Archivio per la categoria ‘fino a ‘na certa’

Perché cancellarsi da Facebook? Quando è il caso di congelare o disattivare il proprio account dal famoso social network?

Qualche giorno fa ho disattivato il mio account su Facebook. L’ho fatto dal giorno alla notte, così, senza pensarci troppo. In realtà l’ho solo congelato: volendo, basterebbe semplicemente un accesso normalissimo per ritornare sulla piattaforma. Ma io al momento non voglio, sto benissimo così :).

Non sono andata via dal social network per eccellenza perché reputo sia un male per l’umanità o cose del genere: ho gestito pagine Facebook, ho fatto una tesi sperimentale analitica con e grazie a questo mezzo social e le mie previsioni di allora, fondamentalmente, si stanno avverando: realtà aumentata, acquisti di altre applicazioni di messaggistica,  più visibilità al multimediale, più pubblicità, una lotta forsennata contro Google, un EdgeRank sempre più performante oramai molto vicino all‘intelligenza artificiale.

Tutto questo non è un male, ma è e sarà sempre più un bene esclusivo per le aziende, non per il networking. Ed è e sarà, naturalmente, una strategia di business perfetta soprattutto per l’azienda Facebook stessa: Zuckerberg è furbo, fa quello che fa con cognizione di causa e per un chiaro desiderio di onnipotenza economica. Ma quest’ultima questione meriterebbe una riflessione argomentata più ampia, precisa e tecnica, quindi mi fermo qui, magari dedicando un post futuro esageratamente apocalittico sul “che cosa fa Zuckerberg con i nostri dati e perché “:).

Il punto è che FB, quando è nato, era un mezzo per entrare e tenersi in contatto con vecchie e nuove conoscenze; informarsi; condividere interessi; conoscere nuove persone con gusti affini ai nostri; scoprire nuove aziende in linea con le nostre passioni. All’inizio era un gioco divertente. Un gioco che è diventato via via  anche utile, sia alle persone che alle imprese, piccole o grandi che siano. Utile per organizzare velocemente eventi, per contattare al volo qualcuno, per il passaparola, per raccogliere in un unico posto tutto ciò che ci interessa o che facciamo/produciamo e averlo a portata di click senza perdere tempo con ricerche browser.

Interazione, scambio, immediatezza e affinità: era un mix perfetto!

All’inizio la bacheca era piena di cose interessanti. All’inizio, in sostanza, sulla bacheca, gli affari tuoi e quelli degli altri erano, in un certo senso, un plus e non un diktat all’ordine del giorno. Oggi è vero il contrario.

Il problema non è del mezzo FB, ma dell’uso che la gente ne fa. E tra certa gente, quest’anno, mi ci metto anche io.

Per svariati motivi,  mai come quest’anno sono stata così tanto al computer e, peggio, su FB: il punto è che se prima, non appena concludevo quello che dovevo fare al pc, mi alzavo e facevo altro, nel 2013 – 2014 la mia pausa era diventata “automaticamente” Facebook.

Automaticamente… che brutta cosa!

Quindi, mi sono cancellata, e questi sono i motivi (personali e criticabili, ma tant’è):

1- Facebook è un’abitudine

Collegavo il cell per cercare un articolo o qualcos’altro e l‘icona di FB in automatico veniva cliccata. Perché? Boh, era un’abitudine. Anche al pc per lavorare o cazzeggiare mi veniva automatico aprire Facebook. “Cioè” – ho pensato –” io sono un essere umano che si è lasciato automatizzare da una pagina web blu?” Ma che cazzata! E no, la scusa del così fan tutti, non regge. Chissenefrega cosa e come fanno gli altri!

2-Facebook è noioso e ti fa perdere tempo

Sì, nelle ultime settimane mi sono resa conto che nonostante accedessi per abitudine, scorrevo la bacheca velocemente  alla ricerca di notizie interessanti, anche futili, per carità, come moda, musica e film e non solo articoli scientifici o giornalistici, ma… ma prima di trovare qualcosa di decente passavano minuti e minuti, ore ed ore! Scrolli, scrolli sbuffando fra i tremila cavoli degli altri, fatti di status e foto che, diciamocelo, “sti cazzi”, e inevitabilmente perdi una marea di tempo. Trovare una notizia, un evento interessante, dovrebbe essere facilitato dalla bacheca di Facebook. Lo era, ora non più, per via delle innumerevoli foto di cibi, selfie vari, pensieri personali. Che palle! 

