Archivio per la categoria ‘nonsense personale’

Voglio essere un particolare e voglio il particolare: quel particolare che rende tutto più bello, o più strano o insolito. E non importa come, dove, quando e perché.

Voglio essere la ciliegina sulla torta e voglio le fragole con panna sulla mia torta.

Voglio la sambuca nel caffè, la non rima in una poesia, il piccolissimo smeraldo sul collier arrugginito, l‘ironia del problema, il gioco nella noia, la nota stonata che rende una canzone perfetta proprio perché imperfetta.

Voglio essere il particolare, perché è il dettaglio che migliora, me e il mondo. Un mondo particolare.

Non voglio essere l’essenziale perché, abbi pazienza Mengoni, niente è fondamentale in questa realtà irreale in quanto tutto è interscambiabile.

Dopotutto, esistono innumerevoli torte, tante tostature di caffè e altrettanti collier vintage, problemi perenni e continue noie, nonché infinite canzoni.

Il particolare è essere proprio perché non è essenziale.

Voglio il particolare, voglio essere un particolare.

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Prendete l’estate finalmente iniziata, con il suo sole cocente, le passeggiate sulla sabbia sottile, le nuotate e le relative immersioni nei fondali marini, a dir poco splendidi, seppur non atlantici ma ionici;

Aggiungete una spiccata opposizione d’animo al principio – nonché canzone – “per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” e rendetelo concreto (ovvero, cambiate spiaggia e cambiate mare!);

Mescolate il tutto con una buona dose (a piacimento) di ottimismo, leggerezza e taanta crema solare (sì, anche quella, io mi sono ustionata ;)).

Non esiste un risultato unanime e globale a questa ricetta; tuttavia – e il più delle volte – ciò che ne vien fuori non delude affatto. Anzi: nuovi incontri, nuove persone, nuovi punti di vista e, anche, discorsi “strani ma veri” imbastiti tra un bagno rinfrescante e un caffè rigenerante, un sorriso inaspettato e un tramonto tanto atteso.  Chiacchiere che nascono spesso da prese in giro, cazzate e dinamiche da flirt. Eppur, questi blateramenti, tanto inutili e futili non sono; soprattutto se ti regalano quella sensazione di empatia che, nonostante non faccia mai male, in un preciso momento a te sembra la cosa più giusta al momento più giusto: la scintilla necessaria a trasformare il flebile fiammifero della tua testa in un fuoco finalmente attivo e propositivo

Esser giudicati o giudicare sono solo dinamiche di abitudini conformiste sociali create sulla base del fatto che nulla è certo per l’esser umano: l’importante è capire chi sei e cosa vuoi e, nel caso in cui dovessi smarrirti o condizioni esterne arrivassero a mettere in dubbio la passione  – nel senso più ampio del termine – che ti fa vivere ed esser unico per quello che sei, allora, in quel caso, devi rianalizzare il te stesso “passato”, capire cosa faceva di te quello che eri – e che, in fin dei conti, sei ancora – e riavvicinarti, concretamente, a tutte le attività, i pensieri, che ti facevano star bene proprio perché parti indissolubili e uniche della tua persona.

Per il resto, puoi essere un punk, un manager, un nullafacente, un giornalista, un medico, un professore, un barista, un copywriter, un barbone, un fancazzista, un attore; puoi esser sessualmente disinibito come inibito; puoi esser sportivo o pigro; puoi esser vegetariano o carnivoro o alcolizzato o astemio o solo acqua rocchetta/uliveto.

Puoi esser quel che ti pare: impeccabile al lavoro, pazzo nel privato; serio nei discorsi pubblici, sboccato con gli amici. Oppure puoi esser tutto questo, ma… al contrario, sì, anche, d’altronde, chi te lo vieta? Tutti giudichiamo, tutti siamo giudicati, chissenefrega. Chi vive e lascia vivere, fondamentalmente, è colui che vive meglio, non necessariamente economicamente meglio, ma serenamente meglio.

Se ricordi sempre chi sei, non ti perderai mai definitivamente, perché se sei in pace con te, leale con te e quello che vuoi e ti piace, le risorse ce l’hai, sempre.”

Non è il Re Leone che parla a Simba dal cielo stellato :), anche se scrivendo il titolo, effettivamente, mi è tornato alla mente il famoso cartoon Disney. Non c’erano neanche le stelle, ma un sole terribilmente caldo e lui è uno studente di medicina con la passione per l’antropologia.

Il suddetto discorso, da me moolto apprezzato, è iniziato, appunto, con una sua riflessione scherzosa, oltre che – a parer mio – molto poco scientifica, eppur, a parer suo, documentata: “i buchi alle orecchie delle donne in passato, e ancor oggi in alcune tribù, sono la rappresentazione dell’inibizione sessuale; quindi, maggiore è il numero di buchi alle orecchie di una donna, più ella  è – contrariamente a  quanto si possa pensare – inibita sessualmente“. (Io ho cinque buchi Ahahah :D!)

