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Non mi piace il calcio. Detto da una donna non dovrebbe sembrare così strano, ma sono circondata da ragazze che capiscono e seguono il calcio spesso. Alcune (poche) sono appassionate veramente, altre… sembra che debbano seguirlo, commentarlo ed entusiasmarsi solo perché… così fan tutte!

Non riesco a fingere di emozionarmi per un qualcosa che non mi piace.

Anche di fronte ai mondiali sono indifferente: tanti anni fa, quando ero un’adolescente, le cose erano diverse, c’era un calcio diverso. Premesso come la sottoscritta non capisse anche ai tempi le regole tecniche del gioco – più che altro perché non mi è mai interessato impararle -, almeno, a livello sportivo e di aggregazione sociale, era diverso. C’era la magia.

Le partite di calcio hanno, da almeno 10 anni, quel retrogusto politico che non riesco a non considerare, è più forte di me. Il calcio di oggi, mondiali, campionati o qualunque cosa sia, ha perso magia. Quindi non lo seguo. Certo se l’Italia vince mi fa piacere, ma nulla più.

Capisco anche che i mondiali sono un business: prodotti, servizi, sconti, tutto in nome del grande evento. AIDA Model docet ;).

Comunque… mentre la maggior parte delle persone questo fine settimana attendeva la partita dell’Italia ai mondiali, io mi seguivo altro. Io sto seguendo altro.

Mi piacciono i ciclisti. Quasi tutti i miei ex fidanzati erano ciclisti o sportivi “solitari” e non avevano la fissa del “calcio alla tv” (si, me li scelgo apposta così;) ). I ciclisti hanno sviluppato una capacità di adattamento tipica di chi fa sport in “solitaria” e non solo di squadra, e poi il contatto con la natura li rende allo stesso tempo delle persone forti e sensibili. Sanno stare da soli, capiscono quando è il caso di lasciarti da sola,  e tante altre cose. Se mi innamoro di questi uomini c’è un perché ;). Poi son gusti.

Mi piace il ciclismo. Non faccio ciclismo come sport, preferisco il nuoto e la danza – “allenamenti prevalentemente in solitaria” – ma ho anche un fratello ciclista che, quando posso, raggiungo alle gare. Ho imparato a seguire psicologicamente e fisiologicamente un biker: durante una gara lunga o piccola che sia, fra le montagne o in pianura, per 6 ore, per 8 ore, per 24 ore, il corpo e il cervello hanno reazioni e bisogni differenti. Io sono lì: pronta a correre per passare una bottiglietta di sali, pronta a dare il sostegno morale, pronta a capire quale sostanza nutritiva il corpo ha bisogno sulla base di tante, tantissime variabili. Ecco, forse mi piace il ciclismo perché l’ho toccato con mano, e mi chiedo come faccia la gente a farsi piacere uno sport in cui non si è mai sporcata le mani.

Io pedalo, ma non ai livelli di chi si allena. Se non lo facessi, comunque, non potrei neanche stare dietro a un ciclista in gara, non capirei nulla. E’ un po’ come dire che sei un giornalista ma ti limiti a trascrivere cose che ti passano senza esser stato sul campo, con la tua testa, i tuoi occhi, il tuo corpo. C’è chi lo fa, ne conosco a bizzeffe, ma sto zitta, così va il mondo.

Io so cosa è il sacrificio di uno sportivo: scordarsi le serate alcoliche, alimentazione rigidissima, allenamento costante, resistenza mentale, a letto presto, poca vita sociale, periodi in cui hai l’adrenalina a mille, altri la depressione cronica, amici che non capiscono. Non è tutto oro quello che luccica: il cervello deve comandare il corpo alla perfezione e questa non è una cosa che si ottiene dal giorno alla notte. Ma l’amore per uno sport vale i sacrifici, indipendentemente se lo fai a livello professionale o per hobby.

Ed è per questo che non capisco chi si entusiasma per uno sport senza essersi mai piegato in due durante gli allenamenti. Oppure chi sbraita offendendo questo o quell’altro atleta quando sbaglia: quando mi capita di assistere a certe scene “criticone” assurde, mi vien voglia di urlare

“adesso chiuditi in palestra, in una vasca, mettiti le scarpette e per un mese, con la pioggia o la neve, con la febbre o i tanti pensieri e problemi quotidiani umani, vai a sputare sangue e resisti, vediamo se alla prossima ci pensi due volte a criticare a vanvera un atleta!”

