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Una donna non nasce cattiva, stronza o malefica.

Nessuna donna sana di mente brama il potere al punto tale da far male a qualcuno, perché ogni donna è biologicamente figlia e madre.

Perché ogni donna può dare la vita. Perché ogni donna è guidata dalla vita.

Una donna stronzamalefica è solo una donna ferita.

Prima di far soffrire qualunque donna, prima di giudicare qualunque donna, pensiamoci.

Pensiamo a nostra madre, a nostra sorella, a nostra figlia e, se siamo donne, pensiamo anche a noi stesse.

Una donna è ottimista di natura, le piace sorridere, le piace far sorridere, dà fiducia.

Ma se qualcuno tradisce la sua fiducia, prima o poi, la ruota girerà e i suoi errori gli si ritorceranno contro.

Ogni donna sa cosa significa cadere, ritrovare la forza, rialzarsi da sola.

Per amore del bello.

Per amore del sorriso.

Per amore dell’amore.

Per amore della vita.

 

Maleficent, ogni donna ha le sue ali

Non so perché ma ho sempre subito il fascino delle persone “strane” o meglio di quelle persone che dal resto del mondo vengono giudicate strane ma che a me, sinceramente, sembrano più normali di tutto il resto del mondo.

Vicino casa ho un tabacchino che, da incallita fumatrice quale sono, frequento spesso. Solitamente, quando torno da lavoro alle 20:00 circa, vado lì a comprare cartine e tabacco, trascinandovi con un menefreghismo da nobel la mia faccia categoricamente struccata, distrutta, per non dire incazzata e stanca dalle ore passate al pc e interrata tra autobus e metro. Ebbene, in questo tabacchino lavorano marito e moglie, una coppia semplicemente gentile e professionale. Una normale coppia di lavoratori, insomma. Insieme a loro c’è un ragazzo dai lunghi capelli castani, credo più o meno mio coetaneo. Il presente ragazzo dai capelli lunghi castani, che ho scoperto esser figlio della coppia, in sostanza, è… l’emblema della felicità esageratamente estrema!

Forse sono io che vedo la sua gioia estremamente esagerata, forse è così perché sto passando un periodo in cui “me rode sempre er culo” come si dice a Roma, ma sta di fatto che il ragazzo in questione ogni santissimo giorno quando tu apri la porta del tabacchino, lui fa capolino dal bancone con un sorriso smagliante, ti dice un “ciao” come se fosse la parola più bella del mondo e parla tutto il tempo come se stesse cantando.

Nel caso in cui, poi, non è lui a servirti ma i suoi genitori, lui sta lì dietro a parlarti del tempo, del mondo, a cantare e quant’altro come se ti conoscesse da una vita, fissandoti negli occhi sempre con quel sorriso allucinante.

sorriso-grande

Ok. I primi tempi non ci facevo tanto caso persa come ero nei miei pensieri. Ma ultimamente, dopo il mio solito “arrivederci e buona giornata” e il suo solito “grazie una bellissima giornata anche a te!” con tanto di porta gentilmente aperta, non so perché ma la sua allegria sconclusionata ha iniziato… a darmi ai nervi! Il mio pensiero ogni volta era “ma che cazzo ha da esser così stramaledettamente felice ogni santissimo giorno!”. In sostanza, mi veniva voglia di strozzarlo e porello lui era solo terribilmente allegro e felice.

Ebbene, il fastidio con il tempo si è trasformato in curiosità, e, probabilmente, il giorno in cui devo aver fatto una faccia abbastanza interrogativa con tanto di sorriso ebete da suscitare l’intervento del papà con un “non faccia caso a mio figlio, signorina, è strano“, i miei pensieri verso questo raggiante ragazzo sono cambiati.

Senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata a rispondere “E’ così magnificamente allegro, altro che strano!”. I genitori, in silenzio, mi hanno sorriso all’unisono, per la prima volta. Lui, quel suo imperterrito sorriso lo ha allargato ancora di più dicendo “Visto pà, io lo sapevo che la signorina è strana quanto me, anche se lei si ostina ogni giorno a non sorridere, vero che lo fai apposta?”. Sono scoppiata a ridere. Non riuscivo a bloccare le risate, giuro!

Bè, non c’è bisogno di dire che ora entrare in quel tabacchino è un piacere, anzi sta diventando la scusa per fermarmi a chiacchierare con questo giovane, raggiante, strano, quotidianamente ed imperterritamente allegro ragazzo dai capelli lunghi!