3-La chat di Facebook è inutile (a meno che non la usi per lavoro)

Per sentirmi a distanza con le persone care e per me più importanti uso Whatsapp e, in realtà, da qualche giorno non lo uso neanche più di tanto o, almeno, non per chiacchierare: mi annoia farlo scrivendo quattro cazzate e non, invece, parlando. Al massimo, per comunicazioni serie o ludiche uso skype o alzo il telefono e chiamo o se si può ci vediamo per un caffè. Quindi… a che mi serve la chat di FB? A niente! Oltretutto, mi dà pure fastidio come la gente ti contatti solo perché vede un pallino verde e vuole ammazzare il tempo chiedendoti dei cazzi tuoi, a maggior ragione se non posti praticamente nulla da secoli. –.–‘ Scusate ma che dinamica “sociale” è? Che palle! No grazie!

4-La gente su Facebook è troppo egoriferita

Mi sono altamente rotta le palle di status quotidiani (quotidiani!) stile “dovremmo tutti”, “pinko pallino oggi si sente..”, “oggi sono andata a…” e cambi di foto profilo continui. Ok, ognuno di noi sente il naturale bisogno di esprimere se stesso e far brillare il proprio ego, ma… c’è un limite a tutto! Io ci ho provato, davvero, ho provato a scrivere ogni tanto i miei pensieri, superficiali o meno. Dopo qualche minuto mi sentivo idiota perché mi ritrovavo a pensare “ma per quale motivo alla gente dovrebbe fregare dove sto, che sto facendo, cosa penso, se mi girano le palle o meno ogni fottutissimo istante della mia vita?”. Non ho trovato la risposta, quindi si vede, semplicemente, che non sono portata a fare il check in dei miei respiri.

5-Facebook è il trono della falsità e dell’esagerazione

Altro che Trono di Spade: è Facebook il regno della bugia onnipresente! Persone che dal vivo sparlano male di te, su Facebook ti fanno like (e se le cancelli apriti cielo –.–‘). C’è gente che ti chiede l’amicizia solo per farsi gli affari tuoi: ma… “se non ti vedo da anni e ci stavamo pure sul cazzo o, peggio, non ti ho mai visto in vita mia, allora spiegami per quale ragione dovrei aggiungerti su Facebook!? “ In più, non si sa come mai sul social sono sempre tutti felici! Ogni santissimo giorno hanno un qualcosa di entusiasmante da condividere: foto di avventure fantastiche attraversando la strada, riflessioni profonde copiate, fidanzati innamorati come non mai, foto di cibi, album di vacanze (Ma non c’era la crisi? Perché stanno tutti sempre in giro?), figli e madri stile mulino bianco; cuoricini a destra e a manca tra chi nella realtà si scanna e in ufficio attende la prima occasione per mettersi a vicenda i piedi in faccia; etc. Se vabbè… ciao core!

6-Facebook ti allontana dalle tue passioni reali

Essere famosi su FB è come essere ricchi a Monopoli, quindi, se non sei un personaggio dello spettacolo, se non lavori ad un certo livello nella comunicazione  o gestisci la pagina di un brand, allora non sprecare troppe energie per conquistare like e commenti: la verità è che inventarsi frasi e foto “d’effetto” per attirare l’attenzione della gente, favorire il dialogo e lo share, è divertente sì, (se ti pagano per fare quello oltre che, naturalmente, altre tremila cose); ma è anche e spesso estenuante, noioso e frustrante (si, lo è, chiedi ai social media manager!). Tu non sei costretto a farlo, rallegrati! Ti piace giocare a calcio? Ti piace ballare? Ti piace collezionare farfalle, mutande, francobolli? Ti piace creare bigiotteria? Ti piace andare in bici? Ti piace leggere? Ti piace saltare la corda? Insomma, hai sempre avuto una tua passione, un hobby personalissimo che ti fa stare bene,  ma ti sei reso conto che a “causa del troppo tempo passato su facebook” ora lo stai trascurando? Se sei sotto i 26 anni, probabilmente, il tempo da dedicare a te stesso e alle tue passioni lo trovi anche se stai continuamente a smanettare sul social. Quando arrivi ai 28, fidati, la storia cambia: a meno che tu non sia Bruce Wayne o Paperon de paperoni, a meno che tu non faccia l’attore, la modella o il cantante, ricordati che prima stacchi l’account (o semplicemente non vi accedi), prima riprenderai in mano la tua vita!