Mah. Sono fatta strana forse. Non parlo, naturalmente, di chi fa radiocronaca: in quel caso è un lavoro preciso, l’enfasi ci sta tutta. Parlo di “tifosi” che, però, si definiscono sportivi: se segui uno sport in tv non sei uno sportivo, sei un telespettatore, anche se stai allo stadio. Vacci piano con le parole (“cretino” 😉 ).

Comunque, non voglio divagare ulteriormente.

Ho scritto questo post solo perché questo week end si sono tenute 3 gare di ciclismo importanti: la Race across the alps, la Sellaronda Hero e, domani 22 Giugno, la GF Giordana (Granfondo Internazionale Giordana). Dalle Dolomiti alle Alpi uno spettacolo fantastico, tantissime persone, adrenalina a palla.

Le prime due si sono concluse, la GF Giordana, a cui parteciperà anche il mio fratellino, inizierà domani.

Se siete nei paraggi delle Alpi, approfittate, fatevi una pedalata e godetevi lo splendore e l’entusiasmo di uno sport e di un posto magnifico!

 

 

 

 

 

 

 

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Perché cancellarsi da Facebook? Quando è il caso di congelare o disattivare il proprio account dal famoso social network?

Qualche giorno fa ho disattivato il mio account su Facebook. L’ho fatto dal giorno alla notte, così, senza pensarci troppo. In realtà l’ho solo congelato: volendo, basterebbe semplicemente un accesso normalissimo per ritornare sulla piattaforma. Ma io al momento non voglio, sto benissimo così :).

Non sono andata via dal social network per eccellenza perché reputo sia un male per l’umanità o cose del genere: ho gestito pagine Facebook, ho fatto una tesi sperimentale analitica con e grazie a questo mezzo social e le mie previsioni di allora, fondamentalmente, si stanno avverando: realtà aumentata, acquisti di altre applicazioni di messaggistica,  più visibilità al multimediale, più pubblicità, una lotta forsennata contro Google, un EdgeRank sempre più performante oramai molto vicino all‘intelligenza artificiale.

Tutto questo non è un male, ma è e sarà sempre più un bene esclusivo per le aziende, non per il networking. Ed è e sarà, naturalmente, una strategia di business perfetta soprattutto per l’azienda Facebook stessa: Zuckerberg è furbo, fa quello che fa con cognizione di causa e per un chiaro desiderio di onnipotenza economica. Ma quest’ultima questione meriterebbe una riflessione argomentata più ampia, precisa e tecnica, quindi mi fermo qui, magari dedicando un post futuro esageratamente apocalittico sul “che cosa fa Zuckerberg con i nostri dati e perché “:).

Il punto è che FB, quando è nato, era un mezzo per entrare e tenersi in contatto con vecchie e nuove conoscenze; informarsi; condividere interessi; conoscere nuove persone con gusti affini ai nostri; scoprire nuove aziende in linea con le nostre passioni. All’inizio era un gioco divertente. Un gioco che è diventato via via  anche utile, sia alle persone che alle imprese, piccole o grandi che siano. Utile per organizzare velocemente eventi, per contattare al volo qualcuno, per il passaparola, per raccogliere in un unico posto tutto ciò che ci interessa o che facciamo/produciamo e averlo a portata di click senza perdere tempo con ricerche browser.

Interazione, scambio, immediatezza e affinità: era un mix perfetto!

All’inizio la bacheca era piena di cose interessanti. All’inizio, in sostanza, sulla bacheca, gli affari tuoi e quelli degli altri erano, in un certo senso, un plus e non un diktat all’ordine del giorno. Oggi è vero il contrario.

Il problema non è del mezzo FB, ma dell’uso che la gente ne fa. E tra certa gente, quest’anno, mi ci metto anche io.

Per svariati motivi,  mai come quest’anno sono stata così tanto al computer e, peggio, su FB: il punto è che se prima, non appena concludevo quello che dovevo fare al pc, mi alzavo e facevo altro, nel 2013 – 2014 la mia pausa era diventata “automaticamente” Facebook.

Automaticamente… che brutta cosa!

Quindi, mi sono cancellata, e questi sono i motivi (personali e criticabili, ma tant’è):

1- Facebook è un’abitudine

Collegavo il cell per cercare un articolo o qualcos’altro e l‘icona di FB in automatico veniva cliccata. Perché? Boh, era un’abitudine. Anche al pc per lavorare o cazzeggiare mi veniva automatico aprire Facebook. “Cioè” – ho pensato –” io sono un essere umano che si è lasciato automatizzare da una pagina web blu?” Ma che cazzata! E no, la scusa del così fan tutti, non regge. Chissenefrega cosa e come fanno gli altri!