Ok, non nascondo come questa cosa mi abbia fatta sorridere, soprattutto perché detta con convinzione da un uomo di scienza con la passione per l’antropologia che, seppur possa esser definita una scienza sociale, non è, a parer mio, concretamente riscontrabile e verificabile al cento per cento. Non metto in dubbio come, probabilmente in passato, i buchi alle orecchie potessero  assumere tale significato, anzi: dopotutto l’antropologo è lui, sarà ben documentato a tal proposito immagino. Tuttavia, quest’affermazione mi ha fatto sorridere anche perché, diciamolo, oramai tutte noi donne abbiamo i buchi alle orecchie, chi più chi meno, e li facciamo… per il semplice fatto che esistono meravigliosi orecchini da indossare! (e quindi, se proprio la vogliamo guardare in un’ottica antropologica, questi sono chiari ornamenti fisici; ipoteticamente elementi simbolici utilizzati direttamente per piacersi e indirettamente per piacere, generando – dunque 🙂 – attrazione da parte dell’altro sesso).

“E’ sano dirci: in questa fase della vita devo mettere qualcosa tra parentesi, posso fare questo e non quest’altro“. Parola di Debora Spar presidente del Barnard College, famoso college femminile a New York. Facile a dirsi, direte voi – e anche io – difficile a farsi; eppure sta proprio in questa difficoltà che noi donne tendiamo ad alimentare ansie perenni e sensi di colpa esagerati che non ci permettono di vivere con la leggerezza tipicamente maschile.

Abbiamo un vizio, noi donne, arrivate ad una certa età ci lasciamo sopraffare dal senso di onnipotenza: vogliamo esser perfette in tutto, ottime lavoratrici in carriera, perfette fidanzate, amanti e/o mogli, mamme ad hoc, donne belle e in forma, sempre e comunque. Il cosiddetto work lifebalance, in realtà, non è una questione prettamente femminile, anzi: anche gli uomini, soprattutto negli ultimi anni, vogliono poter riuscire a conciliare lavoro, famiglia e tempo per se stessi, tra sport e passioni varie. E’ un atteggiamento sano e naturalissimo.

La differenza di genere, in tal caso, sta però nel fatto che loro non ne sono ossessionati, non si fanno sopraffare dall’estremo senso di colpa da cui noi invece ci facciamo colpire e scalfire nel momento in cui notiamo che, no, decisamente non brilliamo di perfezione in tutti i settori della nostra vita. In realtà – ammettiamolo -, loro neanche lo sentono quel senso di colpa con cui noi ci frustiamo; e non lo sentono semplicemente perché, come si direbbe a Roma, “loro prendono la vita un po’ più scialla“!

In treno mi è capitata fra le mani un’intervista fatta alla Debora di cui sopra in occasione della prossima uscita del suo libro (a settembre negli USA), dal titolo Wonder Womannel quale, a dispetto dell’ headline proposta, la Spar parla proprio di come il voler a tutti i costi essere una super donna non faccia altro che auto-rinchiuderci dentro una cupola di cristallo, tanto splendente e bella, quanto costruita a suon di frustrazioni e sensi di fallimento, gli stessi che ci opprimono e, spesso, arrivano a sortire l’effetto contrario a quello desiderato: annullano la nostra vera personalità e sabotano il successo e il piacere di esso praticabile e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.

L’autrice dice che, a parer suo, questa perfezione in solitaria non ha nulla a che vedere con il femminismo, anche se sicuramente quest’ultimo la ha influenzata:” il femminismo è fatto di diritti collettivi” – dice -” l’ossessione alla perfezione è qualcosa di individuale“. Vero. Ma, carissima Debora, tu che –  diciamocelo – hai tutto nella tua vita, dalla carriera alla famiglia alle gambe da urlo, concretamente parlando, potresti dirci come uscire illese e felici dal nostro amato-odiato tormento “perfettino”?

Alzi la mano, infatti, quale donna dai 26 anni in su non soffra di questa sindrome di perfezionismo acuto: chi più chi meno, ci siamo dentro tutte, indistintamente. E, bè, leggendo l’intervista di cui sopra, mi sono resa conto che anche la sottoscritta non sta messa bene, con un’unica differenza: non avendo una mia famiglia, al momento, con l’ossessione della madre perfetta per fortuna non ci devo ancora aver a che fare. Ma per il resto… sono, ahimé, una “donna perfezione in solitaria” a tutti gli effetti: pretendo di eccellere in tutti i lavori che faccio, sia quelli professionali che non professionali; voglio poter recuperare la mia forza e flessibilità fisica nel minor tempo possibile perché quel gesso alla gamba si è “mangiato” tutte le mie performance sportive; voglio poter viaggiare ma anche trovare la mia stabilità in un luogo preciso che non sia quello attuale; voglio lasciare l’Italia ma adoro la lingua e la cultura italiana per le quali mi piacerebbe dare il mio contributo; mi piacerebbe innamorarmi di nuovo ma, data la mia concentrazione sui primi punti, tendo a mettere volontariamente l’aspetto “uscite galanti” in secondo piano e me frego  – a detta di tutti – un po’ altamente degli uomini :).