7-Facebook abbassa l’autostima, distrugge a poco a poco la tua vera personalità, azzera la tua vita sociale.

Se nella realtà hai sempre fatto le tue scelte personalmente stra-fregandotene del giudizio degli altri, per quale motivo dovresti lasciarti influenzare da quello che succede ora su Facebook? Eppure, più tempo passi sul social, più corri automaticamente il rischio che il continuo bombardamento di ciò che fanno e dicono gli altri, finisca per abbassare la tua autostima, portandoti a sottovalutartiomologarti alla massa o, peggio, a sentirti una persona sbagliata, fino a deprimerti. Sì, c’è questo rischio, pur nella consapevolezza che la maggior parte della gente spara una marea di minchiate per dimostrare di esser figo e/o felice. L ‘unica persona a cui devi dimostrare di essere figo e felice è te stesso, non il mondo. In quanto esseri umani siamo imperfetti, abbiamo difetti, vizi, e ossessioni, tutti quanti, chi più chi meno. L”umanità è proprio nell’imperfezione e nella varietà. Su facebook, invece, sono tutti uguali e perfetti. Qualcosa non torna. Per esempio, non ti è mai piaciuto andare al ristorante ma dato che tutti non fanno altro che andare dal cinese o dal messicano (passando il tempo a fotografare il cibo) allora lo devi fare pure tu. Ma chi minchia lo ha detto?! Te lo ricordi come era andare al mare senza dovergli fare una foto? Ti ricordi quante risate ti facevi nella metro quando non esisteva facebook? Ti ricordi come era quando per rilassarti o sfogarti facevi altro piuttosto che andare su facebook? Ti ricordi quanto ti piaceva ballare e fare la matta per ore ed ore prima di passarle su facebook quelle ore? Ti ricordi come era quando ci si scambiava i numeri di telefono e non facebook? Ti ricordi come era scoprire le persone a poco a poco raccontandosi e non sapere tutta la loro vita e i loro interessi guardando il profilo facebook? Beh, era bello.

 

Annunci

Co Co Co Pro a 240 euro al mese.

Sveglia alle 6:00 +40 minuti di bus + 50 minuti di metro + 30 minuti di altro bus + 8 ore davanti a un pc +altri 40 minuti di bus + altri 50 minuti di metro + altri 40 minuti di bus.

1 ora di pausa pranzo, 5 minuti di pausa la mattina, 5 minuti di pausa il pomeriggio.

Restanti ore delle giornata impiegati per: attesa di circa 1 ora degli autobus, farsi la doccia, dormire.

Perché non ho più scritto su questo blog? Indovinate…

Quella sopracitata è stata la mia (non) vita dal 7 novembre ad oggi. Quello che avrebbe dovuto esser un contratto stage in realtà si è rivelato un co co co pro. Anzi, un co co co pro sulla carta, ma in concreto un lavoro full time a tutti gli effetti, con tanto di orari scanditi ogni giorno.

Che lavoro faccio? Loro lo chiamano copywriter, ma la sottoscritta non è nata ieri e sa benissimo che cosa fa realmente un copy. Io e quelli come me che lavorano lì dentro facciamo solo una minima parte di ciò che viene richiesto a un vero copy. Quello che facciamo realmente – senza romanzarla troppo – è… farci sfruttare!

Manovalanza tecnologica. La conoscete? No? E’ la nuova frontiera dello sfruttamento nell’era del web 2.0. In che cosa consiste? Prendi un tot di persone laureate in una facoltà umanistica o simili che sappiano scrivere decentemente e usare un minimo il computer – ma neanche tanto, dato che mi sono ritrovata a spiegare come si facesse a mandare una mail dal tasto “rispondi” –.– -, metti loro davanti un cms proprietario e fagli riempire tutti i campi secondo indicazione.

