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sedentarietà patologia  Congresso FMSI 2014

Siamo un paese di sedentari e come tale ci ammaliamo sempre più e sempre più gravemente. Si sà che la sedentarietà nuoce profondamente alla salute ma, nonostante tale consapevolezza, l‘attività fisica o, comunque, una vita “attiva”, viene relegata ormai dalla maggior parte delle persone solamente alle canoniche “tre ore a settimana di palestra”. Tre ore a settimana… cosa sono tre ore a settimana se le rapportiamo a tutto il tempo passato lavorando davanti a un computer, fermi sui mezzi (o ad attenderli!) o, peggio, barricati in automobile? Niente, tre ore a settimana di attività fisica non sono niente!

La maggior parte di noi non si accorge del male che si sta facendo, semplicemente perché i danni, quelli, non si vedono subito. Molti disturbi si sviluppano e crescono silenziosamente, nei mesi e negli anni. Poi, quando un bel giorno ci si sente male, ci trovano una malattia, un cancro o quant’altro, ci disperiamo urlando “Perché proprio a me? Non è giusto”. Ma giusto cosa? Ciò che siamo non dipende da un’ipotetica volontà divina, ma da quello che facciamo. Se decidiamo che il lavoro è la nostra assoluta priorità, il che è sacrosanto soprattutto di questi tempi e con questa crisi, ma poi ci ritroviamo a non pensare ad altro se non che ad aumentare costantemente la nostra competitività professionale, beh… allora succede, soprattutto se è un lavoro molto sedentario, che ci dimentichiamo totalmente del nostro corpo. Un corpo che in quanto tale è nato per muoversi.

Gli uomini e le donne delle caverne morivano prima di noi, ma non per malattie metaboliche, cardiovascolari, reumatiche o articolari. E raramente per tumori al cuore o al cervello. Morivano prima perché conducevano una vita senza tutte quelle magnifiche invenzioni che ci hanno permesso di sopravvivere di più: i vestiti, i prodotti igienici e disinfettanti, le case solide con riscaldamento e luce. Morivano infettati da qualcosa o sbranati da qualche animale, morivano per una semplice polmonite o un piccolo virus non curabile data l’inesistenza di appositi vaccini.

Tuttavia, non si ammalavano certo per “loro stessa mano”, come invece facciamo noi, evoluti cittadini del mondo moderno. Non esisteva l’obesità, non esisteva la depressione, non esisteva l’alcolismo e quindi neanche la cirrosi epatica e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La verità è che loro conducevano una vita attiva in tutti i sensi, mangiavano solo quando avevano fame ed esclusivamente cibi presenti in natura, ovverosia animali, frutta e verdura e… stop! Niente cereali raffinati, niente schifezze industriali, nessuna sostanza chimica.

Non si tratta di voler tornare indietro, perché se siamo arrivati dove siamo è anche grazie alle piccole e grandi, funzionali o ludiche, invenzioni che l’uomo ha fatto in più settori. Non si tratta nemmeno di rinunciare completamente ad aperitivi, videogame e compagnia bella. Non sarebbe vita, siamo d’accordo. Si tratta, semplicemente, di continuare ad usare il buono che abbiamo ottenuto riprendendoci, però, il buono che abbiamo perso per strada, impegnati come eravamo ad attrezzarci del miglior cellulare di ultima generazione.

La verità è che molti medici invece di prescrivere medicine su medicine potrebbero, davvero in molti casi, mandare semplicemente il loro paziente da un medico dello sport, un professionista del corpo, che prescriverebbe, proprio come un farmaco, un percorso di attività fisica ideale e personalizzato sulla base dell’età, le problematiche, i gusti del soggetto. Ma no, questo non succede e la ragione è abbastanza chiara: se i medici adottassero tale comportamento, non solo il loro lavoro diminuirebbe drasticamente, ma soprattutto il business dei prodotti farmaceutici andrebbe a farsi benedire.

