Archivio per la categoria ‘giovani’

Non so perché ma ho sempre subito il fascino delle persone “strane” o meglio di quelle persone che dal resto del mondo vengono giudicate strane ma che a me, sinceramente, sembrano più normali di tutto il resto del mondo.

Vicino casa ho un tabacchino che, da incallita fumatrice quale sono, frequento spesso. Solitamente, quando torno da lavoro alle 20:00 circa, vado lì a comprare cartine e tabacco, trascinandovi con un menefreghismo da nobel la mia faccia categoricamente struccata, distrutta, per non dire incazzata e stanca dalle ore passate al pc e interrata tra autobus e metro. Ebbene, in questo tabacchino lavorano marito e moglie, una coppia semplicemente gentile e professionale. Una normale coppia di lavoratori, insomma. Insieme a loro c’è un ragazzo dai lunghi capelli castani, credo più o meno mio coetaneo. Il presente ragazzo dai capelli lunghi castani, che ho scoperto esser figlio della coppia, in sostanza, è… l’emblema della felicità esageratamente estrema!

Forse sono io che vedo la sua gioia estremamente esagerata, forse è così perché sto passando un periodo in cui “me rode sempre er culo” come si dice a Roma, ma sta di fatto che il ragazzo in questione ogni santissimo giorno quando tu apri la porta del tabacchino, lui fa capolino dal bancone con un sorriso smagliante, ti dice un “ciao” come se fosse la parola più bella del mondo e parla tutto il tempo come se stesse cantando.

Nel caso in cui, poi, non è lui a servirti ma i suoi genitori, lui sta lì dietro a parlarti del tempo, del mondo, a cantare e quant’altro come se ti conoscesse da una vita, fissandoti negli occhi sempre con quel sorriso allucinante.

sorriso-grande

Ok. I primi tempi non ci facevo tanto caso persa come ero nei miei pensieri. Ma ultimamente, dopo il mio solito “arrivederci e buona giornata” e il suo solito “grazie una bellissima giornata anche a te!” con tanto di porta gentilmente aperta, non so perché ma la sua allegria sconclusionata ha iniziato… a darmi ai nervi! Il mio pensiero ogni volta era “ma che cazzo ha da esser così stramaledettamente felice ogni santissimo giorno!”. In sostanza, mi veniva voglia di strozzarlo e porello lui era solo terribilmente allegro e felice.

Ebbene, il fastidio con il tempo si è trasformato in curiosità, e, probabilmente, il giorno in cui devo aver fatto una faccia abbastanza interrogativa con tanto di sorriso ebete da suscitare l’intervento del papà con un “non faccia caso a mio figlio, signorina, è strano“, i miei pensieri verso questo raggiante ragazzo sono cambiati.

Senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata a rispondere “E’ così magnificamente allegro, altro che strano!”. I genitori, in silenzio, mi hanno sorriso all’unisono, per la prima volta. Lui, quel suo imperterrito sorriso lo ha allargato ancora di più dicendo “Visto pà, io lo sapevo che la signorina è strana quanto me, anche se lei si ostina ogni giorno a non sorridere, vero che lo fai apposta?”. Sono scoppiata a ridere. Non riuscivo a bloccare le risate, giuro!

Bè, non c’è bisogno di dire che ora entrare in quel tabacchino è un piacere, anzi sta diventando la scusa per fermarmi a chiacchierare con questo giovane, raggiante, strano, quotidianamente ed imperterritamente allegro ragazzo dai capelli lunghi!

 

 

Annunci

Nelle ultime quarantotto ore, nonostante il gesso, mi è parso di vivere dentro un film, un brutto film.

Andiamo con ordine. Non ho chiuso occhio per tutta la notte, perché ieri pomeriggio ho combinato un danno, non grave per fortuna: ho sbagliato a fare la puntura di nadroparina calcica, infilando l’ago nell’addominale invece che nell’opportuna plica della pancia, forando così il muscolo e danneggiandone i capillari. Diretta conseguenza è stata la comparsa di un  livido viola che con il trascorrere delle ore è diventato sempre più grande e dolorante al punto tale da non farmi dormire. Per chi fosse totalmente estraneo alla pratica in questione, le punture di nadroparina da qualche anno a questa parte vengono somministrate per favorire una corretta circolazione sanguigna nei casi di immobilità prolungata, quali una gessatura appunto, nonché per curare problemi vari di circolazione. Non si tratta, comunque, di siringhe chissà quanto grandi e, una volta fatta un po’ di pratica, l’iniezione può esser effettuata personalmente senza alcuna difficoltà (a meno che non siate iper sensibili alla vista di un ago, s’intende, in quel caso fatevela fare da qualcun altro 😉 ).