 

 

Qualche giorno fa, causa giornata orribile, ho preso la bici raggiungendo il primo posto tranquillo nel verde che mi capitava sotto mano: avevo urgente bisogno di respirare aria pura e rilassarmi.

Mi sono seduta tranquilla, a guardare il cielo e le nuvole, cercando di non pensare a nulla e di calmare quella rabbia che ogni tanto, causa litigi e stress quotidiano, si fa sentire un po’ troppo.

Ad un certo punto, una donna che passeggiava beatamente lì intorno, inizia ad osservarmi da lontano: io faccio finta di niente e continuo a concentrarmi sulle nuvole e sull’aria che entra ed esce dai miei polmoni. Dopotutto, per qual motivo avrebbe dovuto importarmi la ragione per cui lei continuasse a fissarmi in maniera così ossessiva dato che la sottoscritta era lì proprio al fine di allontanare, almeno per un po’, ogni tipo di qualsivoglia pensiero/ragionamento dalla propria mente?

Finché lei, tempo qualche minuto, si avvicina con un sorriso smagliante presentandosi: era lì per rilassarsi e lo faceva coltivando la sua più grande passione, la fotografia. Mi chiede se poteva farmi delle foto perché, a parer suo, avevo un viso molto fotogenico e, in quel momento, le sarebbe piaciuto immortalare nell’obiettivo… la mia espressione di profonda tristezza :|!!

Immaginate la mia reazione: bè si ok ero triste, ma appurare come dall’esterno, semplicemente osservandomi in viso, si leggesse questo stato d’animo, mi ha un po’, come dire, sorpresa. Forse è vero che i fotografi possiedono un’empatia maggiore di altri, e le chiacchiere successive me lo hanno confermato.

Abbiamo, difatti, iniziato a parlare del più e del meno e lei mi ha raccontato – di sua spontanea volontà –  la storia della sua vita: aveva quarant’anni (ma li portava davvero benissimo!), lavorava presso un ufficio commerciale privato in un paese lì vicino; si era laureata all’università di Padova e aveva lavorato per tanto tempo a Milano, ben pagata, dice lei, ma, nonostante tutto… infelice.

Parole sue: gli orari erano infernali, guadagnava, in sostanza, per pagare l’affitto dato che il tempo per fare altro proprio non lo aveva e questo, unitamente al fatto di non essere del posto, non le aveva reso le cose facili anche per ciò che riguardava la costruzione di una sana vita sociale.

A poco a poco,  quella tristezza divenne talmente insopportabile da prendere il sopravvento sulla ragione portandola alla scelta decisiva della sua vita: mollare l’aspirazione della carriera assoluta. Così, non senza titubanze mosse in primis dalla consapevolezza che tornare dai suoi dopo aver vissuto in lungo e in largo la faceva sentire un po’ come un granchio, decise comunque di preferire l’equilibrio e la passione al sacrificio totale di se stessa.

Annarita, è questo il suo nome, ora vive lavorando nel campo in cui ha studiato, ma lo fa per otto ore al giorno e trova il tempo per coltivare i suoi hobby, la fotografia e la corsa, e vedere i suoi amici. E’ serena e pur non potendo sapere come sarebbero andate le cose nel caso in cui avesse agito in passato diversamente, se oggi avesse la possibilità di tornare indietro lei – dice – rifarebbe ugualmente la medesima scelta.

Prima di salutarci scambiandoci le mail mi ha fatto promettere – sempre con quel suo smagliante sorriso- di iniziare a scegliere più seguendo l’istinto che la ragione, perché – a parer suo – sono molto giovane e se è naturale che le brutte giornate capitino a tutti, non è altrettanto sano che queste diventino la norma, perché abbiamo una vita sola e il nostro sorriso dipende da noi e dalle scelte che facciamo mossi dal nostro sentire piuttosto che dalla nostra razionalità.

Bene: il mio istinto, al momento, mi dice solo tre cose: voglio specializzarmi in SEO e Web Analysis, voglio ricominciare a danzare e voglio, un giorno, poter ritornare nella città che amo, ROMA.

Prendete l’estate finalmente iniziata, con il suo sole cocente, le passeggiate sulla sabbia sottile, le nuotate e le relative immersioni nei fondali marini, a dir poco splendidi, seppur non atlantici ma ionici;

Aggiungete una spiccata opposizione d’animo al principio – nonché canzone – “per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” e rendetelo concreto (ovvero, cambiate spiaggia e cambiate mare!);

Mescolate il tutto con una buona dose (a piacimento) di ottimismo, leggerezza e taanta crema solare (sì, anche quella, io mi sono ustionata ;)).