Il bello – o il brutto – è quando queste convinzioni, che abbiamo sempre avuto e da cui ci siamo sempre fatti guidare, ci vengono confermate dall’esperienza. Quando un brutto giorno per un problema o per un’altro – solitamente non molto grave – decidiamo di dare troppo retta ai medici e di continuare a farlo per troppo tempo. Finché non ci rendiamo conto che prima, quando – e se – facevamo le cose semplicemente seguendo ciò che ci chiedeva il nostro corpo, stavamo benissimo, mentre adesso voilà… problemi su problemi, disturbi su disturbi, malattie su malattie. Se ci va bene e non siamo seriamente malati e intossicati, abbiamo la fortuna di riprendere lo stile di vita che abbiamo sempre seguito e, a poco a poco, ritrovare salute ed energia. Se ci va male…

E a proposito di sedentarietà, di recente a Catania i medici dello sport si sono riuniti per il 34esimo Congresso nazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) lanciando un vero e proprio allarme: la sedentarietà è una malattia e andrebbe riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale come tale.

Secondo i medici dello sport, infatti, il Ministero della Salute italiano dovrebbe essere il primo al mondo a riconoscere la sedentarietà come patologia al pari di tumori, diabete e malattie cardiovascolari, per tanti motivi, in primis per via dell’estensione nazionale del fenomeno: l’Italia, infatti, è al 17esimo posto tra le 20 nazioni più pigre al mondo e al quinto posto nella classifica europea, superata solo da Malta, Serbia, Cipro e Regno Unito. Il Belpaese ha un indice di inattività del 54%, rispetto a una media ferma al 31%, con oltre 24 milioni di sedentari, ben il 42% della popolazione.

I più pigri risultano essere i ragazzi perché, una volta terminata la scuola, non trovano le attrezzature e gli spazi adatti, abbandonando di conseguenza l’attività fisica. Gli adulti fra i 30 e i 50 anni, invece, praticano attività sportiva come fattore di aggregazione o per seguire i consigli del medico. Insomma, le famose tre ore a settimana per stare apposto con la coscienza, farsi dire bravo dagli altri o svagarsi. Il tutto, per carità, utilissimo, ma che sicuramente non può esser definito “attività fisica”, non almeno se si è sotto i 70 anni.

La seconda sessione del congresso ha avuto come tema fondante il binomio donna e sport. Si è parlato del rapporto della donna con lo sport nell’attuale società contemporanea, degli effetti positivi che l’attività sportiva ha sulla salute della donna, sul suo equilibrio psico-fisiologico, sul mantenimento di un regolare ciclo mestruale, e sull’incidenza positiva che essa ha sul corpo femminile soprattutto in determinati periodi delicati della vita, quali l’adolescenza, la gravidanza e la menopausa.

Durante il congresso si sono tenute, inoltre, diverse letture magistrali, tra le quali quelle affidate al presidente del Censis Giuseppe de Rita su “Il valore sociale della medicina dello sport”, al professore Michael Sagner, presidente della European Society of Lifestyle Medicine, su “Prove scientifiche a sostegno dell’importanza della prescrizione di attività fisica nei soggetti sedentari”, e l’intervento di Cristina Alberini (New York University) su “Esercizio fisico, cervello e mente”.

Diversi studi, infatti, hanno ormai dimostrato come la sedentarietà riduce la neuroplasticità e le dimensioni dell’ippocampo e favorisce l’invecchiamento dei telomeri, sequenze di DNA considerate l’“orologio biologico” delle cellule. L’attività fisica, invece, stimola l’effetto neuroprotettivo, con migliori risultati in termini di apprendimento; ed è proprio per tale motivo che lo sport è necessario tanto per i più giovani, quanto per la terza età.

La sedentarietà, quindi, incide negativamente sul mantenimento e sullo sviluppo dell’attività cognitiva e, in una società in cui le malattie croniche aumentano a livello esponenziale, è evidente l’importanza del medico dello sport, sia a livello professionistico, che amatoriale; perché “il movimento fisico va prescritto come terapia, al pari di un farmaco, nella giusta dose individuale”.

Fra i tanti interventi tenuti al congresso, quello del Prof. Novelli, Magnifico Rettore dell’Università di Tor Vergata, su “Test genetici nella prevenzione della morte improvvisa”, sottolinea come grazie ad azioni specifiche e coordinate sarà possibile evitare più di 30 milioni di morti premature entro il 2015, il 50% delle quali negli under 70; un obiettivo, questo, di grande importanza, soprattutto considerando come secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i decessi per le non communicable diseases aumenteranno del 17% in 10 anni.