In tutti questi giorni sono stata bravissima ad auto-medicarmi, l’infermiera perfetta di me stessa! Senonché ieri, il mio 21° giorno di punture, ho avuto la brillante idea di fare l’iniezione un po’ più su dell’ombelico, decisione stupida motivata solo dal fatto che vedevo il mio povero pancino combinato peggio di uno scolapasta e, insomma… non sapevo più dove andar a bucar! Ebbene, fare di testa propria a volte è rischioso, quel livido mi ha fatto passare le pene dell’inferno, ancora adesso non smette di farmi male ma, a sentir quel che ha detto il medico, guarirà senza problemi. Almeno quello. Devo riconoscere che questo maggio 2013 è proprio un gran bel periodo, fortunatissimo per la sottoscritta, decisamente –.–.

Oltretutto, trascorrere la notte con quel dolore lancinante fissando il soffitto non aiuta certo a distogliere l’attenzione dallo strazio continuo in cui sei immersa, anzi: mi sembrava di star sdraiata sul lettino di uno di quei pazzi che provano piacere perverso a tartassare le proprie vittime infilzandole con coltelli in ogni parte del loro corpo prima di ucciderle. Si… vabbè… ok… forse sto esagerando, non si scherza con certe questioni lo so, e forse vedo troppi film horror ( 😀 ), ma quel che ho scritto era giusto un “parallelismo scenografico” per ridere di me stessa e rendervi pienamente partecipi della mia sofferenza (non ve ne può fregar di meno, lo so ;)). Comunque, alla fine sono riuscita ad allontanarmi dal pensiero ossessivo del dolore leggendo l’unico autore capace da sempre di farmi sorridere (davvero) nonostante tutto e tutti, permettendomi di “traslocare” per un po’ nel meraviglioso e leggero universo di “E sti cazzi tutto!”. Quindi, lunga vita, letteraria almeno, a Bukowski! Grazie BukyBuky di avermi fatto compagnia anche in questa terribile nottata!

mare nero

La sfiga, però, non si è affatto conclusa con il regredire del dolore e il  sorgere del sole (che poi ha diluviato neanche fosse dicembre).

Oggi è 22 Maggio 2013: per la cronaca, se non mi fossi rotta la gamba sarei a Napoli alle terme tre giorni tutto spesato a vivermi l’esperienza di CampusMentis. Ero riuscita a superare la prima selezione per poter partecipare a questo “campo di lavoro” organizzato annualmente per favorire l’incontro fra neolaureati e aziende: sarebbe stata un’ottima occasione per fare colloqui e distribuire cv, senza contare il valore sociale (e ludico certo :)) di poter conoscere tantissimi neolaureati italiani. Posso immaginare cosa stiate pensando: questi incontri sono simili ai CareerDay sistematicamente organizzati dalle aziende nelle università e, spesso, si riducono a mera pubblicità dei brand di turno senza alcuna reale prospettiva per i giovani di riuscire a conquistare un contratto stage, figuriamoci un’assunzione. Sì, nella maggior parte dei casi tutto ciò è vero, soprattutto in Italia, ma restava pur sempre una bella esperienza e un’occasione per far rete. Quindi: gamba rotta uguale niente Campus, uguale nervi a fior di pelle per l’occasione a cui ho dovuto rinunciare. Ma, dal giorno in cui ho avuto l’incidente e ho fatto presente la mia condizione allo staff dell’evento, avevo già messo in conto il mio probabile umor nero in questa giornata. Una ragione, quindi, me l’ero fatta.

L’universo vuole, però, che tutte le sfighe ti piovano addosso nel medesimo periodo. E oggi la mia pazienza ha constatato come questo non sia affatto un modo di dire. Stamattina, infatti, ho ricevuto una telefonata, accompagnata dalla rispettiva mail, da parte delle risorse umane di un’azienda milanese a cui avevo inviato il cv qualche tempo fa e presso cui avevo sostenuto un colloquio. Per farla breve: non era un posto di stage, era un lavoro vero e proprio; certo, non tanto editoriale, ma pur sempre inerente alla comunicazione; pagato decentemente; finalizzato all’inserimento a tempo indeterminato. No, non è un sogno, è un incubo! Sono stata, naturalmente, costretta ad illustrare la mia situazione da incidentata alla gentilissima ragazza dall’altra parte del telefono che si è detta sinceramente dispiaciuta… già, sapessi io!!