Risultato: se alla quarta vasca di allenamento mi fermo perché le mie gambe non sono allenate come prima, la mia frustrazione cresce fino al tormento; se un colloquio non va come speravo andasse il senso di colpa e di imperfezione arriva a sabotare quella determinazione costruita in anni e anni di esperienze di vita, studio, lavoro e sport; se perdo l’ennesimo cliente perché oramai da free lance certe cose è meglio non farle più per come gira il mercato, mi segrego per ore ed ore tra quattro mura davanti al pc ossessivamente alla ricerca di una collaborazione stabile  e degnamente retribuita in qualche agenzia, oppure inizio a pensare che forse dovrei smetterla di barcamenarmi tra un lavoro che mi piace e uno che mi dà i soldi e prendere una decisione netta anche a scapito dei miei sogni. Delirio!!

In sostanza, l’articolo letto mi è capitato sotto agli occhi nel momento giusto, quando la mia testolina iniziava a farsi tormentare dai sensi di colpa di non esser riuscita a fare una cosa come avrei voluta farla, ovvero alla perfezione.

Non so se il libro della Spar sia l’ennesimo manuale inutilmente ridondante di pseudoconsigli pro ottimismoautodeterminazione e relax blaterante e non lo potrei sapere dato che ancora deve esser pubblicato. Tuttavia, di una cosa sono certa: ho deciso di provare a personalizzare il consiglio che l’autrice, a fine intervista, dà alle donne: “Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso far questo e non quest’altro”.

E io, carissima Spar, in questa fase della mia vita decido che posso fare questo e quest’altro, ma cercherò di farlo senza inutili frustrazioni e sensi di colpa. Però, decido di metter tra parentesi nel mio caso il quant’altro  – vedi che li seguo i tuoi consigli prof? –  altrimenti vado caput  :)! Qualche mese fa ero un po’ più scialla di quanto non lo sia adesso e, in effetti, le cose andavano meglio, in tutti i campi della mia vita; quindi… bè, rispettabilissima professoressa, grazie di avermi ricordato che “determinata qui” e “scialla ” è cosa buona e giusta ;)!

Ieri ho camminato più ore di seguito di quanto non faccia di solito, causa festa del paese, ergo: giostre, bancarelle, gente, fuochi e palco in piazza con pseudo musicisti e pseudo cantanti impegnati ad improvvisare pseudo cover di pseudo rock (vedi Vasco –.–‘). Risultato: mi sono resa conto che, in realtà, durante la giornata non muovo abbastanza il piede malandato: quattro ore in piedi a far su e giù hanno irrimediabilmente procurato un dolore lancinante ai miei metatarsi e alla mia caviglia.

Mio fratello e i miei amici mi guardavano sorridendo dolcemente, cercando di distrarmi e farmi godere la festa. Ma… come fai a divertirti quando un piccolo passo ti percuote il cervello con una scarica di dolore che ti piega in due? Ieri sera, la festa, non me la sono goduta per nulla, anzi, era come se fossi in un altro mondo: fisicamente per le strade allegre del paesino c’ero pure io certo a passeggiare con la massa e sorridere e annuire etc; ma con la testa chissà dove ero.

Avevo il mio bel vestitino estivo nero con le ruches che mi piace tanto; mi ero truccata il poco che basta per risaltare l’abbronzatura e, naturalmente, indossavo i miei bellissimi e comodissimi sandali etnici rigorosamente piatti. Ma… ero il silenzio fatto persona, ed io per natura parlo, parlo pure troppo a detta di molti! Il punto è che i miei sensi percepivano il massimo del “reale” e reagivano a dovere, ma il mio cervello credo stesse passeggiando nell’irreale socio/antropologico. O forse nell’irreale del punto interrogativo perenne.

Mi ricordo tutto perfettamente come se lo stessi vivendo ora: i suoni delle giostre, la musica della pseudo band e il chiacchiericcio delle persone assatanate di socialità, le luci soffuse delle bancarelle e quelle brillanti dei fuochi d’artificio, io che rispondevo alle domande, ricambiavo un saluto, un sorriso, mi provavo un braccialetto. Ricordo perfettamente ogni singola parola delle conversazioni fatte nella compagnia o con chi si fermava a parlarti come la buona società vuole che si faccia anche se, probabilmente, a più della metà non gliene frega una emerita ceppa se stai bene, che fai e che non fai. Ricordo il sapore della crema al limoncello ghiacciata che mi rinfrescava gola e anima.