Il messaggio scientifico, rivolto dai medici dello sport al Ministero della Salute, chiede il riconoscimento della sedentarietà come patologia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e l’organizzazione di un percorso coordinato tra Ministero della Salute e FMSI, al fine di incentivare e coadiuvare la pratica sportiva divenuta oramai vitale per la società. Se il messaggio verrà accolto da un Ministro della Salute, quale Beatrice Lorenzin, quello tra Ministero della Salute e FMSI si prospetterà un cammino unico al mondo nel suo genere, con dei risvolti positivi anche in un’ottica di politica economica-sanitaria del nostro Paese.

Cosa pensa di tale messaggio la sottoscritta? Pienamente d’accordo con i medici dello sport. Come pensa si concluderà la questione? Naturalmente, e purtroppo, con un nulla di fatto: il Ministero della Salute non accetterà mai, semplicemente perché il business farmaceutico andrebbe in pezzi. E questo mercato “di convenienza” mascherato da “servizio comunitario”  ha, naturalmente, molto più importanza della nostra salute reale. L’avrà sempre.

Di fronte a tali dati, conviene farci due conti. La sottoscritta se li è fatti, mai come in questi ultimi due anni, in cui ha visto volatilizzarsi la piena salute che ha sempre avuto. E sì, è per questo motivo che la questione del FMSI ad oggi mi tocca personalmente. E no, non ho 50 anni, neanche 30 per l’esattezza, anche se ci sono vicina. Sono solo passata da uno stile di vita attivo, in cui seguivo ciò che chiedeva il mio corpo, ovvero tanto movimento, zero medicine e zero medici (anche perché, a parte un raffreddore ogni tanto, non prendevo più neanche la febbre da anni), ad una quotidianità che, a quanto pare, il corpo non ha minimamente apprezzato: i riscontri negativi si sono visti e il prezzo che sto pagando in termini di salute, vi assicuro, non è basso, ma, per mia fortuna, il “danno” almeno è reversibile.

La “scelte costrette” della vita esistono, soprattutto quando c’è di mezzo il lavoro. Ma – diversamente da quanto spesso vogliano farci credere molti (non tutti, ma molti) medici -, ogni corpo è diverso da un altro e ciò che non fa male a qualcuno, per un altro può essere letale. Se tali scelte non vanno a genio al nostro corpo, lui i segnali ce li manda, prima piccoli, poi grandi. Beh… a quel punto sta solo a noi decidere

  • se certe scelte valgano davvero il costo della nostra salute
  • se impuntarsi di voler fare un certo stile di vita, nonostante il corpo più volte ci abbia dimostrato quanto questo non faccia al caso suo, ne valga la pena

 

  • se il soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di noi a scapito del nostro benessere e, di conseguenza, della nostra felicità, abbia davvero un senso.

O se invece, prima, con meno “costretta o scelta ma comunque eccessiva sedentarietà”, con meno medici e medicine, stavamo meglio. Davvero molto meglio.

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C’è una grande differenza fra scienza e filosofia. Il filosofo non deve dimostrare le sue teorie, lo scienziato, invece, è tale se dimostra che la sua interpretazione è la sola possibile.

In Italia si sentono tutti scienziati, però non si capisce come è che stiamo affossati ogni giorno sempre più.

Non sono una scienziata, ma conosco la scienza perché l’ho studiata. Ho studiato anche filosofia e mi piace tantissimo, ma da lì a dire che l’interpretazione è scienza ce ne passa. Perché la filosofia è interpretazione e le interpretazioni sono infinite.

Essere circondati da saputelli a ‘na certa scoccia: Dio e Sapientino sono delle costruzioni umane, non sono scienza. Rilassatevi.

Pavlov non era uno scienziato, la sua era interpretazione, una delle tante interpretazioni possibili. Per quel che mi riguarda… stacca il collare al cane, poi ne riparliamo!