2-Facebook è noioso e ti fa perdere tempo

Sì, nelle ultime settimane mi sono resa conto che nonostante accedessi per abitudine, scorrevo la bacheca velocemente  alla ricerca di notizie interessanti, anche futili, per carità, come moda, musica e film e non solo articoli scientifici o giornalistici, ma… ma prima di trovare qualcosa di decente passavano minuti e minuti, ore ed ore! Scrolli, scrolli sbuffando fra i tremila cavoli degli altri, fatti di status e foto che, diciamocelo, “sti cazzi”, e inevitabilmente perdi una marea di tempo. Trovare una notizia, un evento interessante, dovrebbe essere facilitato dalla bacheca di Facebook. Lo era, ora non più, per via delle innumerevoli foto di cibi, selfie vari, pensieri personali. Che palle! 

3-La chat di Facebook è inutile (a meno che non la usi per lavoro)

Per sentirmi a distanza con le persone care e per me più importanti uso Whatsapp e, in realtà, da qualche giorno non lo uso neanche più di tanto o, almeno, non per chiacchierare: mi annoia farlo scrivendo quattro cazzate e non, invece, parlando. Al massimo, per comunicazioni serie o ludiche uso skype o alzo il telefono e chiamo o se si può ci vediamo per un caffè. Quindi… a che mi serve la chat di FB? A niente! Oltretutto, mi dà pure fastidio come la gente ti contatti solo perché vede un pallino verde e vuole ammazzare il tempo chiedendoti dei cazzi tuoi, a maggior ragione se non posti praticamente nulla da secoli. –.–‘ Scusate ma che dinamica “sociale” è? Che palle! No grazie!

4-La gente su Facebook è troppo egoriferita

Mi sono altamente rotta le palle di status quotidiani (quotidiani!) stile “dovremmo tutti”, “pinko pallino oggi si sente..”, “oggi sono andata a…” e cambi di foto profilo continui. Ok, ognuno di noi sente il naturale bisogno di esprimere se stesso e far brillare il proprio ego, ma… c’è un limite a tutto! Io ci ho provato, davvero, ho provato a scrivere ogni tanto i miei pensieri, superficiali o meno. Dopo qualche minuto mi sentivo idiota perché mi ritrovavo a pensare “ma per quale motivo alla gente dovrebbe fregare dove sto, che sto facendo, cosa penso, se mi girano le palle o meno ogni fottutissimo istante della mia vita?”. Non ho trovato la risposta, quindi si vede, semplicemente, che non sono portata a fare il check in dei miei respiri.

5-Facebook è il trono della falsità e dell’esagerazione

Altro che Trono di Spade: è Facebook il regno della bugia onnipresente! Persone che dal vivo sparlano male di te, su Facebook ti fanno like (e se le cancelli apriti cielo –.–‘). C’è gente che ti chiede l’amicizia solo per farsi gli affari tuoi: ma… “se non ti vedo da anni e ci stavamo pure sul cazzo o, peggio, non ti ho mai visto in vita mia, allora spiegami per quale ragione dovrei aggiungerti su Facebook!? “ In più, non si sa come mai sul social sono sempre tutti felici! Ogni santissimo giorno hanno un qualcosa di entusiasmante da condividere: foto di avventure fantastiche attraversando la strada, riflessioni profonde copiate, fidanzati innamorati come non mai, foto di cibi, album di vacanze (Ma non c’era la crisi? Perché stanno tutti sempre in giro?), figli e madri stile mulino bianco; cuoricini a destra e a manca tra chi nella realtà si scanna e in ufficio attende la prima occasione per mettersi a vicenda i piedi in faccia; etc. Se vabbè… ciao core!

