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“L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori” dice Oscar Wilde, e io di errori ne ho fatti davvero tanti negli ultimi mesi.

Ho ricevuto conferma positiva per uno stage a Roma e, con un entusiasmo che non provavo da chissà quanto tempo, ho accettato 🙂 ! L’errore – o chiamiamola se vogliamo esperienza! – di aver rifiutato qualche mese fa ben due proposte di questo tipo subendone tutte le conseguenze di sorta, mi ha insegnato che l’unica artefice del mio destino sono solo ed esclusivamente io e che per realizzare i propri sogni non è importante solo porsi un obiettivo ma anche avere le palle e la volontà di fare il percorso giusto.

La gavetta, in sostanza, non me la toglie nessuno 😉 ! Certo, sappiamo tutti quanto il mondo degli stage non sia questo gran splendore, sia per ciò che riguarda la retribuzione che i ritmi di lavoro, ma pretendere di uscire dall’università e trovare il lavoro dei tuoi sogni, con la retribuzione dei tuoi sogni, nella città dei tuoi sogni, con la crisi imperante è davvero… molto, molto poco realistico.

Sono pienamente consapevole che ciò che mi aspetta non sarà il paradiso, ma considerando come io abbia trascorso gli ultimi sei mesi praticamente all’inferno, non mi lamento, anzi: il lavoro che andrò a fare – seppur sotto contratto stage – è pienamente in linea con le mie aspirazioni professionali e ci hanno assicurato come la formazione e le attività che eseguiremo saranno reali e non di facciata (in sostanza, non farò fotocopie, o almeno questo è quanto ci è stato detto, vedremo).

Dire che sono entusiasta è poco: finalmente trascorrerò le giornate a far qualcosa che mi piace e, almeno all’inizio, non mi peserà il fatto di dover prendere due autobus e farmi praticamente l’intera metro A ogni giorno andata e ritorno per due volte al giorno (sempre meglio di otto, dodici ore nei treni di notte, non credete? 😉 ). Nel caso.. posso sempre cambiare abitazione.

In realtà, avevo già deciso di ritornare stabile a Roma, in quanto da Dicembre fino a Febbraio seguirò nel fine settimana uno short Master in SEO e Web Analysis e, difatti, da una settimana a questa parte mi sono mossa per far qualche colloquio nella capitale con lo scopo di rendermi attiva oltre che nella ripresa dello studio anche nell’attività lavorativa che mi piace: da come si sono messe le cose, quindi, direi che tale decisione ha dato frutti insperati. Ogni tanto, la ruota gira, và ;).

Dulcis in fundo, dato che ho deciso di riprendere in mano la mia vita, di non sacrificare più i miei sogni e di investire nelle mie passioni – concretamente e non solo blaterando 😉 -, ho ricominciato anche a ballare ed allenarmi seriamente e, pur lavorando/studiando intensamente dalla prossima settimana tutti  giorni, il tempo per coltivare la mia passione rinnegata da ben sei mesi lo troverò, eccome se lo troverò e nessuno me lo potrà negare!

Un giorno, una persona a me cara mi ha detto:

“Soprattutto se vuoi lavorare in pubblicità non puoi e non devi rinunciare alle tue passioni: come puoi pretendere di vendere sogni alla gente se tu sei la prima a mancare di passione, rinnegando te stessa, i tuoi stessi sogni e il tuo piacere? Per far sorridere il mondo devi imparare a far sorridere prima di tutto te stessa, sempre e comunque. Se cadi, perché sei pur sempre un essere umano, trova il modo, la forza e la voglia di rialzarti. Se non vedi nessuna delle tre davanti a te, fai quello che ti riesce meglio fare da sempre, nella vita, nel lavoro: immaginarle. Lo sai bene cosa succederà, perché lo hai sperimentato: tra l‘immaginato e il reale, il confine è sottile. Fortunatamente è così. Fortunatamente per chi lavora in pubblicità. Ma anche e soprattutto fortunatamente per tutti noi esseri umani

Chiudo a tema con una semplice ma bellissima pubblicità di qualche anno fa, per ricordare a me stessa di farmi due risate in più ogni tanto, perché non guastano mai e, soprattutto, per non dimenticare che

“We all have to be seriously strong!”