Chi si mette a filosofare sulla relazione mente-corpo dà semplicemente una sua interpretazione, non una prova scientifica e inconfutabile della realtà: se così fosse, avremmo risolto già da tempo tutti i problemi umani e la ricerca scientifica non avrebbe alcun senso.

Se è certo che il corpo umano ha delle basi chimiche, biologiche, biochimiche e fisiologiche indiscutibili, è altrettanto sicuro che non tutti funzioniamo allo stesso modo. Un esempio semplice e banale è l’alimentazione: dicono che la verdura e la frutta fanno bene, la carne rossa fa male e via discorrendo. Dicono… Chi? I medici? Te lo dicono perché anni di ricerca hanno portato statisticamente ad alcuni risultati. Alcuni, però, non è “l’assoluto”: non è la certezza scientifica “fino a prova contraria.”

C’è gente che vive fino a 100 anni mangiando solo proteine e non incorre in nessuna malattia. Come c’è gente che si nutre di sola frutta e verdura tutta la vita e si ammala di cancro. Tutto questo e il suo contrario succede. Non possiamo ancora spiegarne il perché, come facciamo, invece, con il funzionamento di un hardware o di un software. E, almeno personalmente, penso che non si arriverà mai ad una spiegazione assoluta su certe cose. Non siamo dei computer tarati in massa. Tutto ciò che ci accomuna sono gli istinti animali, per il resto siamo diversi. Perché non siamo solo un corpo, siamo anche una mente e, neuroni di qua, ormoni di là, esperienze su e giù, ci rendono unici.

Esistono esseri umani in cui la mente e il corpo si comportano come unità flessibili: collaborano, “parlano” fra loro, per il benessere individuale (occhio: individuale, non mondiale!), e non importa chi all’esterno dica cosa dovrebbe fare o non fare, quella mente e quel corpo sanno come far star bene se stessi, quando controllarsi, quando lasciarsi andare, quando fare team, quando fare da soli, etc. E soprattutto sono quegli esseri umani che non andranno mai a dire in giro “le mie teorie sono sacre, tu hai torto, devi fare e pensare ciò che penso io.”

Secondo la mia esperienza (non è una valutazione scientifica ma un’interpretazione statistica, naturalmente) la maggior parte delle persone che ha questo tipo di relazione fra la propria mente e il proprio corpo ha fatto o fa sport. Ciò non significa che queste persone non abbiano mai “momenti no” nella loro vita, anzi: semplicemente si rialzano da soli, con la forza di volontà e la pazienza, perché lo sport insegna questo: il dolore c’è e ci sarà sempre, quanto dura dipende solo ed esclusivamente da te, spesso “i limiti sono solo illusioni.”

E’ sempre una questione mente-corpo! Relazione sociale, relazione sentimentale, relazione sessuale, lavoro, alimentazione, sport, etc. La questione mente-corpo è tra le più studiate perché affascina gli uomini e non potrebbe essere diversamente: il fascino è là dove non si hanno certezze. Immagino sia fantastico studiare scientificamente la questione mente corpo ed è normale anche discuterne filosoficamente.

Bene: studiamola e discutiamola, è utile e splendido farlo. Ma, per carità, quando condividete il vostro pensiero/la vostra interpretazione, non fatelo come se fosse l’unica, una legge scientifica indiscutibile. Perché non lo è. Perché ciò che è vero e buono per voi, può non esserlo per qualcun’altro. Perché troverete sempre qualcuno, come la sottoscritta, che reagirà di fronte alla vostra sicurezza ed insistenza come di seguito:

  • la prima volta vi dice che c’è una grande differenza tra la filosofia e la scienza;
  • la seconda volta in cui provate a convincerla che la vostra è l’unica verità indiscutibile, vi sorriderà e vi dirà “ok”, solo per quieto vivere;
  • la terza volta vi sorriderà ancora e si infilerà le cuffie dell’mp3 nelle orecchie (nel mio caso una cuffia in un solo orecchio, perché da uno ci sento, pure triplo e mi basta. Mi avanza anche 🙂 !).