Ma ricordo molto bene anche come, più passavano le ore, più il mio piede si intorpidiva di dolore e, nonostante mi limitassi a zoppicare e probabilmente a storpiare con smorfie di leggera resistenza il mio viso, non ho mai fiatato riguardo lo stato penoso in cui mi trovavo.

Dovevo resistere. E ho resistito, ma, mi sa che per farlo la mia mente si è vista costretta ad adottare la tattica dell’estraniazione: la bipolarità mentale… esiste? Bho. In sostanza, voi sapete come si chiama quello stato in cui ciascuna cosa che vedi, senti, assapori, odori e chi più ne ha ne metta ti porta a pensare a tutt’altro rispetto a quello che semplicemente è? Io non lo so, non sono mica una psicologa, ma provvederò a chiederlo a qualche amico del settore.

La crema al limoncello, per esempio, mi ha riportato alla mente il ricordo di una serata di qualche anno fa in cui camminavo leggiadra saltellando e sorridendo: era estate, ero nel mio paesino di nascita come lo sono adesso, era festa e indossavo un vestito bianco, ero pienamente concentrata su ciò che stavo vivendo e le riflessioni esistenziali quella sera in cui mi stavo palesemente divertendo con “ciò che semplicemente è” non avrebbero potuto mai e poi mai attraversare il mio cervello. Che cosa c’era di diverso da allora? Era il dolore al piede che mi aveva cambiata? Era il fatto che prima possedevo il pensiero che, passata l’estate, sarei tornata nella capitale? Ero innamorata? Ero semplicemente più ottimista nei confronti del mondo perché possedevo la facoltà di fare due cose semplici e belle, camminare e ballare? Non lo so.

Le persone: ragazzine non ancora maggiorenni vestite per una piccola festa di paese come se stessero andando in discoteca con abiti fascianti e tacco quattordici con tanto di plateau; tante ma davvero tante coppie che si tengono per mano silenziose e che guardano il vuoto o mangiano un gelato seduti per ore ed ore senza proferir parola tra loro; una marea di gente sotto il palco a cantare canzoni di Vasco anche se Vasco a loro non piace o forse sì ma solo perché piace a tutti; ex piccole compagne di giochi che si son sposate, non hanno studiato, hanno una bambina in braccio e con cui gentilmente cerchi di chiacchierare ma ti rendi conto quanto non avete più nulla in comune perché mentre lei ha fatto un bambino tu hai lavorato e ti sei presa due lauree e sei andata a bere e fumare in quel di San Lorenzo.

Tutti felici e gentili con chiunque, perché ci sono le luci, c’è la festa!

Il tuo piede dolorante e la tua mente temporaneamente bipolare allora ti suggerisce (bastarda?!): “cara, chiediti, perché? Perché tutto questo?” Mi sembrava di esser in una commedia teatrale. Mal recitata però. Con l’aggravante di non aver ancora capito se anche io facessi parte della rappresentazione o piuttosto fossi uno spettatore, o entrambi.

Ad un certo punto ricordo anche di aver pensato “Voglio avere per fidanzato Pirandello. Oppure no, meglio Heidegger!”

Al terzo giro di crema al limoncello ho pensato che forse, oltre al piede, era anche l’alcool a inondarmi la testa di domande sceme. Perché noi esseri umani nella quotidianità non ci filiamo poi così tanto e durante le feste tutti dobbiamo rigorosamente assumere un atteggiamento socialmente attivo e proattivo nei confronti del mondo? Che senso ha?

Ho pensato anche di essere io l’anomala in tal senso, perché spesso mi capita di vivere la dinamica opposta: nella quotidianità mi ritrovo a chiacchierare con chiunque, sconosciuti, barman, commesse, anziani, bambini, gente incontrata per strada, alla posta, nella metro, al mare. Succede che tra una cosa e l’altra mi raccontano i fatti loro e, sinceramente, non mi dà affatto fastidio, anzi, è piacevole.

Succede che ci si scambi pareri, emozioni ed esperienze a vicenda senza alcun fine, senza alcuna necessità conformista di voler dimostrare alla società quanto siamo bravi a rispettare la convenzione e l’etichetta. Ecco: questo genere di socialità è quella che preferisco, perché mi pare molto più umana e molto meno costruita.

E’ una boccata di aria fresca in un mondo di profumi chimici, e lo è indipendentemente dalla natura positiva o negativa del discorso di turno fatto.