Non esiste un risultato unanime e globale a questa ricetta; tuttavia – e il più delle volte – ciò che ne vien fuori non delude affatto. Anzi: nuovi incontri, nuove persone, nuovi punti di vista e, anche, discorsi “strani ma veri” imbastiti tra un bagno rinfrescante e un caffè rigenerante, un sorriso inaspettato e un tramonto tanto atteso.  Chiacchiere che nascono spesso da prese in giro, cazzate e dinamiche da flirt. Eppur, questi blateramenti, tanto inutili e futili non sono; soprattutto se ti regalano quella sensazione di empatia che, nonostante non faccia mai male, in un preciso momento a te sembra la cosa più giusta al momento più giusto: la scintilla necessaria a trasformare il flebile fiammifero della tua testa in un fuoco finalmente attivo e propositivo

Esser giudicati o giudicare sono solo dinamiche di abitudini conformiste sociali create sulla base del fatto che nulla è certo per l’esser umano: l’importante è capire chi sei e cosa vuoi e, nel caso in cui dovessi smarrirti o condizioni esterne arrivassero a mettere in dubbio la passione  – nel senso più ampio del termine – che ti fa vivere ed esser unico per quello che sei, allora, in quel caso, devi rianalizzare il te stesso “passato”, capire cosa faceva di te quello che eri – e che, in fin dei conti, sei ancora – e riavvicinarti, concretamente, a tutte le attività, i pensieri, che ti facevano star bene proprio perché parti indissolubili e uniche della tua persona.

Per il resto, puoi essere un punk, un manager, un nullafacente, un giornalista, un medico, un professore, un barista, un copywriter, un barbone, un fancazzista, un attore; puoi esser sessualmente disinibito come inibito; puoi esser sportivo o pigro; puoi esser vegetariano o carnivoro o alcolizzato o astemio o solo acqua rocchetta/uliveto.

Puoi esser quel che ti pare: impeccabile al lavoro, pazzo nel privato; serio nei discorsi pubblici, sboccato con gli amici. Oppure puoi esser tutto questo, ma… al contrario, sì, anche, d’altronde, chi te lo vieta? Tutti giudichiamo, tutti siamo giudicati, chissenefrega. Chi vive e lascia vivere, fondamentalmente, è colui che vive meglio, non necessariamente economicamente meglio, ma serenamente meglio.

Se ricordi sempre chi sei, non ti perderai mai definitivamente, perché se sei in pace con te, leale con te e quello che vuoi e ti piace, le risorse ce l’hai, sempre.”

Non è il Re Leone che parla a Simba dal cielo stellato :), anche se scrivendo il titolo, effettivamente, mi è tornato alla mente il famoso cartoon Disney. Non c’erano neanche le stelle, ma un sole terribilmente caldo e lui è uno studente di medicina con la passione per l’antropologia.

Il suddetto discorso, da me moolto apprezzato, è iniziato, appunto, con una sua riflessione scherzosa, oltre che – a parer mio – molto poco scientifica, eppur, a parer suo, documentata: “i buchi alle orecchie delle donne in passato, e ancor oggi in alcune tribù, sono la rappresentazione dell’inibizione sessuale; quindi, maggiore è il numero di buchi alle orecchie di una donna, più ella  è – contrariamente a  quanto si possa pensare – inibita sessualmente“. (Io ho cinque buchi Ahahah :D!)

Ok, non nascondo come questa cosa mi abbia fatta sorridere, soprattutto perché detta con convinzione da un uomo di scienza con la passione per l’antropologia che, seppur possa esser definita una scienza sociale, non è, a parer mio, concretamente riscontrabile e verificabile al cento per cento. Non metto in dubbio come, probabilmente in passato, i buchi alle orecchie potessero  assumere tale significato, anzi: dopotutto l’antropologo è lui, sarà ben documentato a tal proposito immagino. Tuttavia, quest’affermazione mi ha fatto sorridere anche perché, diciamolo, oramai tutte noi donne abbiamo i buchi alle orecchie, chi più chi meno, e li facciamo… per il semplice fatto che esistono meravigliosi orecchini da indossare! (e quindi, se proprio la vogliamo guardare in un’ottica antropologica, questi sono chiari ornamenti fisici; ipoteticamente elementi simbolici utilizzati direttamente per piacersi e indirettamente per piacere, generando – dunque 🙂 – attrazione da parte dell’altro sesso).