 

 

 

 

Mi è sempre stato simpatico Magneto. Sì, propri lui, il mutante della Marvel. Ho sempre pensato che la sua “dote” di controllare e manipolare il metallo e i vari campi magnetici fosse una delle più affascinanti. Oltretutto, il suo personaggio non è nato come il tipico supereroe buono, anzi: proprio grazie al suo continuo divenire – da criminale passando per antieroe fino a supereroe – è riuscito a trasmettermi più umanità rispetto a molti altri X-Men (o mutanti di turno).

Oggi ho iniziato a pensare a Magneto in un momento particolare: la mia seduta di magnetoterapia.

Parallelismo legittimo perché linguistico o pazzia mentale non so, ma tant’è 😉

Sinceramente, io neanche sapevo l’esistenza della magnetoterapia. Beata ignoranza la mia, ma, questa volta, beata davvero: si vede che non ho mai avuto bisogno di chissà quale particolare cura non essendomi mai rotta nulla o aver contratto chissà quale problema di salute. Oltretutto, odio le medicine, solo ibuprofene, ogni tanto, per alleviare qualche doloretto; mai l’aspirina perché la reputo peggio di una droga per l’organismo umano e raramente  – tipo ogni 3 anni – un antibiotico, quando proprio non ne posso fare a meno (vedi febbre a 41!). Mi rendo conto che questo mio esser antimedicinali è, forse, una fissazione – quale essere umano non le ha? -, ma mi sono sempre trovata bene così.

Tornando alla magnetoterapia: il terapista che mi ha visitata mi ha spiegato, con tanto di lastre alla mano, quanto sia assolutamente normale il dolore che ancora provo e il gonfiore al piede, perché, semplicemente, le fratture non si sono del tutto ricomposte e sopra ci sta un nervo che, usato, tende a peggiorare il tutto. Mi ha quindi consigliato di fare qualche seduta di magnetoterapia e laser-terapia. Io ho acconsentito, il medico è lui dopotutto.

Magneto

Nonostante abbia accettato, però, non nego quanto io sia molto titubante circa l’utilità effettiva di tale strumento fisioterapico. Senza dubbio male non può farmi o almeno spero. Tuttavia, informandomi, ho scoperto come praticamente non vi è alcuno studio, né italiano né nazionale o internazionale, che abbia dimostrato scientificamente la sua efficacia o, comunque, una sua qualche influenza tangibile sul processo di guarigione. Esistono diverse modalità e strumentazioni utilizzate nella terapia con i campi magnetici: da quelle piccole e portatili a quelle professionali; dalle fasce ai supporti rigidi. E’ una pratica utilizzata per alleviare varie problematiche indotte esternamente o auto-prodotte dall’organismo. La sua capacità è, in sostanza, quella di contribuire a riattivare e velocizzare la ricostruzione cellulare (ossea, muscolare, etc.).

Forse sarà utile, forse poco ma, sicuramente, è… noiosa! Magneto almeno se la spassava con i suoi super poteri 😉 . Per quel che mi riguarda, infatti, stare sdraiata su di un lettino con un arco nero sopra i piedi per mezz’ora è una palla, tant’è che, non potendo neanche utilizzare il cellulare/tablet causa scaricamento indotto dall’influenza dei campi magnetici, alla seconda seduta mi sono già portata un libro.

In realtà, credo che ritrovarsi sdraiati a guardare il muro, senza rumori o altro, potrebbe essere rilassante per molti. Probabilmente, però, per chi è stato fermo tanto tempo e ancora fa fatica a camminare, tutto ciò è semplicemente – e ancora – noioso: se proprio devo stare ferma senza far nulla preferisco andare al mare a prendere il sole!

Stessa cosa dicasi per la laser-terapia, con due aggravanti: non puoi leggere perché devi indossare degli occhialini protettivi e, almeno nel mio caso, devi stare stesa su di un fianco con la gamba che non abbisogna di cure reclinata sotto l’altra affinché il laser venga ottimamente proiettato sulla zona da trattare. Per fortuna un’ora va via in fretta e, gira e rigira, sfruttare il momento inerme per riflettere su cose utili e futili non è poi tanto male.