Bene. I primi tempi, trasportata dall’entusiasmo, cerchi di attaccarti a quella minima parte creativa che il lavoro richiede: lo devi fare, pur di trovare lo stimolo ad andare avanti lo devi fare. Solo i primi tempi però, poi la situazione inizia a diventare insostenibile. Più passa il tempo più molte cose iniziano a darti fastidio. In primis la consapevolezza che stai mandano a puttane la tua salute e la tua vita in nome di un lavoro che non è tale. Anzi, lasciamo pure da parte la parola “lavoro” che di questi tempi potrebbe anche uscire dal vocabolario italiano, tanto in questo paese il suo significato reale praticamente non esiste più. Proviamo, quindi, a dargli un altro nome, magari quello che ti ha convito a mettere una firmetta sul contratto: massì, chiamiamola esperienza!

co co co pro a 240 euro mese

L‘esperienza, in quanto tale, anche a livello professionale serve a farti le ossa, serve a farti crescere, imparare, apprendere e chi più ne ha ne metta. Ebbene, siamo tutti d’accordo su questa – scusatemi se risicata – definizione di esperienza. Io da questa esperienza ho imparato che esiste esperienza ed esperienza (scusate il giro di parole).

Ero al lavoro, davanti al mio pc quando il seguente ritornello ha iniziato a fasciarmi il cervello: “Stai facendo esperienza, stai facendo esperienza” continuavo a ripetermi mentalmente, con in sottofondo il ticchettio di una ventina di computer. Continuavo a ripetermelo, ininterrottamente, inconsciamente, quasi volessi auto-convincermi della cosa.

Mi sono fermata di botto. Ho smesso di digitare sulla tastiera, così, di punto in bianco, perché non riuscivo più a concentrarmi su quello che leggevo e scrivevo. Mi sono guardata intorno: un ufficio medio piccolo, bianco e grigio, al piano terra, con postazioni tipiche, qualche chiacchiera dalle parti “più alte”, tutti quelli come me con co co co pro concentrati sugli schermi retro-illuminati per raggiungere entro le 18:00 il numero di lavorazioni quotidiane ritenuto ottimale (da chi? per chi? perché? a quale scopo? con quale obiettivo se tra 6 mesi stai fuori più povero e ammalato di prima?). Mi sono sentita persa, mi sono sentita soffocare, mi sono sentita… stupida!

Mi sono alzata stra-fregandome del fatto che i cinque minuti della pausa pomeridiana fossero passati da un pezzo. Sono andata alla macchinetta a prendermi un caffè e sono uscita all’aria aperta per fumarmi una sigaretta. All’aria fresca, che respiro ormai solo quando aspetto il bus e quando esco dalla metro, al claim “stai facendo esperienza” si sono sovrapposte le immagini delle feste natalizie passate: mia mamma che mi osservava con gli occhi amorevoli di chi vuole per la propria figlia il meglio e di chi, al contempo, è preoccupata da morire perché vede quella figlia che ha accettato quel contratto più spenta e meno viva di quanto non lo fosse prima, incapace di sorridere e di divertirsi come faceva un tempo.

“Che cazzo stai facendo? Ti stai rovinando!” Sono state le parole di parenti e amici che durante i pochi giorni di festa mi hanno vista ridotta male e depressa come non lo sono mai stata.

Ebbene. Oggi sono qui a scrivere solo perché ho la febbre. Alta, molto alta. Ho già dato l’out out al mio capo, spiegandogli che ben presto andrò via per questioni personali. Gli ho dato un mese di preavviso solo perché mi reputo una persona onesta e professionale e lo ho fatto nonostante il mio contratto non lo richieda dato che è, come avrete ben capito, tutto tranne che effettivamente onesto e professionale.

Cosa farò dopo? Non lo so. Ho già ricominciato a lavorare da free lance e suppongo che continuerò a farlo anche quando tra qualche settimana non andrò più in ufficio: almeno guadagno più dei 240 euro al mese di un fasullo co co co pro, mi posso pagare la fisioterapia e le svariate analisi del sangue di cui a quanto pare ho – ahimè – scoperto di aver bisogno.

Ho da studiare il famoso master che ho iniziato a seguire nel week end ma che non ho minimamente toccato per via di questo stramaledetto lavoro. Cercherò altro e nel frattempo farò la free lance, baby sitter, ragazza delle ripetizioni a tempo perso e chi più ne ha ne metta. Mi arrangerò, come ho sempre fatto.

Almeno le ore di lavoro saranno pagate e oltre a vedere la luce del computer potrò vedere quella del cielo.

Almeno non sarò costretta a fare 8 ore di “non lo ho ancora capito” e 4 ore di bus e metro al giorno per 240 euro al mese.

Almeno mi riprenderò la salute, speriamo.

Almeno respirerò, mi muoverò, farò altro.