“E’ sano dirci: in questa fase della vita devo mettere qualcosa tra parentesi, posso fare questo e non quest’altro“. Parola di Debora Spar presidente del Barnard College, famoso college femminile a New York. Facile a dirsi, direte voi – e anche io – difficile a farsi; eppure sta proprio in questa difficoltà che noi donne tendiamo ad alimentare ansie perenni e sensi di colpa esagerati che non ci permettono di vivere con la leggerezza tipicamente maschile.

Abbiamo un vizio, noi donne, arrivate ad una certa età ci lasciamo sopraffare dal senso di onnipotenza: vogliamo esser perfette in tutto, ottime lavoratrici in carriera, perfette fidanzate, amanti e/o mogli, mamme ad hoc, donne belle e in forma, sempre e comunque. Il cosiddetto work lifebalance, in realtà, non è una questione prettamente femminile, anzi: anche gli uomini, soprattutto negli ultimi anni, vogliono poter riuscire a conciliare lavoro, famiglia e tempo per se stessi, tra sport e passioni varie. E’ un atteggiamento sano e naturalissimo.

La differenza di genere, in tal caso, sta però nel fatto che loro non ne sono ossessionati, non si fanno sopraffare dall’estremo senso di colpa da cui noi invece ci facciamo colpire e scalfire nel momento in cui notiamo che, no, decisamente non brilliamo di perfezione in tutti i settori della nostra vita. In realtà – ammettiamolo -, loro neanche lo sentono quel senso di colpa con cui noi ci frustiamo; e non lo sentono semplicemente perché, come si direbbe a Roma, “loro prendono la vita un po’ più scialla“!

In treno mi è capitata fra le mani un’intervista fatta alla Debora di cui sopra in occasione della prossima uscita del suo libro (a settembre negli USA), dal titolo Wonder Womannel quale, a dispetto dell’ headline proposta, la Spar parla proprio di come il voler a tutti i costi essere una super donna non faccia altro che auto-rinchiuderci dentro una cupola di cristallo, tanto splendente e bella, quanto costruita a suon di frustrazioni e sensi di fallimento, gli stessi che ci opprimono e, spesso, arrivano a sortire l’effetto contrario a quello desiderato: annullano la nostra vera personalità e sabotano il successo e il piacere di esso praticabile e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.

L’autrice dice che, a parer suo, questa perfezione in solitaria non ha nulla a che vedere con il femminismo, anche se sicuramente quest’ultimo la ha influenzata:” il femminismo è fatto di diritti collettivi” – dice -” l’ossessione alla perfezione è qualcosa di individuale“. Vero. Ma, carissima Debora, tu che –  diciamocelo – hai tutto nella tua vita, dalla carriera alla famiglia alle gambe da urlo, concretamente parlando, potresti dirci come uscire illese e felici dal nostro amato-odiato tormento “perfettino”?

Alzi la mano, infatti, quale donna dai 26 anni in su non soffra di questa sindrome di perfezionismo acuto: chi più chi meno, ci siamo dentro tutte, indistintamente. E, bè, leggendo l’intervista di cui sopra, mi sono resa conto che anche la sottoscritta non sta messa bene, con un’unica differenza: non avendo una mia famiglia, al momento, con l’ossessione della madre perfetta per fortuna non ci devo ancora aver a che fare. Ma per il resto… sono, ahimé, una “donna perfezione in solitaria” a tutti gli effetti: pretendo di eccellere in tutti i lavori che faccio, sia quelli professionali che non professionali; voglio poter recuperare la mia forza e flessibilità fisica nel minor tempo possibile perché quel gesso alla gamba si è “mangiato” tutte le mie performance sportive; voglio poter viaggiare ma anche trovare la mia stabilità in un luogo preciso che non sia quello attuale; voglio lasciare l’Italia ma adoro la lingua e la cultura italiana per le quali mi piacerebbe dare il mio contributo; mi piacerebbe innamorarmi di nuovo ma, data la mia concentrazione sui primi punti, tendo a mettere volontariamente l’aspetto “uscite galanti” in secondo piano e me frego  – a detta di tutti – un po’ altamente degli uomini :).