Però, devo ammettere che la mia noia forse è anche la diretta conseguenza di una piccola, infantile illusione, volutamente mantenuta tale nonostante la consapevolezza adulta: i troppi fumetti letti e film fantascientifici visti mi hanno, in sostanza, sempre portata ad immaginare questi famosi campi magnetici come qualcosa di straordinario. Luci, colori, movimenti, forza :). Sebbene sappia da anni oramai che purtroppo la realtà non è questa, la piccola delusione di vedere – o meglio non vedere – la mia fantasia alimentata da storie di carta e pellicola, bè, un po’ mi ha fatto effetto. Per fortuna esistono libri e cinema.

E’ proprio vero: quando una notizia, di qualunque tipo essa sia, tocca questioni che ti riguardano in prima persona, allora è inevitabile emozionarsi, anche un po’ troppo. Ma, alla fine, dove sta scritto che ci debba essere un filtro razionale e/o limite causale all’intensità delle nostre emozioni?

Oggi, immediatamente dopo aver letto un articolo online, mi sono ritrovata a urlare – letteralmente – “oolè”! Neanche avessi vinto alla lotteria :).

Qual è stata la lieta novella che mi ha fatto fare i salti di gioia (almeno metaforicamente, dato che rimango pur sempre ancora gessata ;))? Ebbene, è presto detto: un nuovo straordinario traguardo scientifico è stato appena raggiunto dai ricercatori dell’Università di Princeton: la realizzazione di un orecchio “bionico” capace di percepire, rispetto ad un normale orecchio umano, delle frequenze radio un milione di volte più alte. Organicamente, questo super-orecchio nasce da un processo di combinazione tra celle e nanoparticelle, reso possibile grazie ad una specifica strumentazione 3D.

(fonte: Nano Letters)

(fonte: Nano Letters)

Quest’orecchio “plasticoso” è reso sensibile grazie all’applicazione di una spirale con cartilagine. La novità di tutta la scoperta è racchiusa proprio in quest’antenna “spiraleggiante”: se, infatti, un orecchio umano normalmente capta in modo diretto solo i segnali acustici per poi trasformarli in segnali elettrici e inviarli al nostro cervello; tale orecchio bionico, invece, grazie alle sua spirale, riesce a percepire immediatamente i segnali elettrici, con conseguente amplificazione della facoltà percettiva in termine di altezza delle onde magnetiche.

Qui di seguito il video che mostra la percezione amplificata delle orecchie bioniche “impegnate” nell’ascolto di Beethoven:

Gli scienziati di Princeton spiegano come questo super-organo non sia stato pensato per sopperire alle mancanze uditive dei sordi o di chi è affetto da varie problematiche acustiche, ma “l’idea era: possiamo noi prendere dei normali esseri umani in salute e dar loro quei super poteri che normalmente non vorrebbero avere?” Già, dopotutto, chi vorrebbe possedere “il dono di sentire oltre misura?!” 😉

A questo punto, vi starete chiedendo per quale diavolo motivo tale applicazione scientifica mi affascini ed emozioni così tanto. Bè… una ragione c’è. Io sono nata anacustica dall’orecchio destro e iperacustica dall’orecchio sinistro. E’ un handicap, me ne rendo conto, anche se nel corso degli anni ho imparato a conviverci, se non addirittura ad apprezzare suoni e rumori come fossero le più indescrivibili magie che la vita ci regala quotidianamente.

Forse, questa personale attribuzione d’importanza a tutte le onde sonore indistintamente, è solo una conseguenza di ciò che molti chiamano adattamento: quando non si possiede – o si possiede poco – un qualcosa, lo si desidera e apprezza maggiormente rispetto a coloro i quali quel qualcosa lo possiedono in abbondanza e lo danno – naturalmente ed inevitabilmente – per scontato.

Ammetto che alcune volte è stato, ed è ancora, difficile adattarsi a tale poco controllabile condizione: quando, per esempio, mi trovo in un luogo in cui è presente troppo rumore “di sottofondo“, riuscire a mantenere la concentrazione su ciò che sta dicendo il mio interlocutore, sto scrivendo oppure leggendo, è… come definirlo… uno sforzo mentale non da poco, soprattutto per via dei rumori ambientali (voci, suoni, etc.) che spesso hanno la meglio sulla percezione, confondendomi e distraendomi dal’attività principale che sto svolgendo.

Paradossalmente, però, anche la condizione opposta – il silenzio totale – nel mio caso non semplifica affatto il processo di percezione  -o non percezione – uditiva.