Comunque, dato che la causa scatenante di tutto questo riflettere probabilmente inutile  – e non solo – è stato il dolore al piede, ho deciso di impegnarmi seriamente. E quando dico impegnarmi seriamente non intendo solo limitarmi alla fisioterapia, magnetoterapia, laser-terapia, andare in bicicletta e nuotare: senza alcun dubbio son tutte cose che mi fanno bene, ma io devo ri-abituarmi a fare la cosa più semplice ma a quanto pare per me ultimamente più difficile al mondo: camminare.

Camminare, però, non per pochi minuti, ma per ore di seguito, sforzandomi a sopportare il dolore. Oltretutto ad agosto avrei una gara di nuoto e mi piacerebbe poter ritornare a danzare come una volta, perché quello sì, per me, è adrenalina pura, felicità e gran divertimento. Dopotutto, con un obiettivo piacevole all’orizzonte la resistenza che ho sempre avuto nello sport dovrà per forza di cose ritornare in me, permettendomi di battere e controllare questo stupido piede molliccio ;).

Mi è sempre stato simpatico Magneto. Sì, propri lui, il mutante della Marvel. Ho sempre pensato che la sua “dote” di controllare e manipolare il metallo e i vari campi magnetici fosse una delle più affascinanti. Oltretutto, il suo personaggio non è nato come il tipico supereroe buono, anzi: proprio grazie al suo continuo divenire – da criminale passando per antieroe fino a supereroe – è riuscito a trasmettermi più umanità rispetto a molti altri X-Men (o mutanti di turno).

Oggi ho iniziato a pensare a Magneto in un momento particolare: la mia seduta di magnetoterapia.

Parallelismo legittimo perché linguistico o pazzia mentale non so, ma tant’è 😉

Sinceramente, io neanche sapevo l’esistenza della magnetoterapia. Beata ignoranza la mia, ma, questa volta, beata davvero: si vede che non ho mai avuto bisogno di chissà quale particolare cura non essendomi mai rotta nulla o aver contratto chissà quale problema di salute. Oltretutto, odio le medicine, solo ibuprofene, ogni tanto, per alleviare qualche doloretto; mai l’aspirina perché la reputo peggio di una droga per l’organismo umano e raramente  – tipo ogni 3 anni – un antibiotico, quando proprio non ne posso fare a meno (vedi febbre a 41!). Mi rendo conto che questo mio esser antimedicinali è, forse, una fissazione – quale essere umano non le ha? -, ma mi sono sempre trovata bene così.

Tornando alla magnetoterapia: il terapista che mi ha visitata mi ha spiegato, con tanto di lastre alla mano, quanto sia assolutamente normale il dolore che ancora provo e il gonfiore al piede, perché, semplicemente, le fratture non si sono del tutto ricomposte e sopra ci sta un nervo che, usato, tende a peggiorare il tutto. Mi ha quindi consigliato di fare qualche seduta di magnetoterapia e laser-terapia. Io ho acconsentito, il medico è lui dopotutto.

Magneto

Nonostante abbia accettato, però, non nego quanto io sia molto titubante circa l’utilità effettiva di tale strumento fisioterapico. Senza dubbio male non può farmi o almeno spero. Tuttavia, informandomi, ho scoperto come praticamente non vi è alcuno studio, né italiano né nazionale o internazionale, che abbia dimostrato scientificamente la sua efficacia o, comunque, una sua qualche influenza tangibile sul processo di guarigione. Esistono diverse modalità e strumentazioni utilizzate nella terapia con i campi magnetici: da quelle piccole e portatili a quelle professionali; dalle fasce ai supporti rigidi. E’ una pratica utilizzata per alleviare varie problematiche indotte esternamente o auto-prodotte dall’organismo. La sua capacità è, in sostanza, quella di contribuire a riattivare e velocizzare la ricostruzione cellulare (ossea, muscolare, etc.).

Forse sarà utile, forse poco ma, sicuramente, è… noiosa! Magneto almeno se la spassava con i suoi super poteri 😉 . Per quel che mi riguarda, infatti, stare sdraiata su di un lettino con un arco nero sopra i piedi per mezz’ora è una palla, tant’è che, non potendo neanche utilizzare il cellulare/tablet causa scaricamento indotto dall’influenza dei campi magnetici, alla seconda seduta mi sono già portata un libro.

In realtà, credo che ritrovarsi sdraiati a guardare il muro, senza rumori o altro, potrebbe essere rilassante per molti. Probabilmente, però, per chi è stato fermo tanto tempo e ancora fa fatica a camminare, tutto ciò è semplicemente – e ancora – noioso: se proprio devo stare ferma senza far nulla preferisco andare al mare a prendere il sole!