Lo sfruttamento esiste ovunque oramai e ne siamo consapevoli. Quasi disperati accettiamo tutto. Sbagliando ok, ma tant’è. Tuttavia “se sfruttamento deve essere, se devi fare mille sacrifici in nome di questo benedetto-maledetto sfruttamento, che almeno sia equiparato all’apprendimento minimo o al rendimento minimo e decente, insomma… se non a tutte e due almeno a una delle due, no?”

Forse per Darwin sono un essere incapace di adattarmi all’ambiente circostante ma sinceramente chissenefrega: lo vorrei vedere a mister adattabilità al posto nostro! Io mi rifiuto per 240 euro al mese di fare 8 ore in ufficio quotidiane e 4 ore di interramento nei mezzi per raggiungerlo. Io mi rifiuto di fermare oltre che il mio corpo anche il mio cervello in nome della gloria e dell’esperienza che, in sostanza, in quello che faccio neanche esistono!

Ieri ho camminato più ore di seguito di quanto non faccia di solito, causa festa del paese, ergo: giostre, bancarelle, gente, fuochi e palco in piazza con pseudo musicisti e pseudo cantanti impegnati ad improvvisare pseudo cover di pseudo rock (vedi Vasco –.–‘). Risultato: mi sono resa conto che, in realtà, durante la giornata non muovo abbastanza il piede malandato: quattro ore in piedi a far su e giù hanno irrimediabilmente procurato un dolore lancinante ai miei metatarsi e alla mia caviglia.

Mio fratello e i miei amici mi guardavano sorridendo dolcemente, cercando di distrarmi e farmi godere la festa. Ma… come fai a divertirti quando un piccolo passo ti percuote il cervello con una scarica di dolore che ti piega in due? Ieri sera, la festa, non me la sono goduta per nulla, anzi, era come se fossi in un altro mondo: fisicamente per le strade allegre del paesino c’ero pure io certo a passeggiare con la massa e sorridere e annuire etc; ma con la testa chissà dove ero.

Avevo il mio bel vestitino estivo nero con le ruches che mi piace tanto; mi ero truccata il poco che basta per risaltare l’abbronzatura e, naturalmente, indossavo i miei bellissimi e comodissimi sandali etnici rigorosamente piatti. Ma… ero il silenzio fatto persona, ed io per natura parlo, parlo pure troppo a detta di molti! Il punto è che i miei sensi percepivano il massimo del “reale” e reagivano a dovere, ma il mio cervello credo stesse passeggiando nell’irreale socio/antropologico. O forse nell’irreale del punto interrogativo perenne.

Mi ricordo tutto perfettamente come se lo stessi vivendo ora: i suoni delle giostre, la musica della pseudo band e il chiacchiericcio delle persone assatanate di socialità, le luci soffuse delle bancarelle e quelle brillanti dei fuochi d’artificio, io che rispondevo alle domande, ricambiavo un saluto, un sorriso, mi provavo un braccialetto. Ricordo perfettamente ogni singola parola delle conversazioni fatte nella compagnia o con chi si fermava a parlarti come la buona società vuole che si faccia anche se, probabilmente, a più della metà non gliene frega una emerita ceppa se stai bene, che fai e che non fai. Ricordo il sapore della crema al limoncello ghiacciata che mi rinfrescava gola e anima.

Ma ricordo molto bene anche come, più passavano le ore, più il mio piede si intorpidiva di dolore e, nonostante mi limitassi a zoppicare e probabilmente a storpiare con smorfie di leggera resistenza il mio viso, non ho mai fiatato riguardo lo stato penoso in cui mi trovavo.

Dovevo resistere. E ho resistito, ma, mi sa che per farlo la mia mente si è vista costretta ad adottare la tattica dell’estraniazione: la bipolarità mentale… esiste? Bho. In sostanza, voi sapete come si chiama quello stato in cui ciascuna cosa che vedi, senti, assapori, odori e chi più ne ha ne metta ti porta a pensare a tutt’altro rispetto a quello che semplicemente è? Io non lo so, non sono mica una psicologa, ma provvederò a chiederlo a qualche amico del settore.