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“E’ sano dirci: in questa fase della vita devo mettere qualcosa tra parentesi, posso fare questo e non quest’altro“. Parola di Debora Spar presidente del Barnard College, famoso college femminile a New York. Facile a dirsi, direte voi – e anche io – difficile a farsi; eppure sta proprio in questa difficoltà che noi donne tendiamo ad alimentare ansie perenni e sensi di colpa esagerati che non ci permettono di vivere con la leggerezza tipicamente maschile.

Abbiamo un vizio, noi donne, arrivate ad una certa età ci lasciamo sopraffare dal senso di onnipotenza: vogliamo esser perfette in tutto, ottime lavoratrici in carriera, perfette fidanzate, amanti e/o mogli, mamme ad hoc, donne belle e in forma, sempre e comunque. Il cosiddetto work lifebalance, in realtà, non è una questione prettamente femminile, anzi: anche gli uomini, soprattutto negli ultimi anni, vogliono poter riuscire a conciliare lavoro, famiglia e tempo per se stessi, tra sport e passioni varie. E’ un atteggiamento sano e naturalissimo.

La differenza di genere, in tal caso, sta però nel fatto che loro non ne sono ossessionati, non si fanno sopraffare dall’estremo senso di colpa da cui noi invece ci facciamo colpire e scalfire nel momento in cui notiamo che, no, decisamente non brilliamo di perfezione in tutti i settori della nostra vita. In realtà – ammettiamolo -, loro neanche lo sentono quel senso di colpa con cui noi ci frustiamo; e non lo sentono semplicemente perché, come si direbbe a Roma, “loro prendono la vita un po’ più scialla“!

In treno mi è capitata fra le mani un’intervista fatta alla Debora di cui sopra in occasione della prossima uscita del suo libro (a settembre negli USA), dal titolo Wonder Womannel quale, a dispetto dell’ headline proposta, la Spar parla proprio di come il voler a tutti i costi essere una super donna non faccia altro che auto-rinchiuderci dentro una cupola di cristallo, tanto splendente e bella, quanto costruita a suon di frustrazioni e sensi di fallimento, gli stessi che ci opprimono e, spesso, arrivano a sortire l’effetto contrario a quello desiderato: annullano la nostra vera personalità e sabotano il successo e il piacere di esso praticabile e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.

L’autrice dice che, a parer suo, questa perfezione in solitaria non ha nulla a che vedere con il femminismo, anche se sicuramente quest’ultimo la ha influenzata:” il femminismo è fatto di diritti collettivi” – dice -” l’ossessione alla perfezione è qualcosa di individuale“. Vero. Ma, carissima Debora, tu che –  diciamocelo – hai tutto nella tua vita, dalla carriera alla famiglia alle gambe da urlo, concretamente parlando, potresti dirci come uscire illese e felici dal nostro amato-odiato tormento “perfettino”?

Alzi la mano, infatti, quale donna dai 26 anni in su non soffra di questa sindrome di perfezionismo acuto: chi più chi meno, ci siamo dentro tutte, indistintamente. E, bè, leggendo l’intervista di cui sopra, mi sono resa conto che anche la sottoscritta non sta messa bene, con un’unica differenza: non avendo una mia famiglia, al momento, con l’ossessione della madre perfetta per fortuna non ci devo ancora aver a che fare. Ma per il resto… sono, ahimé, una “donna perfezione in solitaria” a tutti gli effetti: pretendo di eccellere in tutti i lavori che faccio, sia quelli professionali che non professionali; voglio poter recuperare la mia forza e flessibilità fisica nel minor tempo possibile perché quel gesso alla gamba si è “mangiato” tutte le mie performance sportive; voglio poter viaggiare ma anche trovare la mia stabilità in un luogo preciso che non sia quello attuale; voglio lasciare l’Italia ma adoro la lingua e la cultura italiana per le quali mi piacerebbe dare il mio contributo; mi piacerebbe innamorarmi di nuovo ma, data la mia concentrazione sui primi punti, tendo a mettere volontariamente l’aspetto “uscite galanti” in secondo piano e me frego  – a detta di tutti – un po’ altamente degli uomini :).