Stessa cosa dicasi per la laser-terapia, con due aggravanti: non puoi leggere perché devi indossare degli occhialini protettivi e, almeno nel mio caso, devi stare stesa su di un fianco con la gamba che non abbisogna di cure reclinata sotto l’altra affinché il laser venga ottimamente proiettato sulla zona da trattare. Per fortuna un’ora va via in fretta e, gira e rigira, sfruttare il momento inerme per riflettere su cose utili e futili non è poi tanto male.

Però, devo ammettere che la mia noia forse è anche la diretta conseguenza di una piccola, infantile illusione, volutamente mantenuta tale nonostante la consapevolezza adulta: i troppi fumetti letti e film fantascientifici visti mi hanno, in sostanza, sempre portata ad immaginare questi famosi campi magnetici come qualcosa di straordinario. Luci, colori, movimenti, forza :). Sebbene sappia da anni oramai che purtroppo la realtà non è questa, la piccola delusione di vedere – o meglio non vedere – la mia fantasia alimentata da storie di carta e pellicola, bè, un po’ mi ha fatto effetto. Per fortuna esistono libri e cinema.

Mezzi di informazione tradizionale e blogosfera pullulano di brutte notizie. Ce ne sono tante. Troppe. In realtà è sempre stato così dai tempi dei tempi, anche perché la regola delle cinqueS” del giornalismo resta sempre valida e proficua, offrendo un ottimo piano strategico da seguire per viralizzare i contenuti. Però, in questi ultimi mesi abbiamo toccato l’apice: suicidi di gente disoccupata, stupri, femminicidi, morti e stragi nazionali e internazionali stanno diventando il top del top, oltreché il top del web.

Perché le brutte notizie fanno così tanta gola alla massa non riesco a capirlo. La gente condivide continuamente, tra reale e virtuale, brutte storie. Intendiamoci, di per sé non è questo il problema, anzi: se la condivisione avesse come fine ultimo la sensibilizzazione in primis di se stessi e poi anche di tutto l’entourage che chiamiamo in causa tra social network e chiacchiere reali, bè, sì, allora avrebbe tutto più senso. Un preziosissimo senso sociale. Ma non è così, o, almeno, così a me non pare.

Sembra, in realtà, che la gente – non tutta ma la maggior parte – copi e incolli la bad news di turno spiattellandola su twitter, google plus e  facebook solo perché mossa dal proprio ego. Non parlo, naturalmente, delle riviste telematiche di informazione: in quel caso la notifica di aggiornamento stile spammer è un loro lavoro/dovere. Mi riferisco piuttosto a coloro i quali – tanti – condividono online bad news senza esprimere una propria opinione, una critica, un punto di vista. Chessò, anche un pensiero senza senso, meravigliosamente arzigogolato o terribilmente filosofico e poco concreto potrebbero, corredati in forma di commento alla “copia e incollata cattiva info quotidiana”,  fare una grande differenza. Come si dice “bad news is good news”. Sì ma… “fino a ‘na certa!”

Senza considerare come la maggior parte delle persone oltre a twittare e/o condividere sui maggior social network la bad news di turno senza commenti o opinioni personali di sorta spesso addirittura neanche ci ha capito chissà che di quello che ha letto: semplicemente perché non ha letto davvero o, almeno, non a fondo e fino in fondo la notizia (tale caso in verità comprende, ahinoi, tutte le notizie, belle o brutte che siano).

La rete dovrebbe essere uno scambio di opinioni finalizzati alla circolazione della conoscenza e non una mera circolazione della pura informazione. Quest’ultima, infatti, pur essendo senza alcun dubbio utile alla formazione della coscienza e cultura delle persone grazie alla variabile dei punti di vista con cui permette di entrare in contatto diversamente dalla comunicazione tradizionale, non cambia, però, alcunché. Non nel mondo e in modo concreto, intendiamoci. E mai lo farà. Tutta questa astrattezza “condivisoria” e scarsamente commentata con la testa e il cuore inizia a farmi un po’ schifo.

Premetto: non sono contro la rete, anzi, mi reputo praticamente una forsennata sostenitrice della libera circolazione online di info, beni e servizi e, soprattutto, di tutto ciò che rientra nel “mega-mondo” open source. Tuttavia, inizio a perder sempre più fiducia nella teoria secondo la quale il web 2.0 possa in qualche modo creare un salto di qualità, portandoci dall’informazione targhettizzata a quella ricreata dal basso perché riscritta dalle condivisioni sociali. Forse la mia attuale opinione è prematura; o forse semplicemente è il risultato di alcuni libri ripresi in mano ultimamente: testi di critici  – con ragione di causa – del web 2.0 (Geert, Metitieri, etc.). Considerando poi come io abbia scritto una tesi di laurea a dimostrazione di quanto i social possano effettivamente giovare alla circolazione dei contenuti culturali, bè… questo mio cambio di rotta, seppur non ancora totale, fa pensare. E fa pensare soprattutto la sottoscritta.