La crema al limoncello, per esempio, mi ha riportato alla mente il ricordo di una serata di qualche anno fa in cui camminavo leggiadra saltellando e sorridendo: era estate, ero nel mio paesino di nascita come lo sono adesso, era festa e indossavo un vestito bianco, ero pienamente concentrata su ciò che stavo vivendo e le riflessioni esistenziali quella sera in cui mi stavo palesemente divertendo con “ciò che semplicemente è” non avrebbero potuto mai e poi mai attraversare il mio cervello. Che cosa c’era di diverso da allora? Era il dolore al piede che mi aveva cambiata? Era il fatto che prima possedevo il pensiero che, passata l’estate, sarei tornata nella capitale? Ero innamorata? Ero semplicemente più ottimista nei confronti del mondo perché possedevo la facoltà di fare due cose semplici e belle, camminare e ballare? Non lo so.

Le persone: ragazzine non ancora maggiorenni vestite per una piccola festa di paese come se stessero andando in discoteca con abiti fascianti e tacco quattordici con tanto di plateau; tante ma davvero tante coppie che si tengono per mano silenziose e che guardano il vuoto o mangiano un gelato seduti per ore ed ore senza proferir parola tra loro; una marea di gente sotto il palco a cantare canzoni di Vasco anche se Vasco a loro non piace o forse sì ma solo perché piace a tutti; ex piccole compagne di giochi che si son sposate, non hanno studiato, hanno una bambina in braccio e con cui gentilmente cerchi di chiacchierare ma ti rendi conto quanto non avete più nulla in comune perché mentre lei ha fatto un bambino tu hai lavorato e ti sei presa due lauree e sei andata a bere e fumare in quel di San Lorenzo.

Tutti felici e gentili con chiunque, perché ci sono le luci, c’è la festa!

Il tuo piede dolorante e la tua mente temporaneamente bipolare allora ti suggerisce (bastarda?!): “cara, chiediti, perché? Perché tutto questo?” Mi sembrava di esser in una commedia teatrale. Mal recitata però. Con l’aggravante di non aver ancora capito se anche io facessi parte della rappresentazione o piuttosto fossi uno spettatore, o entrambi.

Ad un certo punto ricordo anche di aver pensato “Voglio avere per fidanzato Pirandello. Oppure no, meglio Heidegger!”

Al terzo giro di crema al limoncello ho pensato che forse, oltre al piede, era anche l’alcool a inondarmi la testa di domande sceme. Perché noi esseri umani nella quotidianità non ci filiamo poi così tanto e durante le feste tutti dobbiamo rigorosamente assumere un atteggiamento socialmente attivo e proattivo nei confronti del mondo? Che senso ha?

Ho pensato anche di essere io l’anomala in tal senso, perché spesso mi capita di vivere la dinamica opposta: nella quotidianità mi ritrovo a chiacchierare con chiunque, sconosciuti, barman, commesse, anziani, bambini, gente incontrata per strada, alla posta, nella metro, al mare. Succede che tra una cosa e l’altra mi raccontano i fatti loro e, sinceramente, non mi dà affatto fastidio, anzi, è piacevole.

Succede che ci si scambi pareri, emozioni ed esperienze a vicenda senza alcun fine, senza alcuna necessità conformista di voler dimostrare alla società quanto siamo bravi a rispettare la convenzione e l’etichetta. Ecco: questo genere di socialità è quella che preferisco, perché mi pare molto più umana e molto meno costruita.

E’ una boccata di aria fresca in un mondo di profumi chimici, e lo è indipendentemente dalla natura positiva o negativa del discorso di turno fatto.

Comunque, dato che la causa scatenante di tutto questo riflettere probabilmente inutile  – e non solo – è stato il dolore al piede, ho deciso di impegnarmi seriamente. E quando dico impegnarmi seriamente non intendo solo limitarmi alla fisioterapia, magnetoterapia, laser-terapia, andare in bicicletta e nuotare: senza alcun dubbio son tutte cose che mi fanno bene, ma io devo ri-abituarmi a fare la cosa più semplice ma a quanto pare per me ultimamente più difficile al mondo: camminare.

Camminare, però, non per pochi minuti, ma per ore di seguito, sforzandomi a sopportare il dolore. Oltretutto ad agosto avrei una gara di nuoto e mi piacerebbe poter ritornare a danzare come una volta, perché quello sì, per me, è adrenalina pura, felicità e gran divertimento. Dopotutto, con un obiettivo piacevole all’orizzonte la resistenza che ho sempre avuto nello sport dovrà per forza di cose ritornare in me, permettendomi di battere e controllare questo stupido piede molliccio ;).