Bhè, secondo voi la risposta qual è stata? Pensate che sia tanto difficile trovare in questo periodo in Italia un altro neolaureato magistrale a pieni voti, con le mie competenze, con le mie esperienze (se non di più), della mia stessa facoltà,  appartenente alle categorie protette, con la voglia di lavorare? Ehhh… già… il cliente necessita di questa figura nell’immediato. By by lavoro decente! Che dite? Ho motivo o no di pensare che l’universo in questo maggio-non-maggio-piovoso mi vuol male?

Però, una cosa mi consola: l’universo non ha alcun potere sulle persone che ti vogliono bene, le quali, dopo aver ascoltato il rabbioso e triste racconto post telefonata della sottoscritta, hanno pensato “carinamente” di farti notare come, forse, quel lavoro all’apparenza così desiderabile – o almeno quella stabile sistemazione economica tanto agognata in un periodo in cui la precarietà e la disoccupazione ci sta ammazzando -, avrebbe potuto anche rivelarsi una tortura o uno sbaglio enorme per il mio futuro. “Vedila così” – mi hanno detto – “se proprio vuoi dar colpa al destino, consideralo come un regalo che ti sta facendo, perché, in realtà, il fato ha in serbo per te qualcosa di più interessante e allettante di un posto tanto meccanico e poco creativo”. Sì… vabbè… certo… come no –.–‘.

Comunque… voglio un mondo di bene a tutti quelli che si son presi il disturbo di raccontarmi questa gran bella “favola” esclusivamente per risollevarmi il morale. Ci sono riusciti, almeno un po’ sì dai.

Perché un neolaureato ad oggi dovrebbe optare per una specializzazione o un master di primo livello in Italia piuttosto che all’estero? Quali sono i parametri considerati dai giovani per orientarsi in tale scelta? Il mondo dell’istruzione italiana è in grado di fornire in maniera chiara e veloce tutte quelle informazioni burocratiche e accademiche attraverso la comunicazione digitale? Mi sa di no, e me ne dispiaccio.

einstein linguaccia

Io non sono più studente da qualche mese, ma ciò non significa che non mi importi nulla di come se la passi il mondo accademico superiore in Italia. Ultimamente poi mi capita frequentemente (troppo!) di ascoltare racconti di ragazzi più giovani di me, cugini o amici, che in preda ad una crisi di nervi mi chiedono consigli sul da farsi e non farsi nella scelta di un percorso di studio universitario magistrale. Senza dubbio mi fa piacere che si rivolgano a me per ricevere qualche consiglio a riguardo, ma non nego di rimanere allibita dalle storie che mi raccontano. Più ascolto le loro disavventure con qualsivoglia ente universitario da loro contattato per raccogliere più informazioni possibili per chiarirsi le idee, più arrivo a due conclusioni certe: la maggior parte delle università italiane considera la comunicazione con i propri futuri studenti una prassi relativa, poco importante, nonché indegna di cura;  per contro,  le università straniere in quanto a comunicazione online con i propri potenziali futuri studenti non solo battono quelle nostrane, ma eccellono in disponibilità e chiarificazione.

Di fronte a questo scenario deprimente, oltre che demotivante per i miei amici e tutti i giovani come loro, io ammetto di esser stata fortunata: quando nel 2010 decisi di cambiare ateneo e iscrivermi ad un corso magistrale dell’Università di Roma Tor Vergata, non ho riscontrato il minimo problema di comunicazione; tutti i miei dubbi e le mie richieste inerenti tanto agli iter burocratici di accesso, quanto ai contenuti del percorso accademico a cui ero interessata, sono stati ben chiariti oltre che agevolati da – a quanto pare – un’ottima comunicazione a distanza. Forse tre anni fa era diverso; o forse il suddetto ateneo dovrebbe esser maggiormente premiato (concretamente intendo) per via della cura che mette nel considerare l’informazione pre-accesso uno degli aspetti fondamentali di sensibilizzazione all‘istruzione. Non credo di esagerare affermando tutto ciò, anche perché sappiamo tutti quanti giovani ormai decidono di abbandonare i propri percorsi di studio o, peggio, di escludere a priori l’istruzione universitaria dai loro progetti di vita. Liquidare potenziali matricole non rispondendo alle loro mail o, peggio, fornire loro informazioni ambigue consigliando di rivolgersi prima a questo poi a quell’altro dipartimento amministrativo/professore/assistente (e l’elenco potrebbe continuare all’infinito), bè, diciamolo, affosserebbe la voglia di studiare e impegnarsi a farlo anche ad Einstein!