6-Facebook ti allontana dalle tue passioni reali

Essere famosi su FB è come essere ricchi a Monopoli, quindi, se non sei un personaggio dello spettacolo, se non lavori ad un certo livello nella comunicazione  o gestisci la pagina di un brand, allora non sprecare troppe energie per conquistare like e commenti: la verità è che inventarsi frasi e foto “d’effetto” per attirare l’attenzione della gente, favorire il dialogo e lo share, è divertente sì, (se ti pagano per fare quello oltre che, naturalmente, altre tremila cose); ma è anche e spesso estenuante, noioso e frustrante (si, lo è, chiedi ai social media manager!). Tu non sei costretto a farlo, rallegrati! Ti piace giocare a calcio? Ti piace ballare? Ti piace collezionare farfalle, mutande, francobolli? Ti piace creare bigiotteria? Ti piace andare in bici? Ti piace leggere? Ti piace saltare la corda? Insomma, hai sempre avuto una tua passione, un hobby personalissimo che ti fa stare bene,  ma ti sei reso conto che a “causa del troppo tempo passato su facebook” ora lo stai trascurando? Se sei sotto i 26 anni, probabilmente, il tempo da dedicare a te stesso e alle tue passioni lo trovi anche se stai continuamente a smanettare sul social. Quando arrivi ai 28, fidati, la storia cambia: a meno che tu non sia Bruce Wayne o Paperon de paperoni, a meno che tu non faccia l’attore, la modella o il cantante, ricordati che prima stacchi l’account (o semplicemente non vi accedi), prima riprenderai in mano la tua vita!

7-Facebook abbassa l’autostima, distrugge a poco a poco la tua vera personalità, azzera la tua vita sociale.

Se nella realtà hai sempre fatto le tue scelte personalmente stra-fregandotene del giudizio degli altri, per quale motivo dovresti lasciarti influenzare da quello che succede ora su Facebook? Eppure, più tempo passi sul social, più corri automaticamente il rischio che il continuo bombardamento di ciò che fanno e dicono gli altri, finisca per abbassare la tua autostima, portandoti a sottovalutartiomologarti alla massa o, peggio, a sentirti una persona sbagliata, fino a deprimerti. Sì, c’è questo rischio, pur nella consapevolezza che la maggior parte della gente spara una marea di minchiate per dimostrare di esser figo e/o felice. L ‘unica persona a cui devi dimostrare di essere figo e felice è te stesso, non il mondo. In quanto esseri umani siamo imperfetti, abbiamo difetti, vizi, e ossessioni, tutti quanti, chi più chi meno. L”umanità è proprio nell’imperfezione e nella varietà. Su facebook, invece, sono tutti uguali e perfetti. Qualcosa non torna. Per esempio, non ti è mai piaciuto andare al ristorante ma dato che tutti non fanno altro che andare dal cinese o dal messicano (passando il tempo a fotografare il cibo) allora lo devi fare pure tu. Ma chi minchia lo ha detto?! Te lo ricordi come era andare al mare senza dovergli fare una foto? Ti ricordi quante risate ti facevi nella metro quando non esisteva facebook? Ti ricordi come era quando per rilassarti o sfogarti facevi altro piuttosto che andare su facebook? Ti ricordi quanto ti piaceva ballare e fare la matta per ore ed ore prima di passarle su facebook quelle ore? Ti ricordi come era quando ci si scambiava i numeri di telefono e non facebook? Ti ricordi come era scoprire le persone a poco a poco raccontandosi e non sapere tutta la loro vita e i loro interessi guardando il profilo facebook? Beh, era bello.

 

Non so perché ma ho sempre subito il fascino delle persone “strane” o meglio di quelle persone che dal resto del mondo vengono giudicate strane ma che a me, sinceramente, sembrano più normali di tutto il resto del mondo.

Vicino casa ho un tabacchino che, da incallita fumatrice quale sono, frequento spesso. Solitamente, quando torno da lavoro alle 20:00 circa, vado lì a comprare cartine e tabacco, trascinandovi con un menefreghismo da nobel la mia faccia categoricamente struccata, distrutta, per non dire incazzata e stanca dalle ore passate al pc e interrata tra autobus e metro. Ebbene, in questo tabacchino lavorano marito e moglie, una coppia semplicemente gentile e professionale. Una normale coppia di lavoratori, insomma. Insieme a loro c’è un ragazzo dai lunghi capelli castani, credo più o meno mio coetaneo. Il presente ragazzo dai capelli lunghi castani, che ho scoperto esser figlio della coppia, in sostanza, è… l’emblema della felicità esageratamente estrema!

Forse sono io che vedo la sua gioia estremamente esagerata, forse è così perché sto passando un periodo in cui “me rode sempre er culo” come si dice a Roma, ma sta di fatto che il ragazzo in questione ogni santissimo giorno quando tu apri la porta del tabacchino, lui fa capolino dal bancone con un sorriso smagliante, ti dice un “ciao” come se fosse la parola più bella del mondo e parla tutto il tempo come se stesse cantando.