Risultato: se alla quarta vasca di allenamento mi fermo perché le mie gambe non sono allenate come prima, la mia frustrazione cresce fino al tormento; se un colloquio non va come speravo andasse il senso di colpa e di imperfezione arriva a sabotare quella determinazione costruita in anni e anni di esperienze di vita, studio, lavoro e sport; se perdo l’ennesimo cliente perché oramai da free lance certe cose è meglio non farle più per come gira il mercato, mi segrego per ore ed ore tra quattro mura davanti al pc ossessivamente alla ricerca di una collaborazione stabile  e degnamente retribuita in qualche agenzia, oppure inizio a pensare che forse dovrei smetterla di barcamenarmi tra un lavoro che mi piace e uno che mi dà i soldi e prendere una decisione netta anche a scapito dei miei sogni. Delirio!!

In sostanza, l’articolo letto mi è capitato sotto agli occhi nel momento giusto, quando la mia testolina iniziava a farsi tormentare dai sensi di colpa di non esser riuscita a fare una cosa come avrei voluta farla, ovvero alla perfezione.

Non so se il libro della Spar sia l’ennesimo manuale inutilmente ridondante di pseudoconsigli pro ottimismoautodeterminazione e relax blaterante e non lo potrei sapere dato che ancora deve esser pubblicato. Tuttavia, di una cosa sono certa: ho deciso di provare a personalizzare il consiglio che l’autrice, a fine intervista, dà alle donne: “Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso far questo e non quest’altro”.

E io, carissima Spar, in questa fase della mia vita decido che posso fare questo e quest’altro, ma cercherò di farlo senza inutili frustrazioni e sensi di colpa. Però, decido di metter tra parentesi nel mio caso il quant’altro  – vedi che li seguo i tuoi consigli prof? –  altrimenti vado caput  :)! Qualche mese fa ero un po’ più scialla di quanto non lo sia adesso e, in effetti, le cose andavano meglio, in tutti i campi della mia vita; quindi… bè, rispettabilissima professoressa, grazie di avermi ricordato che “determinata qui” e “scialla ” è cosa buona e giusta ;)!

Perché un neolaureato ad oggi dovrebbe optare per una specializzazione o un master di primo livello in Italia piuttosto che all’estero? Quali sono i parametri considerati dai giovani per orientarsi in tale scelta? Il mondo dell’istruzione italiana è in grado di fornire in maniera chiara e veloce tutte quelle informazioni burocratiche e accademiche attraverso la comunicazione digitale? Mi sa di no, e me ne dispiaccio.

einstein linguaccia

Io non sono più studente da qualche mese, ma ciò non significa che non mi importi nulla di come se la passi il mondo accademico superiore in Italia. Ultimamente poi mi capita frequentemente (troppo!) di ascoltare racconti di ragazzi più giovani di me, cugini o amici, che in preda ad una crisi di nervi mi chiedono consigli sul da farsi e non farsi nella scelta di un percorso di studio universitario magistrale. Senza dubbio mi fa piacere che si rivolgano a me per ricevere qualche consiglio a riguardo, ma non nego di rimanere allibita dalle storie che mi raccontano. Più ascolto le loro disavventure con qualsivoglia ente universitario da loro contattato per raccogliere più informazioni possibili per chiarirsi le idee, più arrivo a due conclusioni certe: la maggior parte delle università italiane considera la comunicazione con i propri futuri studenti una prassi relativa, poco importante, nonché indegna di cura;  per contro,  le università straniere in quanto a comunicazione online con i propri potenziali futuri studenti non solo battono quelle nostrane, ma eccellono in disponibilità e chiarificazione.

Di fronte a questo scenario deprimente, oltre che demotivante per i miei amici e tutti i giovani come loro, io ammetto di esser stata fortunata: quando nel 2010 decisi di cambiare ateneo e iscrivermi ad un corso magistrale dell’Università di Roma Tor Vergata, non ho riscontrato il minimo problema di comunicazione; tutti i miei dubbi e le mie richieste inerenti tanto agli iter burocratici di accesso, quanto ai contenuti del percorso accademico a cui ero interessata, sono stati ben chiariti oltre che agevolati da – a quanto pare – un’ottima comunicazione a distanza. Forse tre anni fa era diverso; o forse il suddetto ateneo dovrebbe esser maggiormente premiato (concretamente intendo) per via della cura che mette nel considerare l’informazione pre-accesso uno degli aspetti fondamentali di sensibilizzazione all‘istruzione. Non credo di esagerare affermando tutto ciò, anche perché sappiamo tutti quanti giovani ormai decidono di abbandonare i propri percorsi di studio o, peggio, di escludere a priori l’istruzione universitaria dai loro progetti di vita. Liquidare potenziali matricole non rispondendo alle loro mail o, peggio, fornire loro informazioni ambigue consigliando di rivolgersi prima a questo poi a quell’altro dipartimento amministrativo/professore/assistente (e l’elenco potrebbe continuare all’infinito), bè, diciamolo, affosserebbe la voglia di studiare e impegnarsi a farlo anche ad Einstein!