Provo a spiegarmi: prendiamo una biblioteca, il luogo per eccellenza dominato dal silenzio. Ebbene, per la sottoscritta riuscire a percepire solo il silenzio è impossibile. Meno voci umane ci sono in un luogo comunque affollato e dunque in quanto tale attivo, maggiori saranno “i rumori ovattati d’ambiente” che il mio unico orecchio tenderà a percepire: musiche provenienti dalle cuffie delle persone; il suono delle  penne a contatto con la carta nell’atto della scrittura; i battiti sulla tastiera dei portatili; le pagine dei libri che, sfogliate, frusciano neanche stessero mormorando tra loro segreti inconfessabili; sedie che si muovono cigolando; risate sommesse; sospiri e respiri raffreddati, allergici o stufati; passi che tonfano dal piano di sopra; il vento e gli uccellini dalle finestre aperte che se la spassano alla grande; le criptiche stampanti della sala copie, etc. L’elenco per quel che mi riguarda potrebbe continuare all’infinito, senza contare che la biblioteca è solo un esempio, vi lascio immaginare suoni, immagini e colori che mi attraversano la testa amplificate in ogni luogo, da ogni dove :).

Tuttavia, ammetto che non si vive poi così male: studio, esco, lavoro, ballo, vado anche in discoteca ed ai concerti, ma devo fare attenzione, e, di tanto in tanto, regalare una pausa (tappi of course 😉 ) al mio mega orecchio. Oltretutto, se non sono io a far presente in prima persona questa mia “particolarità”, è davvero difficile che la si noti :). Però se passeggiate accanto a me e vi posizionate alla mia destra, vi taglio puntualmente la strada e cambio lato, per riuscire a sentirvi meglio.

Insomma: ho l’orecchio destro totalmente sordo e il sinistro che, almeno da quanto dicono i medici, per compensare alla mancanza dell’altro si è sviluppato e adattato: il cervello sente che deve poter percepire il più possibile da quel lato. Un orecchio, quindi, simil “bionico”!

Non si tratta, nel mio caso, di un malfunzionamento fisiologico: entrambi i miei apparati uditivi sono fisicamente normali, nessun trauma fisiologico spesso presente in molti casi di sordità. Come dimostra la ricerca sopra accennata, infatti, l’atto del sentire avviene, sì, attraverso l’organo uditivo, ma soprattutto grazie al brillante – concedetemelo 🙂 – risultato di un complesso processo di rielaborazione degli stimoli acustici in stimoli elettrici da parte del nostro cervello.

In sostanza: “se vede che al mio orecchio destro nun je vanno a genio gli stimoli acustici e che quello sinistro si è abituato ormai a percepire di tanto in tanto anche e direttamente gli stimoli elettrici ” :).

Bene, ora basta parlare delle mie orecchie, manco fossi Dumbo! 😀

Comunque, se volete saperne di più sulla ricerca degli scienziati di Princeton, potrete reperire maggiori informazioni a questo link.

Mi permetto, però, dal basso della mia posizione, di dare un consiglio a tutta l’umanità: ascoltate musica; ascoltate le tonalità delle voci che le persone usano parlandovi; apprezzate il rumore del vento e del mare e… perché no, anche quello delle pietre sotto le scarpe, della stampante attiva e canterina, del bacio tra amanti e… chi più ne ha ne metta :). Però, ASCOLTATE DAVVERO!

Il “sentire” non è un’azione così scontata e banale come la maggior parte delle persone è abituata a pensare. Il sentire, ascoltando attivamente, con il cervello, con il sistema limbico, è una facoltà preziosa. Dopotutto, per quale ragione utilizziamo le due medesime terminologie (sentire e ascoltare) per indicare tanto l’atto sensoriale, quanto la percezione delle nostre emozioni? Sentirsi bene. Sentirsi male. Ascoltare una canzone. Ascoltare le ragioni di. Ascoltare il proprio cuore. (continuate :)) …. Ci deve essere un perché, no? 🙂

Chiudo, postando una delle mie canzoni preferite, Second Love dei Pain of Salvation. Buon ascolto e buon week end!