Nel caso in cui, poi, non è lui a servirti ma i suoi genitori, lui sta lì dietro a parlarti del tempo, del mondo, a cantare e quant’altro come se ti conoscesse da una vita, fissandoti negli occhi sempre con quel sorriso allucinante.

sorriso-grande

Ok. I primi tempi non ci facevo tanto caso persa come ero nei miei pensieri. Ma ultimamente, dopo il mio solito “arrivederci e buona giornata” e il suo solito “grazie una bellissima giornata anche a te!” con tanto di porta gentilmente aperta, non so perché ma la sua allegria sconclusionata ha iniziato… a darmi ai nervi! Il mio pensiero ogni volta era “ma che cazzo ha da esser così stramaledettamente felice ogni santissimo giorno!”. In sostanza, mi veniva voglia di strozzarlo e porello lui era solo terribilmente allegro e felice.

Ebbene, il fastidio con il tempo si è trasformato in curiosità, e, probabilmente, il giorno in cui devo aver fatto una faccia abbastanza interrogativa con tanto di sorriso ebete da suscitare l’intervento del papà con un “non faccia caso a mio figlio, signorina, è strano“, i miei pensieri verso questo raggiante ragazzo sono cambiati.

Senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata a rispondere “E’ così magnificamente allegro, altro che strano!”. I genitori, in silenzio, mi hanno sorriso all’unisono, per la prima volta. Lui, quel suo imperterrito sorriso lo ha allargato ancora di più dicendo “Visto pà, io lo sapevo che la signorina è strana quanto me, anche se lei si ostina ogni giorno a non sorridere, vero che lo fai apposta?”. Sono scoppiata a ridere. Non riuscivo a bloccare le risate, giuro!

Bè, non c’è bisogno di dire che ora entrare in quel tabacchino è un piacere, anzi sta diventando la scusa per fermarmi a chiacchierare con questo giovane, raggiante, strano, quotidianamente ed imperterritamente allegro ragazzo dai capelli lunghi!

 

 

Pausa caffè.

Ho sognato una canzone stanotte.

Una gran bella canzone il cui testo e le cui note ricordo a memoria come – per fortuna e purtroppo – in realtà spesso mi succede con ciò che vedo, leggo e sento. Non ricordo, però, dove e quando l’ho ascoltata.

Nel mio sogno c’era una cascata e un arcobaleno con delfini danzanti, il che, ne sono consapevole, non c’azzecca na cippa con la song XD, ma, si sa, i sogni sono indecifrabili.

Mi sono svegliata sorridendo e ballando. Bho.

Comunque…

“Love is… a way of feeling less alone”

Mi manca Roma ma vado a Torino

Pubblicato: 21 agosto 2013 in nonsense, vita
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Ieri sono andata a salutare mia cugina: parte per l’Arabia Saudita per iniziare una nuova fantastica avventura, di studio e di vita. Mi mancherà.

Nonostante negli ultimi anni non ci siamo frequentate molto per via della lontananza, negli ultimi tempi ci siamo riavvicinate molto e le chiacchiere con lei sono diventate preziosi momenti di vita e riflessione. Certo, esiste skype, ma converrete con me come non sia la stessa cosa. Tuttavia, dati i tempi, riconosco come la sua sia la scelta ideale.

Nel frattempo, l’estate sta finendo ed è inevitabile iniziare a pensare concretamente al proprio – chiamiamolo – futuro.

L’estate 2013 è stata per la sottoscritta molto strana; più che un periodo in cui staccare la spina e divertirsi con leggerezza senza pensare a nulla, ha rappresentato l’esatto opposto, una seduta di riflessione, analisipsicanalisi continua, autonoma e sociale.

Sono quei periodi di vita che io definisco “transfer“: a 27 anni questo è il terzo che affronto. Gli altri, nonostante le iniziali difficoltà, si sono rivelati in seguito molto produttivi, in quanto mi hanno dato la forza di credere in me stessa e fare scelte coraggiose, dove per coraggio, però, non intendo la mancanza di paura, ma le palle di fare nonostante la paura.

Dalla rottura del mio piede in poi sono successe tante altre cose, alcune belle, altre più che brutte. Ma la frase top della stagione che mi è stata rivolta spesso e che io stessa ho ripetuto più e più volte è stata “Vattene via. Vai via lontano da qui il prima possibile. Ricomincia la tua vita, la stessa che hai abbandonato lasciando Roma e dimenticando te stessa”.

