema al limoncello, per esempio, mi ha riportato alla mente il ricordo di una serata di qualche anno fa in cui camminavo leggiadra saltellando e sorridendo: era estate, ero nel mio paesino di nascita come lo sono adesso, era festa e indossavo un vestito bianco, ero pienamente concentrata su ciò che stavo vivendo e le riflessioni esistenziali quella sera in cui mi stavo palesemente divertendo con “ciò che semplicemente è” non avrebbero potuto mai e poi mai attraversare il mio cervello. Che cosa c’era di diverso da allora? Era il dolore al piede che mi aveva cambiata? Era il fatto che prima possedevo il pensiero che, passata l’estate, sarei tornata nella capitale? Ero innamorata? Ero semplicemente più ottimista nei confronti del mondo perché possedevo la facoltà di fare due cose semplici e belle, camminare e ballare? Non lo so.

Le persone: ragazzine non ancora maggiorenni vestite per una piccola festa di paese come se stessero andando in discoteca con abiti fascianti e tacco quattordici con tanto di plateau; tante ma davvero tante coppie che si tengono per mano silenziose e che guardano il vuoto o mangiano un gelato seduti per ore ed ore senza proferir parola tra loro; una marea di gente sotto il palco a cantare canzoni di Vasco anche se Vasco a loro non piace o forse sì ma solo perché piace a tutti; ex piccole compagne di giochi che si son sposate, non hanno studiato, hanno una bambina in braccio e con cui gentilmente cerchi di chiacchierare ma ti rendi conto quanto non avete più nulla in comune perché mentre lei ha fatto un bambino tu hai lavorato e ti sei presa due lauree e sei andata a bere e fumare in quel di San Lorenzo.

Tutti felici e gentili con chiunque, perché ci sono le luci, c’è la festa!

Il tuo piede dolorante e la tua mente temporaneamente bipolare allora ti suggerisce (bastarda?!): “cara, chiediti, perché? Perché tutto questo?” Mi sembrava di esser in una commedia teatrale. Mal recitata però. Con l’aggravante di non aver ancora capito se anche io facessi parte della rappresentazione o piuttosto fossi uno spettatore, o entrambi.

Ad un certo punto ricordo anche di aver pensato “Voglio avere per fidanzato Pirandello. Oppure no, meglio Heidegger!”

Al terzo giro di crema al limoncello ho pensato che forse, oltre al piede, era anche l’alcool a inondarmi la testa di domande sceme. Perché noi esseri umani nella quotidianità non ci filiamo poi così tanto e durante le feste tutti dobbiamo rigorosamente assumere un atteggiamento socialmente attivo e proattivo nei confronti del mondo? Che senso ha?

Ho pensato anche di essere io l’anomala in tal senso, perché spesso mi capita di vivere la dinamica opposta: nella quotidianità mi ritrovo a chiacchierare con chiunque, sconosciuti, barman, commesse, anziani, bambini, gente incontrata per strada, alla posta, nella metro, al mare. Succede che tra una cosa e l’altra mi raccontano i fatti loro e, sinceramente, non mi dà affatto fastidio, anzi, è piacevole.

Succede che ci si scambi pareri, emozioni ed esperienze a vicenda senza alcun fine, senza alcuna necessità conformista di voler dimostrare alla società quanto siamo bravi a rispettare la convenzione e l’etichetta. Ecco: questo genere di socialità è quella che preferisco, perché mi pare molto più umana e molto meno costruita.

E’ una boccata di aria fresca in un mondo di profumi chimici, e lo è indipendentemente dalla natura positiva o negativa del discorso di turno fatto.

Comunque, dato che la causa scatenante di tutto questo riflettere probabilmente inutile  – e non solo – è stato il dolore al piede, ho deciso di impegnarmi seriamente. E quando dico impegnarmi seriamente non intendo solo limitarmi alla fisioterapia, magnetoterapia, laser-terapia, andare in bicicletta e nuotare: senza alcun dubbio son tutte cose che mi fanno bene, ma io devo ri-abituarmi a fare la cosa più semplice ma a quanto pare per me ultimamente più difficile al mondo: camminare.

Camminare, però, non per pochi minuti, ma per ore di seguito, sforzandomi a sopportare il dolore. Oltretutto ad agosto avrei una gara di nuoto e mi piacerebbe poter ritornare a danzare come una volta, perché quello sì, per me, è adrenalina pura, felicità e gran divertimento. Dopotutto, con un obiettivo piacevole all’orizzonte la resistenza che ho sempre avuto nello sport dovrà per forza di cose ritornare in me, permettendomi di battere e controllare questo stupido piede molliccio ;).