A tal proposito ieri, complice una chiacchierata caffè e sigaretta con mia cugina, ho ascoltato con molto interesse un resoconto dettagliato inerente alla ricerca di informazioni finalizzate alla scelta del suo futuro universitario. Lei, ventitreenne neolaureata a pieni voti in biotecnologia meccanica, al momento vorrebbe proseguire i suoi studi specializzandosi. Ma lo vuole davvero, ci crede, è disposta a fare sacrifici enormi: ergo, è uno studente reale, non un perditempo. Ma, a quanto pare, alle università italiane non importa nulla delle sue richieste, di questo suo immenso – nonché ad oggi davvero raro – desiderio di studiare. Data la natura dei suoi studi ha considerato e contattato quegli atenei e i relativi corsi ritenuti eccellenti in ambito tecnico scientifico, in primis l’Università di Pisa.

Pisa, il paese della scienza, dove molti giovani, davvero motivati a crescere e impegnarsi per sviluppare nel presente e nel futuro del suddetto settore, contano di andare. Ora, non è mia intenzione criticare il buon funzionamento e la qualità accademica dei corsi di tale ateneo, non mi permetterei mai, anche perché non ho fatto alcuna ricerca e finirei per esprimere un parere campato in aria e non basato su constatazioni concrete. Tuttavia, un’opinione negativa sulla loro modalità di comunicazione con i futuri ipotetici studenti mi permetto di farla. Di fonte a quanto sperimentato da mia cugina, infatti, pare che tutta l’organizzazione del personale relativo al corso di laurea di suo interesse non abbia la più pallida idea di come funzionino le cose da loro. Assurdo? Bè giudicate voi: una futura studentessa fuori-sede, interessata ad uno specifico corso di laurea, che fa  per poter capire sin da subito come muoversi su questioni inerenti l’immatricolazione, requisiti di accesso, eventuali integrazioni? Semplice, basta seguire le indicazioni del sito internet di facoltà e contattare il “contattabile”, sia online che telefonicamente: presidente di facoltà, segreteria, etc.

Il problema però nasce nel momento in cui non ricevi alcuna risposta per giorni e giorni, finché, dopo un tartassamento di solleciti estenuante, qualcuno – non si sa chi perché non si firma – ti risponde, consigliandoti di rivolgerti a quattro professori con cui eventualmente (?) dovresti sostenere gli esami integrativi. Mandi la mail ai professori indicati. Di quattro risponde solo uno, con una mail criptica da far invidia a Matrix: titolo di un libro di testo (editore, anno di pubblicazione etc, no eh?) e un link. Così… un copia e incolla che darebbe ai nervi anche ad un monaco tibetano. Che fai? Speri che in quel link ci siano tutte le risposte che cerchi, o almeno parte di esse, ma hai smesso di credere a Babbo Natale molti anni fa purtroppo. E infatti il link rimanda ad un video con 12 lezioni accademiche tenute dal mittente. Mia cugina risponde alla mail chiedendo delucidazioni: quel materiale è ciò che deve studiare per preparare il suo esame integrativo inerente alla sua materia? Risposta: no, quello è il materiale del suo corso, per ciò che riguarda i contenuti integrativi lui non può aiutarla per due motivi:

  • il consiglio di facoltà non ha ancora deciso i parametri di accesso ed eventuali contenuti integrativi: lo farà non prima di agosto;
  • lui da settembre non sarà più professore ordinario di quel corso.

Tanto di cappello al professore in questione che, pur di fronte ad un suo a quanto pare allontanamento dall‘insegnamento in quel corso per chissà quale motivo (che per lo stato disastroso in cui è ficcato il sistema universitario italiano  non ci  è difficile immaginare), lui almeno è stato l’unico a degnarla di una risposta. Mi sta anche simpatico, nonostante i copia e incolla. Ma il problema resta.