Dunque, io parto. Per il momento non lascio l’Italia: vado a Torino e da lì cercherò nei dintorni (Milano in primis) un lavoro, seppur precario, un minimo attinente al mio titolo di studio: sì, ci voglio provare, ci devo provare, almeno finché non mi “scade” la laurea. Dopotutto, questa benedetta/maledetta esperienza la devo fare e, data la tipologia della mia laurea strettamente attinente al mondo della cultura e dell’informazione italiana, devo almeno tentare di concretizzare qualcosa nel e per il mio paese. Nel caso in cui dovessi fallire, allora, valuterò se rassegnarmi ad un lavoro qualsiasi lì o espatriare fuori dai confini nazionali.

Ma qualunque impiego finirò per avere e ovunque andrò a farlo, non rinuncerò mai alle mie passioni, anche gratis, anche come hobby personale, perché è la passione che ti fa vivere e perché se è vero che bisogna entrare a compromessi nella vita, sacrificare non significa annullare completamente, altrimenti poi succede che non ricordi più chi sei e cosa ti piace davvero.

I soldi servono per vivere e aiutano a coltivare le tue passioni, ma può succedere che, per la troppa importanza data ai soldi, si perda il gusto di fare tutto ciò che ti è sempre piaciuto. Da lì a sentirti morta nonostante i soldi il passo è davvero breve. Non è un modo di dire, ora lo capisco. A me è successo in questi ultimi mesi: mi sono ritrovata a guadagnare un po’ più di prima ma a non aver più il piacere di fare le cose che mi appassionano in assoluto da sempre: la danza e il nuoto. Che serve lavorare duramente se sono sempre triste, non mi va di uscire, non ho più il piacere di danzare?

Ecco cosa mi ha insegnato questa estate 2013: l’errore più grande che un essere umano può fare è quello di rinnegare se stesso, le proprie passioni e desideri, soprattutto senza neanche aver tentato di realizzarli. Non ci si annulla per niente e per nessuno.

Perché non cerco a distanza? Perché ci ho provato e in realtà lo sto ancora facendo, ma non si sta bene senza la propria indipendenza e  soprattutto perché non è vero che è possibile fare tutto tramite internet: per certe cose è sempre meglio stare sul posto. Torino è la scelta al momento definitiva per due ragioni, la sua posizione e il costo della vita: gli affitti non sono quelli di Roma e di Milano; la distanza con la “capitale della moda” è di solo un’ora di treno; è una città a tutti gli effetti ma non è il caos della capitale. Un caos che, lo ammetto, mi manca tantissimo, ma in cui non posso- ahimè – al momento ritornare. Roma, lavorativamente parlando, è tra le città maggiormente sature e in crisi. Tanto amore per lei ma dopo quattro mesi sarei costretta a riabbandonarla causa il “nulla di fatto”.

Roma ti entra nell’anima se ci vivi per anni e vi posso assicurare che è davvero difficile seppellirne immagini, atmosfere, sensazioni, emozioni.

I ricordi sono sempre lì a bussare nella tua mente e nel tuo cuore, ma la realtà ti costringe a offuscarli. Almeno per adesso.

Io, mi rendo conto, sono romana, oramai, a tutti gli effetti, perché in qualunque posto vada per quanto bello, mi manca LEI, con il suo traffico, i suoi autobus in ritardo, le metro strapiene, l’odore e il relax della biblioteca nazionale, il chiacchiericcio e gli incontri a San Lorenzo, le corse a perdifiato e le foto sulla scalinata di Piazza di Spagna; il bicchiere di vino e la birra per celiaci del Pigneto; i pomeriggi di finto shopping e reale cazzeggio per tutta la Tuscolana;  il casino turistico perenne di Piazza del Popolo e i pic-nik tra gli alberi e il lago di Villa Borghese.

Mi mancano i reading e le serate metal, ma anche le passeggiate infinite persi per le strade in attesa di un notturno che non passerà mai.

Mi manca ballare ai live, mi manca il Circolo degli Artisti, mi manca anche l’attesa dei treni nelle stazioni di Casabianca e Ciampino passate a giocare con i gattini abbandonati. Mi mancano le chiacchiere con i colleghi dell’università, mi manca uscire con le mie amiche per un aperitivo a Piazza Fiume subito dopo una visita al Macro o al Maxxi; mi manca lo zampillio delle fontane di Piazza della Repubblica e Piazza Navona; mi mancano la maestosità del Colosseo e dei Fori Imperiali, la bellezza senza tempo dell’Altare della Patria, la misticità di Piramide, i colori e il via vai del mercatino di Porta Portese, il sound perfetto e le serate danzanti al BlackOut della Casilina. Mi mancano gli shot del Tirabouchon, quel cervelletto tanto dolce che buttavi giù dopo tanto camminare e chiacchierare sui gradini di quella piazza eterna. Mi mancano anche la disorganizzazione e il disagio di Tor Bella Monaca e Tor Pignattara, mi manca il kebbabaro e il parco giochi di Arco di Travertino, le giostre di RainbowMagicLand, il Parco degli Acquedotti, il Closer, il Traffic, l’entusiasmo e la vita di cui ti ubriacavi all‘Auditorium Parco della Musica, quella sensazione di libertà totale che solo Trastevere riusciva a regalarti.