O, forse, questo mio allontanamento dalla grande fiducia sociale del web 2.0 nasce dal brutto periodo in cui mi trovo e che, a quanto pare, non sembra voler terminare.

Mi sa che sto diventando fatalista ed è molto strano perché io non credo al fato, anzi, ho sempre pensato che ciascun essere umano sia l’unico artefice del proprio destino.

Eppur questo è un periodo talmente brutto da non poter far altro che dar la colpa al destino.

E’ stata una settimana orrenda e tra ieri ed oggi ho raggiunto davvero la saturazione delle brutte notizie.

Già… forse è proprio questo mio esser profondamente immersa negli ultimi tempi dentro le personali bad news ad aver attivato come diretta conseguenza un certo menefreghismo estremamente acuto nei confronti della “condivisione copia e incollata” dei social network. Tant’è che mi limito da un po’ a leggere articoli e post senza però condividere quasi mai su twitter, google plus e quant’altro. Ed è un evento raro, ve lo assicuro.

Dopo aver tolto il gesso pensavo che il peggio fosse passato, e invece no. Continuo a zoppicare, non mi reggo in piedi con la schiena diritta perché ho un dolore lancinante al piede. Oggi pomeriggio complice una meravigliosa giornata di sole sono stata qualche ora al mare, ho nuotato e mi ha fatto bene ma, praticamente, alzarmi in piedi e mettermi nell’acqua è impossibile. Camminare sulla spiaggia poi non ne parliamo: mi hanno dovuta prendere in braccio. Mi sono sentita persa. Credo che per la sottoscritta sarà una brutta estate: non voglio pesare sugli altri, non lo ho mai fatto e adesso che praticamente sono costretta a farmi “prendere dalla manina” è un po’ una tortura.

Ho iniziato la fisioterapia anche se il medico non me la aveva prescritta: se non riesco a camminare un motivo, dopotutto, ci deve essere, senza contare come le lastre appena ritirate hanno mostrato le ossa in fase di composizione (e quindi non ancora del tutto ricomposte).

La forza di resistere e continuare a provare a camminare a costo di sentire dolore è tanta e ce la farò, presto o tardi.

Zoppicante, poi, ieri sono stata a un funerale.

Mercoledì a casa dei miei zii, con mia zia… morta, dentro una tomba.

Non avevo mai visto un morto. Quando vent’anni fa morì mio padre mi vietarono categoricamente di vederlo, eppure allora, alla tenera età di sei anni, non avevo alcun timore delle mia probabile reazione. E’ proprio vero: i bambini hanno una forza e un non-bagaglio di vita che permette loro di porsi nei confronti degli eventi in modo “particolare”.

Bè, ora ho 27 anni: ho pianto, come non facevo da anni. Ho cercato di trattenere le lacrime ma è stato davvero difficile. Nel mio cervello un susseguirsi di immagini, di lei, di mio padre, della mia vita, della sua vita, delle persone che ho amato e a cui ho dimostrato e sto dimostrando il mio affetto, ma anche di quelle verso cui non sono stata capace di farlo. La morte tangibile e visibile ti mette di fronte a tante cose.

Lei, mia zia, era una donna di cultura e intelligenza, con la C e la I maiuscole più che mai. Una professoressa di storia e latino che tra una chemio e l’altra è andata volutamente fino alla fine e a tutti i costi nel suo liceo ad insegnare ai suoi alunni: per non farli restare indietro con il programma, per esser lì a risolvere ogni loro dubbio. I suoi alunni le hanno scritto un bellissimo addio, letto ieri tra le lacrime di tutti. Lei è stata è sarà sempre una paladina della cultura italiana, oltreché una gran donna.

Lei è la donna della forza d’animo nonostante la debolezza di un fisico debilitato dal tumore.

Lei E’: venendomi a trovare qualche giorno fa quando ancora portavo il gesso ha fatto di tutto per trasmettermi una forza e un coraggio tali da non possedere neanche io le parole per descriverli.

Lei aveva un tumore, lei affrontava la chemio con il sorriso, lei combatteva ad ogni respiro, lei cercava di non farmi pensare alla mia immobilità, chiacchierando di latino, commentando notizie belle e brutte con la voce di chi sa cosa sia la vita e quanto valga.

Ho pianto. Vederla lì, inerme, mi ha fatto pensare quanto la vita sia dura, quanto il mondo sia ingiusto, quanto l’unica certezza che abbiamo sia solo ed esclusivamente la morte.

E’ davvero ingiusto: perché sono i migliori ad andarsene?

L’unica cosa che possiamo fare è vivercela questa vita, ciascuno come vuole, cercando di sorridere e sforzandoci di andare avanti anche quando le cose sembrano mettersi davvero male. Perché prima o poi si muore e aver rimpianti non ha senso.