Comunque, dopo aver rotto le scatole insistentemente tra mail e telefonate a chiunque, mia cugina è riuscita quanto meno a capire come stanno le cose. Le cose, in sostanza, stanno di merda! Lei non saprà se, quanto e cosa dovrà integrare fino a settembre; da settembre in poi dovrà integrare -sempre se rientrerà nel limite massimo di cfu in difetto consentiti per effettuare l’accesso – tutti gli esami che le verranno assegnati, per un massimo di sei. Solo dopo aver colmato tali lacune, potrà avviare la vera e propria iscrizione, ma nel caso in cui non dovesse riuscire a terminare il suo percorso di recupero entro dicembre 2013, allora dovrà aspettare marzo 2014 per immatricolarsi. Ora, considerando che a marzo le lezioni sono solitamente secondi moduli da non poter sostenere se non dopo aver dato i primi moduli delle relative materie, lei – in sostanza – rischierebbe di stare con le mani in mano fino a settembre 2014.

Vi lascio immaginare la furia e la rabbia nelle parole di mia cugina e, sinceramente, nonostante capisca tutti i problemi relativi alle difficoltà burocratiche che un corso di laurea debba affrontare, bè, questa situazione è assurda. Purtroppo anche le altre università italiane a cui si è rivolta non le hanno chiarito le idee: molte, almeno da quanto mi ha riferito, le hanno chiesto un attestato di lingua inglese, il che sinceramente a me non sorprende più di tanto, anzi, mi fa strano più il fatto che lei non abbia, nella sua triennale, conseguito almeno un’idoneità di lingua (e questo la dice lunga, ahinoi, anche sull‘Università della Calabria). Per ovviare al problema ha pensato di frequentare un corso a pagamento quest’estate, ma anche in tal caso lei rimane, giustamente, titubante: un corso di mille e passa euro grazie a cui la lingua non la impari (no, la lingua si impara sul posto punto e basta), da utilizzare solo per l’accesso ad un corso di laurea, accesso che  non si sa ancora se andrà a buon fine. Conviene? Mica tanto. Molte altre università, invece, non le rispondono proprio.

Lei, sfinita, ha deciso di rivolgersi anche alle università europee ed extra-europee, e, nonostante possa apparire paradossale, non solo ha ricevuto DA TUTTE  risposte in tempi idonei, ma anche disponibilità di ascolto e informazioni specifiche relative alla formazione linguistica del paese ospitante, nonché l’avvio di pratiche di comunicazione e valutazione dei requisiti personali attraverso l’uso di strumentazioni digitali: colloqui via Skype, form linguistici, documentazioni opportunamente stilate e complete relative ai supporti (gratuiti perché convenzionati con le università o integrati nei costi universitari) che troverebbe in sede per sopperire alle sue lacune linguistiche o accademiche; il tutto “per supportare davvero l’istruzione e gli studenti e non solo per promuovere un corso di laurea”. Lei ora non ha le idee chiarissime, ma di una cosa è stra-sicura: nonostante allontanarsi dai suoi affetti la farà soffrire, restare a studiare qui in Italia fra i ma e i se non le va; preferisce spendere un po’ di più all’inizio ed investire laddove lo studente è supportato, tutelato e seguito. Come darle torto?

Questa situazione non è la prima a cui mi è capitato di assistere: molti altri amici stanno facendo la medesima scelta e, per quel che mi riguarda, io l’espatrio lo farò in ritardo rispetto a loro, con già due lauree in mano e diversi lavoretti all’attivo. Ma la condizione non è poi così diversa: istruzione e lavoro, i due parametri/valori attraverso cui una nazione costruisce e sviluppa le proprie politiche economiche e sociali, in Italia sono fratturate come non mai e, al momento, nessun gesso – politico, economico o sociale – appare salvifico. Anche io a settembre, come ho più volte scritto in questo blog, prenderò un aereo e partirò, per investire sullo sviluppo di un requisito che gli italiani credono di possedere, ma che in realtà non hanno minimamente: la vera conoscenza della lingua inglese. C’è poco da fare: puoi esser il più grande ricercatore del pianeta, un giovane con tante idee e preparatissimo nel tuo campo, ma senza la lingua inglese fluente resterai sempre fuori dal mercato. Perché il mercato non è l’Italia dei giochi a chi la spara più grossa su Twitter, ma un contesto di resilienza, condivisione della conoscenza e team working mondiale. Ma questa è tutta un’altra storia o – forse – no?!