Mi manca Roma, mi mancherà sempre e per sempre resterà nel mio cuore e nella mia mente. Le dissi addio sei mesi fa pensando fosse facile cancellare, dimenticare. Non è possibile, solo ora me ne rendo conto. Ma per il momento tutto ciò che posso fare è trasformare quell’addio in un arrivederci, continuandola a pensare e ricordare, sperando, un giorno di poterci ritornare a vivere.

“L’erba del vicino è sempre più verde”, soprattutto d’estate.  Anzi meglio (o peggio): durante la stagione estiva sembra che la famosa erba dei vicini si tinga addirittura di sfumature smeraldo e, qualche volta, anche  d’oro cangiante.

E’ la legge del contrasto, la più antipatica fra le leggi che dominano la nostra percezione e che ci porta a fare, inevitabilmente, paragoni basati sull’apparenza, su ciò che percepiamo con i nostri sensi ma di cui, in fin dei conti, non ne conosciamo la reale essenza.

E quindi: Pinco il vicino di ombrellone ti sembra più soddisfatto di se stesso, almeno lavorativamente parlando: fortunato, felice, allegro, senza rogne redditizie, senza il peso del precariato che ti fa venire la gobba pur non essendo ancora trentenne. E tanto per rimanere in linea con la gobba, la signorina Pallina che prende il sole spassionatamente non ha il minimo accenno di schiena incurvata, tipica di chi passa le sua giornate a lavorare al computer: lei, quest’anno, è più soda di quanto non lo sia tu che, ahitè, lo sport tra una cosa e l’altra lo hai appena ripreso.

Ma ci sono anche Cip e Cioppa che la sera sfoggiano abiti degni di Cannes, spendono e spandono tra aperitivi e discoteche : loro sì che sono felici, si amano come non mai, inscenando le loro effusioni in ogni dove, hanno una vita splendida.

Non mancano all’appello, naturalmente, anche la Famiglia Mulino Bianco: lui e lei belli e innamorati come la prima volta,  con a seguito bambini e adolescenti raggianti provvisti di iPhone, tutti intenti a scattare foto e far su e giù dal motoscafo ipermega accessoriato di tutti i confort.

Invidia, Invidia? Un po’ sì dai. Pero’, per fartela prendere bene, inizi a pensare che forse non è oro tutto quello che luccica o forse sì, ma è meglio dare la colpa alla succitata legge del contrasto.

In sostanza, se tutti i giardini dei vostri vicini in vacanza vi sembrano smeraldi preziosi forse è perché siete voi – anzi noi – ad attraversare un periodo non proprio brillante della nostra vita, in cui l‘insoddisfazione ci cuoce anima e testa. Detto ciò, non resta che godersi quel che c’è da godersi in vacanza, perché fa davvero un caldo insopportabile e contribuire alla cottura della nostra testa e del nostro cuore oltreché del nostro corpo è, questo sì, masochismo puro.

Per il resto: auguro a tutti gli esseri umani un po’ strambi come me di stringere un patto d’amore con la legge del contrasto, trasformandola, in questa strana estate 2013, nella nostra migliore guida: colei che ci porterà a curare solo ed esclusivamente il nostro di giardino. A me, sinceramente, non dispiacerebbe regalare una pennellata di verde smeraldo al mio giardino da qui a settembre, non so a voi :).

Vi lascio – perché mi fa male la schiena 😉 – con una delle mie canzoni preferite, non proprio ottimista ok, ma il cui testo, almeno personalmente, è utile, oltre che allo sfogo, anche all’attivazione di tutto ciò che permetta nel suo piccolo di contraddirne il significato ;).

Mi è sempre stato simpatico Magneto. Sì, propri lui, il mutante della Marvel. Ho sempre pensato che la sua “dote” di controllare e manipolare il metallo e i vari campi magnetici fosse una delle più affascinanti. Oltretutto, il suo personaggio non è nato come il tipico supereroe buono, anzi: proprio grazie al suo continuo divenire – da criminale passando per antieroe fino a supereroe – è riuscito a trasmettermi più umanità rispetto a molti altri X-Men (o mutanti di turno).