A tal proposito ieri, complice una chiacchierata caffè e sigaretta con mia cugina, ho ascoltato con molto interesse un resoconto dettagliato inerente alla ricerca di informazioni finalizzate alla scelta del suo futuro universitario. Lei, ventitreenne neolaureata a pieni voti in biotecnologia meccanica, al momento vorrebbe proseguire i suoi studi specializzandosi. Ma lo vuole davvero, ci crede, è disposta a fare sacrifici enormi: ergo, è uno studente reale, non un perditempo. Ma, a quanto pare, alle università italiane non importa nulla delle sue richieste, di questo suo immenso – nonché ad oggi davvero raro – desiderio di studiare. Data la natura dei suoi studi ha considerato e contattato quegli atenei e i relativi corsi ritenuti eccellenti in ambito tecnico scientifico, in primis l’Università di Pisa.

Pisa, il paese della scienza, dove molti giovani, davvero motivati a crescere e impegnarsi per sviluppare nel presente e nel futuro del suddetto settore, contano di andare. Ora, non è mia intenzione criticare il buon funzionamento e la qualità accademica dei corsi di tale ateneo, non mi permetterei mai, anche perché non ho fatto alcuna ricerca e finirei per esprimere un parere campato in aria e non basato su constatazioni concrete. Tuttavia, un’opinione negativa sulla loro modalità di comunicazione con i futuri ipotetici studenti mi permetto di farla. Di fonte a quanto sperimentato da mia cugina, infatti, pare che tutta l’organizzazione del personale relativo al corso di laurea di suo interesse non abbia la più pallida idea di come funzionino le cose da loro. Assurdo? Bè giudicate voi: una futura studentessa fuori-sede, interessata ad uno specifico corso di laurea, che fa  per poter capire sin da subito come muoversi su questioni inerenti l’immatricolazione, requisiti di accesso, eventuali integrazioni? Semplice, basta seguire le indicazioni del sito internet di facoltà e contattare il “contattabile”, sia online che telefonicamente: presidente di facoltà, segreteria, etc.

Il problema però nasce nel momento in cui non ricevi alcuna risposta per giorni e giorni, finché, dopo un tartassamento di solleciti estenuante, qualcuno – non si sa chi perché non si firma – ti risponde, consigliandoti di rivolgerti a quattro professori con cui eventualmente (?) dovresti sostenere gli esami integrativi. Mandi la mail ai professori indicati. Di quattro risponde solo uno, con una mail criptica da far invidia a Matrix: titolo di un libro di testo (editore, anno di pubblicazione etc, no eh?) e un link. Così… un copia e incolla che darebbe ai nervi anche ad un monaco tibetano. Che fai? Speri che in quel link ci siano tutte le risposte che cerchi, o almeno parte di esse, ma hai smesso di credere a Babbo Natale molti anni fa purtroppo. E infatti il link rimanda ad un video con 12 lezioni accademiche tenute dal mittente. Mia cugina risponde alla mail chiedendo delucidazioni: quel materiale è ciò che deve studiare per preparare il suo esame integrativo inerente alla sua materia? Risposta: no, quello è il materiale del suo corso, per ciò che riguarda i contenuti integrativi lui non può aiutarla per due motivi:

  • il consiglio di facoltà non ha ancora deciso i parametri di accesso ed eventuali contenuti integrativi: lo farà non prima di agosto;
  • lui da settembre non sarà più professore ordinario di quel corso.

Tanto di cappello al professore in questione che, pur di fronte ad un suo a quanto pare allontanamento dall‘insegnamento in quel corso per chissà quale motivo (che per lo stato disastroso in cui è ficcato il sistema universitario italiano  non ci  è difficile immaginare), lui almeno è stato l’unico a degnarla di una risposta. Mi sta anche simpatico, nonostante i copia e incolla. Ma il problema resta.