Di recente mi sto imbattendo, con una certa piacevole frequenza, in articoli o veri e propri servizi promotori di concorsi innovativi finalizzati a supportare idee e progetti di donne, giovani o meno che siano. Incontri informativi piacevoli, li chiamerei, dato che in Italia di iniziative a sostegno del talento e dell‘imprenditorialità femminile ce ne sono – ahinoi – ben poche. Ed è un vero peccato, perché le idee proposte dalle partecipanti a tali progetti racchiudono in loro qualcosa di speciale, un’impronta femminile che va al di là della semplice creatività o innovazione tecnologica. Che si tratti di un lavoro artistico piuttosto che tecnologico o sociale, infatti, ciascuna creazione, vincitrice o semplicemente partecipante, possiede in sé un minimo comune denominatore che tanto “comune” in questo paese non è: la sensibilità sociale.

quadrifoglio rosa

Primo fra tutti in termini di sensibilità sociale è il progetto pensato e proposto da Sabrina Bonaventura in occasione della prima edizione del concorso Women Like You, promosso da Pandora, famoso brand danese di gioielli. Sabrina con la sua idea ha vinto questa prima tappa del contest, ideato al fine di promuovere e supportare il talento femminile attraverso la donazione di diecimila euro per la realizzazione del progetto vincitore tra i dieci in gara. Sabrina è una donna come tante che, come tutte, ha avuto il coraggio e la forza di seguire le proprie passioni e superare il dolore della perdita con determinazione e resilienza. Lei, oggi quarantenne, a trentasette anni aveva una famiglia e due figli, non aveva studiato anche se l’istruzione universitaria era da sempre un sogno. Proprio di fronte ad un padre malato e morente, che la invoglia a seguire il suo eterno desiderio di conseguire un titolo di studio, lei decide di provarci, con tutte le problematiche del caso, riuscendo così ad ottenere una laurea in psicologia. Ad oggi Sabrina è psicologa in un reparto di oncologia, nonché vincitrice della prima edizione del Women Like You. Il suo progetto? La trasformazione, con i fondi ottenuti grazie alla vincita del contest, della terrazza di un ospedale in un giardino sociale: un luogo d’incontro tra malati e familiari, in cui chiacchierare e trascorrere del tempo con i propri nipoti. Sabrina dice di voler introdurre in tale giardino anche un’area giochi e un angolo dedicato agli animali, per ricreare pienamente uno spazio piacevole e caldo capace di strappare i malati da quell’isolamento a cui purtroppo spesso sono rilegati.

Questo è uno dei tanti progetti ad oggi avviati che, pero’,  inevitabilmente ti porta a riflettere sul perché tali utili iniziative vengano così tanto taciute dai mezzi di comunicazione, tradizionali e moderni. In tv, ma anche su internet, di concorsi simili non si sente minimamente parlare. Senza dubbio l’Italia in questo momento ha – diciamo – altro a cui pensare, tra una governo da formare e un’economia da salvare. Pero’, mi chiedo, perché non sacrificare qualche notizia di gossip a favore della promozione di queste idee? Perché, in pieno 2013, l’Italia relega il merito dell’altra metà del cielo solo alle riviste – offline e online –  femminili o culturali? Per quale motivo il cordone ombelicale del figlio di Belen deve avere più risonanza mediatica di progetti e concorsi che potrebbero nel loro piccolo contribuire a cambiare un popolo di finti santi schiavizzati dal gossip martellante? Io la risposta non la ho ancora trovata e la sto cercando da secoli, probabilmente da quando mi sono ritrovata all’età di sei anni a dover esser una piccola donna indipendente emotivamente e concretamente. Ora ne ho 26 e il trattamento mediatico riservato alle donne – ahimè – in questo paese  è peggiorato. L’unica cosa che mi consola è che per fortuna esistono ancora nel mondo della comunicazione donne di valore come la Gruber; ma l’andazzo nel settore della stampa e della televisione è – ahinoi – catastrofico.

PS Per chi volesse partecipare alla prossima edizione di Women Like You, le proposte possono essere inviate direttamente a www.womenlikeyou.it. Le categorie di riferimento sono tre, imprenditoriale, sociale e under 30; a ottobre è prevista la selezione dei progetti migliori che entreranno a far parte dei dieci in gara e a fine gennaio 2014 la premiazione per ogni settore. I premi in palio sono due fondi da 20mila euro ciascuno e uno da 5mila, quest’ultimo finalizzato al supporto di una borsa di studio specifica.