Oggi ho iniziato a pensare a Magneto in un momento particolare: la mia seduta di magnetoterapia.

Parallelismo legittimo perché linguistico o pazzia mentale non so, ma tant’è 😉

Sinceramente, io neanche sapevo l’esistenza della magnetoterapia. Beata ignoranza la mia, ma, questa volta, beata davvero: si vede che non ho mai avuto bisogno di chissà quale particolare cura non essendomi mai rotta nulla o aver contratto chissà quale problema di salute. Oltretutto, odio le medicine, solo ibuprofene, ogni tanto, per alleviare qualche doloretto; mai l’aspirina perché la reputo peggio di una droga per l’organismo umano e raramente  – tipo ogni 3 anni – un antibiotico, quando proprio non ne posso fare a meno (vedi febbre a 41!). Mi rendo conto che questo mio esser antimedicinali è, forse, una fissazione – quale essere umano non le ha? -, ma mi sono sempre trovata bene così.

Tornando alla magnetoterapia: il terapista che mi ha visitata mi ha spiegato, con tanto di lastre alla mano, quanto sia assolutamente normale il dolore che ancora provo e il gonfiore al piede, perché, semplicemente, le fratture non si sono del tutto ricomposte e sopra ci sta un nervo che, usato, tende a peggiorare il tutto. Mi ha quindi consigliato di fare qualche seduta di magnetoterapia e laser-terapia. Io ho acconsentito, il medico è lui dopotutto.

Magneto

Nonostante abbia accettato, però, non nego quanto io sia molto titubante circa l’utilità effettiva di tale strumento fisioterapico. Senza dubbio male non può farmi o almeno spero. Tuttavia, informandomi, ho scoperto come praticamente non vi è alcuno studio, né italiano né nazionale o internazionale, che abbia dimostrato scientificamente la sua efficacia o, comunque, una sua qualche influenza tangibile sul processo di guarigione. Esistono diverse modalità e strumentazioni utilizzate nella terapia con i campi magnetici: da quelle piccole e portatili a quelle professionali; dalle fasce ai supporti rigidi. E’ una pratica utilizzata per alleviare varie problematiche indotte esternamente o auto-prodotte dall’organismo. La sua capacità è, in sostanza, quella di contribuire a riattivare e velocizzare la ricostruzione cellulare (ossea, muscolare, etc.).

Forse sarà utile, forse poco ma, sicuramente, è… noiosa! Magneto almeno se la spassava con i suoi super poteri 😉 . Per quel che mi riguarda, infatti, stare sdraiata su di un lettino con un arco nero sopra i piedi per mezz’ora è una palla, tant’è che, non potendo neanche utilizzare il cellulare/tablet causa scaricamento indotto dall’influenza dei campi magnetici, alla seconda seduta mi sono già portata un libro.

In realtà, credo che ritrovarsi sdraiati a guardare il muro, senza rumori o altro, potrebbe essere rilassante per molti. Probabilmente, però, per chi è stato fermo tanto tempo e ancora fa fatica a camminare, tutto ciò è semplicemente – e ancora – noioso: se proprio devo stare ferma senza far nulla preferisco andare al mare a prendere il sole!

Stessa cosa dicasi per la laser-terapia, con due aggravanti: non puoi leggere perché devi indossare degli occhialini protettivi e, almeno nel mio caso, devi stare stesa su di un fianco con la gamba che non abbisogna di cure reclinata sotto l’altra affinché il laser venga ottimamente proiettato sulla zona da trattare. Per fortuna un’ora va via in fretta e, gira e rigira, sfruttare il momento inerme per riflettere su cose utili e futili non è poi tanto male.

Però, devo ammettere che la mia noia forse è anche la diretta conseguenza di una piccola, infantile illusione, volutamente mantenuta tale nonostante la consapevolezza adulta: i troppi fumetti letti e film fantascientifici visti mi hanno, in sostanza, sempre portata ad immaginare questi famosi campi magnetici come qualcosa di straordinario. Luci, colori, movimenti, forza :). Sebbene sappia da anni oramai che purtroppo la realtà non è questa, la piccola delusione di vedere – o meglio non vedere – la mia fantasia alimentata da storie di carta e pellicola, bè, un po’ mi ha fatto effetto. Per fortuna esistono libri e cinema.