Comunque, dopo aver rotto le scatole insistentemente tra mail e telefonate a chiunque, mia cugina è riuscita quanto meno a capire come stanno le cose. Le cose, in sostanza, stanno di merda! Lei non saprà se, quanto e cosa dovrà integrare fino a settembre; da settembre in poi dovrà integrare -sempre se rientrerà nel limite massimo di cfu in difetto consentiti per effettuare l’accesso – tutti gli esami che le verranno assegnati, per un massimo di sei. Solo dopo aver colmato tali lacune, potrà avviare la vera e propria iscrizione, ma nel caso in cui non dovesse riuscire a terminare il suo percorso di recupero entro dicembre 2013, allora dovrà aspettare marzo 2014 per immatricolarsi. Ora, considerando che a marzo le lezioni sono solitamente secondi moduli da non poter sostenere se non dopo aver dato i primi moduli delle relative materie, lei – in sostanza – rischierebbe di stare con le mani in mano fino a settembre 2014.

Vi lascio immaginare la furia e la rabbia nelle parole di mia cugina e, sinceramente, nonostante capisca tutti i problemi relativi alle difficoltà burocratiche che un corso di laurea debba affrontare, bè, questa situazione è assurda. Purtroppo anche le altre università italiane a cui si è rivolta non le hanno chiarito le idee: molte, almeno da quanto mi ha riferito, le hanno chiesto un attestato di lingua inglese, il che sinceramente a me non sorprende più di tanto, anzi, mi fa strano più il fatto che lei non abbia, nella sua triennale, conseguito almeno un’idoneità di lingua (e questo la dice lunga, ahinoi, anche sull‘Università della Calabria). Per ovviare al problema ha pensato di frequentare un corso a pagamento quest’estate, ma anche in tal caso lei rimane, giustamente, titubante: un corso di mille e passa euro grazie a cui la lingua non la impari (no, la lingua si impara sul posto punto e basta), da utilizzare solo per l’accesso ad un corso di laurea, accesso che  non si sa ancora se andrà a buon fine. Conviene? Mica tanto. Molte altre università, invece, non le rispondono proprio.

Lei, sfinita, ha deciso di rivolgersi anche alle università europee ed extra-europee, e, nonostante possa apparire paradossale, non solo ha ricevuto DA TUTTE  risposte in tempi idonei, ma anche disponibilità di ascolto e informazioni specifiche relative alla formazione linguistica del paese ospitante, nonché l’avvio di pratiche di comunicazione e valutazione dei requisiti personali attraverso l’uso di strumentazioni digitali: colloqui via Skype, form linguistici, documentazioni opportunamente stilate e complete relative ai supporti (gratuiti perché convenzionati con le università o integrati nei costi universitari) che troverebbe in sede per sopperire alle sue lacune linguistiche o accademiche; il tutto “per supportare davvero l’istruzione e gli studenti e non solo per promuovere un corso di laurea”. Lei ora non ha le idee chiarissime, ma di una cosa è stra-sicura: nonostante allontanarsi dai suoi affetti la farà soffrire, restare a studiare qui in Italia fra i ma e i se non le va; preferisce spendere un po’ di più all’inizio ed investire laddove lo studente è supportato, tutelato e seguito. Come darle torto?

Questa situazione non è la prima a cui mi è capitato di assistere: molti altri amici stanno facendo la medesima scelta e, per quel che mi riguarda, io l’espatrio lo farò in ritardo rispetto a loro, con già due lauree in mano e diversi lavoretti all’attivo. Ma la condizione non è poi così diversa: istruzione e lavoro, i due parametri/valori attraverso cui una nazione costruisce e sviluppa le proprie politiche economiche e sociali, in Italia sono fratturate come non mai e, al momento, nessun gesso – politico, economico o sociale – appare salvifico. Anche io a settembre, come ho più volte scritto in questo blog, prenderò un aereo e partirò, per investire sullo sviluppo di un requisito che gli italiani credono di possedere, ma che in realtà non hanno minimamente: la vera conoscenza della lingua inglese. C’è poco da fare: puoi esser il più grande ricercatore del pianeta, un giovane con tante idee e preparatissimo nel tuo campo, ma senza la lingua inglese fluente resterai sempre fuori dal mercato. Perché il mercato non è l’Italia dei giochi a chi la spara più grossa su Twitter, ma un contesto di resilienza, condivisione della conoscenza e team working mondiale. Ma questa è tutta un’altra storia o – forse – no?!