Ora, biasimatemi pure, ma io di quei disoccupati o precari suicidi non riesco ad avere pena: li capisco, naturalmente, so che è difficile, personalmente lo so. Ma da questo a togliersi la vita, magari gettandosi dal balcone dei propri cari, esiste un abisso incolmabile.

 

Mi hanno tolto il gesso! Sono troppo contenta 🙂 ! Sì, è vero, ancora zoppico e sono lenta come una lumaca ma, sinceramente, il peggio è passato quindi chissenefrega se per il momento faccio le cose al rallentatore!

La bella notizia, oltretutto, è che non ho neanche bisogno della fisioterapia, almeno così ha detto il medico, un uomo davvero tanto tanto simpatico. Non porto alcuna fasciatura e praticamente dal primo giorno ho abbandonato le stampelle, anzi, è stato il medico stesso a dirmi di camminare e muovermi più che posso stando solo attenta a non caricare troppo la caviglia con movimenti estremi. In effetti, dopo un mese ferma non percepisco più alcun muscolo e la caviglia e il polpaccio scheletrico che mi ritrovo sono quelli che fanno più fatica a riprendersi. Ma passerà. A poco a poco passerà.

Ho anche “constatato” quanto io sia sensibile al fascino dei medici 🙂 : ascoltarli parlare di questa medicina o quella frattura o quella “cosa lì” di scienza medica è davvero interessante. Senza considerare che la maggior parte di loro ha un approccio umano davvero notevole: si preoccupa, ti vizia e, soprattutto, chiacchiera con reale interesse, apprezzando le battute che fai e condividendo a sua volta considerazioni umoristiche. Sarà che sono stata fortunata a beccare un infermiere simpaticissimo poco più grande di me con cui praticamente mi sbellicavo della risate, ma il punto è quanto ciò mi abbia fatto riflettere su come certi uomini sappiano essere davvero dei gran musoni, noiosi e narcisi.

Già. Rientrata dall’ospedale è venuto naturalmente a trovarmi il “tipo” e non nego quanto io abbia iniziato a guardarlo con occhi diversi: tanto dolce e premuroso certo, bellissimo ragazzo ma, oddio, uno che passa la maggior parte della propria giornata a fare addominali, dice sempre “io, io”, non beve e non mangia mai (mai intendo da anni!) un bicchiere di vino o qualunque cibo/bevanda presenti anche solo una minima percentuale di proteine animali e di alcol è, come dire… noioso!!

Non credo che il mio sia un giudizio estremo, non in tal caso almeno: anche la sottoscritta, infatti, si reputa abbastanza sportiva, le piace ballare e nuotare e naturalmente in quanto donna tiene molto al suo aspetto estetico. Tuttavia, da questo a rinunciare totalmente agli aperitivi, non mangiare per sempre proteine animali, vivere di frutta e verdura e parlare solo del fatto che questa settimana lui non si è abbastanza allenato e deve raggiungere il suo peso forma, bè ma … che palleee!! L’infermiere che mi ha curata in ortopedia mi piace di più: non avrà gli addominali ma è un uomo davvero interessante, nonché simpatico!

In sostanza: cari uomini fate meno i narcisi, chiacchierate di più con le vostre donne e, soprattutto, fatele ridere! Non è un semplice cliché quello dell’uomo simpatico e affascinante, è tutto vero. Io ho lasciato il tipo e non perché adesso mi frequento con l’infermiere di cui sopra, anzi, probabilmente a lui non lo rivedrò mai più (peccato :p ). Ho preso questa decisione semplicemente perché stare con qualcuno con cui in sostanza ci si annoia significa, evidentemente, che nella coppia non c’è alcun feeling mentale e quindi la relazione non ha senso di esistere.

La sola attrazione fisica non basta. Perché accontentarsi esclusivamente di quella quando potremmo anche ridere e chiacchierare animatamente con qualcun’altro? Perché non pretendere, per noi stessi, per la nostra maggiore serenità, anche l’attrazione mentale? Non parlo di “amore”. L’amore probabilmente è qualcosa che va oltre tutto questo, oltreché pazzo e realisticamente poco concreto 🙂 . Mi riferisco, invece, a quella sensazione che ti fa pensare, nel momento in cui hai una relazione, cose del tipo “cavolo, trascorrere del tempo con lui/lei è davvero fantastico!”. A me è successo. Non vedo perché dovrei buttarmi la zappa sui piedi negandomi la possibilità che possa accadere ancora. Dopotutto, non sono mica così tanto vecchia e disperata ;).

Vabbé, chiudo qui, tanto è evidente quanto oggi non abbia granché voglia di scrivere cose serie e oggettivamente interessanti su questo blog :).

Vado a fare una passeggiata serale su DUE gambe, olé!