Mezzi di informazione tradizionale e blogosfera pullulano di brutte notizie. Ce ne sono tante. Troppe. In realtà è sempre stato così dai tempi dei tempi, anche perché la regola delle cinqueS” del giornalismo resta sempre valida e proficua, offrendo un ottimo piano strategico da seguire per viralizzare i contenuti. Però, in questi ultimi mesi abbiamo toccato l’apice: suicidi di gente disoccupata, stupri, femminicidi, morti e stragi nazionali e internazionali stanno diventando il top del top, oltreché il top del web.

Perché le brutte notizie fanno così tanta gola alla massa non riesco a capirlo. La gente condivide continuamente, tra reale e virtuale, brutte storie. Intendiamoci, di per sé non è questo il problema, anzi: se la condivisione avesse come fine ultimo la sensibilizzazione in primis di se stessi e poi anche di tutto l’entourage che chiamiamo in causa tra social network e chiacchiere reali, bè, sì, allora avrebbe tutto più senso. Un preziosissimo senso sociale. Ma non è così, o, almeno, così a me non pare.

Sembra, in realtà, che la gente – non tutta ma la maggior parte – copi e incolli la bad news di turno spiattellandola su twitter, google plus e  facebook solo perché mossa dal proprio ego. Non parlo, naturalmente, delle riviste telematiche di informazione: in quel caso la notifica di aggiornamento stile spammer è un loro lavoro/dovere. Mi riferisco piuttosto a coloro i quali – tanti – condividono online bad news senza esprimere una propria opinione, una critica, un punto di vista. Chessò, anche un pensiero senza senso, meravigliosamente arzigogolato o terribilmente filosofico e poco concreto potrebbero, corredati in forma di commento alla “copia e incollata cattiva info quotidiana”,  fare una grande differenza. Come si dice “bad news is good news”. Sì ma… “fino a ‘na certa!”

Senza considerare come la maggior parte delle persone oltre a twittare e/o condividere sui maggior social network la bad news di turno senza commenti o opinioni personali di sorta spesso addirittura neanche ci ha capito chissà che di quello che ha letto: semplicemente perché non ha letto davvero o, almeno, non a fondo e fino in fondo la notizia (tale caso in verità comprende, ahinoi, tutte le notizie, belle o brutte che siano).

La rete dovrebbe essere uno scambio di opinioni finalizzati alla circolazione della conoscenza e non una mera circolazione della pura informazione. Quest’ultima, infatti, pur essendo senza alcun dubbio utile alla formazione della coscienza e cultura delle persone grazie alla variabile dei punti di vista con cui permette di entrare in contatto diversamente dalla comunicazione tradizionale, non cambia, però, alcunché. Non nel mondo e in modo concreto, intendiamoci. E mai lo farà. Tutta questa astrattezza “condivisoria” e scarsamente commentata con la testa e il cuore inizia a farmi un po’ schifo.

Premetto: non sono contro la rete, anzi, mi reputo praticamente una forsennata sostenitrice della libera circolazione online di info, beni e servizi e, soprattutto, di tutto ciò che rientra nel “mega-mondo” open source. Tuttavia, inizio a perder sempre più fiducia nella teoria secondo la quale il web 2.0 possa in qualche modo creare un salto di qualità, portandoci dall’informazione targhettizzata a quella ricreata dal basso perché riscritta dalle condivisioni sociali. Forse la mia attuale opinione è prematura; o forse semplicemente è il risultato di alcuni libri ripresi in mano ultimamente: testi di critici  – con ragione di causa – del web 2.0 (Geert, Metitieri, etc.). Considerando poi come io abbia scritto una tesi di laurea a dimostrazione di quanto i social possano effettivamente giovare alla circolazione dei contenuti culturali, bè… questo mio cambio di rotta, seppur non ancora totale, fa pensare. E fa pensare soprattutto la sottoscritta.

O, forse, questo mio allontanamento dalla grande fiducia sociale del web 2.0 nasce dal brutto periodo in cui mi trovo e che, a quanto pare, non sembra voler terminare.

Mi sa che sto diventando fatalista ed è molto strano perché io non credo al fato, anzi, ho sempre pensato che ciascun essere umano sia l’unico artefice del proprio destino.

Eppur questo è un periodo talmente brutto da non poter far altro che dar la colpa al destino.

E’ stata una settimana orrenda e tra ieri ed oggi ho raggiunto davvero la saturazione delle brutte notizie.

Già… forse è proprio questo mio esser profondamente immersa negli ultimi tempi dentro le personali bad news ad aver attivato come diretta conseguenza un certo menefreghismo estremamente acuto nei confronti della “condivisione copia e incollata” dei social network. Tant’è che mi limito da un po’ a leggere articoli e post senza però condividere quasi mai su twitter, google plus e quant’altro. Ed è un evento raro, ve lo assicuro.

Dopo aver tolto il gesso pensavo che il peggio fosse passato, e invece no. Continuo a zoppicare, non mi reggo in piedi con la schiena diritta perché ho un dolore lancinante al piede. Oggi pomeriggio complice una meravigliosa giornata di sole sono stata qualche ora al mare, ho nuotato e mi ha fatto bene ma, praticamente, alzarmi in piedi e mettermi nell’acqua è impossibile. Camminare sulla spiaggia poi non ne parliamo: mi hanno dovuta prendere in braccio. Mi sono sentita persa. Credo che per la sottoscritta sarà una brutta estate: non voglio pesare sugli altri, non lo ho mai fatto e adesso che praticamente sono costretta a farmi “prendere dalla manina” è un po’ una tortura.

Ho iniziato la fisioterapia anche se il medico non me la aveva prescritta: se non riesco a camminare un motivo, dopotutto, ci deve essere, senza contare come le lastre appena ritirate hanno mostrato le ossa in fase di composizione (e quindi non ancora del tutto ricomposte).

La forza di resistere e continuare a provare a camminare a costo di sentire dolore è tanta e ce la farò, presto o tardi.

Zoppicante, poi, ieri sono stata a un funerale.

Mercoledì a casa dei miei zii, con mia zia… morta, dentro una tomba.

Non avevo mai visto un morto. Quando vent’anni fa morì mio padre mi vietarono categoricamente di vederlo, eppure allora, alla tenera età di sei anni, non avevo alcun timore delle mia probabile reazione. E’ proprio vero: i bambini hanno una forza e un non-bagaglio di vita che permette loro di porsi nei confronti degli eventi in modo “particolare”.

Bè, ora ho 27 anni: ho pianto, come non facevo da anni. Ho cercato di trattenere le lacrime ma è stato davvero difficile. Nel mio cervello un susseguirsi di immagini, di lei, di mio padre, della mia vita, della sua vita, delle persone che ho amato e a cui ho dimostrato e sto dimostrando il mio affetto, ma anche di quelle verso cui non sono stata capace di farlo. La morte tangibile e visibile ti mette di fronte a tante cose.

Lei, mia zia, era una donna di cultura e intelligenza, con la C e la I maiuscole più che mai. Una professoressa di storia e latino che tra una chemio e l’altra è andata volutamente fino alla fine e a tutti i costi nel suo liceo ad insegnare ai suoi alunni: per non farli restare indietro con il programma, per esser lì a risolvere ogni loro dubbio. I suoi alunni le hanno scritto un bellissimo addio, letto ieri tra le lacrime di tutti. Lei è stata è sarà sempre una paladina della cultura italiana, oltreché una gran donna.

Lei è la donna della forza d’animo nonostante la debolezza di un fisico debilitato dal tumore.

Lei E’: venendomi a trovare qualche giorno fa quando ancora portavo il gesso ha fatto di tutto per trasmettermi una forza e un coraggio tali da non possedere neanche io le parole per descriverli.

Lei aveva un tumore, lei affrontava la chemio con il sorriso, lei combatteva ad ogni respiro, lei cercava di non farmi pensare alla mia immobilità, chiacchierando di latino, commentando notizie belle e brutte con la voce di chi sa cosa sia la vita e quanto valga.

Ho pianto. Vederla lì, inerme, mi ha fatto pensare quanto la vita sia dura, quanto il mondo sia ingiusto, quanto l’unica certezza che abbiamo sia solo ed esclusivamente la morte.

E’ davvero ingiusto: perché sono i migliori ad andarsene?

L’unica cosa che possiamo fare è vivercela questa vita, ciascuno come vuole, cercando di sorridere e sforzandoci di andare avanti anche quando le cose sembrano mettersi davvero male. Perché prima o poi si muore e aver rimpianti non ha senso.

Ora, biasimatemi pure, ma io di quei disoccupati o precari suicidi non riesco ad avere pena: li capisco, naturalmente, so che è difficile, personalmente lo so. Ma da questo a togliersi la vita, magari gettandosi dal balcone dei propri cari, esiste un abisso incolmabile.