Risultato: se alla quarta vasca di allenamento mi fermo perché le mie gambe non sono allenate come prima, la mia frustrazione cresce fino al tormento; se un colloquio non va come speravo andasse il senso di colpa e di imperfezione arriva a sabotare quella determinazione costruita in anni e anni di esperienze di vita, studio, lavoro e sport; se perdo l’ennesimo cliente perché oramai da free lance certe cose è meglio non farle più per come gira il mercato, mi segrego per ore ed ore tra quattro mura davanti al pc ossessivamente alla ricerca di una collaborazione stabile  e degnamente retribuita in qualche agenzia, oppure inizio a pensare che forse dovrei smetterla di barcamenarmi tra un lavoro che mi piace e uno che mi dà i soldi e prendere una decisione netta anche a scapito dei miei sogni. Delirio!!

In sostanza, l’articolo letto mi è capitato sotto agli occhi nel momento giusto, quando la mia testolina iniziava a farsi tormentare dai sensi di colpa di non esser riuscita a fare una cosa come avrei voluta farla, ovvero alla perfezione.

Non so se il libro della Spar sia l’ennesimo manuale inutilmente ridondante di pseudoconsigli pro ottimismoautodeterminazione e relax blaterante e non lo potrei sapere dato che ancora deve esser pubblicato. Tuttavia, di una cosa sono certa: ho deciso di provare a personalizzare il consiglio che l’autrice, a fine intervista, dà alle donne: “Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso far questo e non quest’altro”.

E io, carissima Spar, in questa fase della mia vita decido che posso fare questo e quest’altro, ma cercherò di farlo senza inutili frustrazioni e sensi di colpa. Però, decido di metter tra parentesi nel mio caso il quant’altro  – vedi che li seguo i tuoi consigli prof? –  altrimenti vado caput  :)! Qualche mese fa ero un po’ più scialla di quanto non lo sia adesso e, in effetti, le cose andavano meglio, in tutti i campi della mia vita; quindi… bè, rispettabilissima professoressa, grazie di avermi ricordato che “determinata qui” e “scialla ” è cosa buona e giusta ;)!

Mi hanno tolto il gesso! Sono troppo contenta 🙂 ! Sì, è vero, ancora zoppico e sono lenta come una lumaca ma, sinceramente, il peggio è passato quindi chissenefrega se per il momento faccio le cose al rallentatore!

La bella notizia, oltretutto, è che non ho neanche bisogno della fisioterapia, almeno così ha detto il medico, un uomo davvero tanto tanto simpatico. Non porto alcuna fasciatura e praticamente dal primo giorno ho abbandonato le stampelle, anzi, è stato il medico stesso a dirmi di camminare e muovermi più che posso stando solo attenta a non caricare troppo la caviglia con movimenti estremi. In effetti, dopo un mese ferma non percepisco più alcun muscolo e la caviglia e il polpaccio scheletrico che mi ritrovo sono quelli che fanno più fatica a riprendersi. Ma passerà. A poco a poco passerà.

Ho anche “constatato” quanto io sia sensibile al fascino dei medici 🙂 : ascoltarli parlare di questa medicina o quella frattura o quella “cosa lì” di scienza medica è davvero interessante. Senza considerare che la maggior parte di loro ha un approccio umano davvero notevole: si preoccupa, ti vizia e, soprattutto, chiacchiera con reale interesse, apprezzando le battute che fai e condividendo a sua volta considerazioni umoristiche. Sarà che sono stata fortunata a beccare un infermiere simpaticissimo poco più grande di me con cui praticamente mi sbellicavo della risate, ma il punto è quanto ciò mi abbia fatto riflettere su come certi uomini sappiano essere davvero dei gran musoni, noiosi e narcisi.

Già. Rientrata dall’ospedale è venuto naturalmente a trovarmi il “tipo” e non nego quanto io abbia iniziato a guardarlo con occhi diversi: tanto dolce e premuroso certo, bellissimo ragazzo ma, oddio, uno che passa la maggior parte della propria giornata a fare addominali, dice sempre “io, io”, non beve e non mangia mai (mai intendo da anni!) un bicchiere di vino o qualunque cibo/bevanda presenti anche solo una minima percentuale di proteine animali e di alcol è, come dire… noioso!!

Non credo che il mio sia un giudizio estremo, non in tal caso almeno: anche la sottoscritta, infatti, si reputa abbastanza sportiva, le piace ballare e nuotare e naturalmente in quanto donna tiene molto al suo aspetto estetico. Tuttavia, da questo a rinunciare totalmente agli aperitivi, non mangiare per sempre proteine animali, vivere di frutta e verdura e parlare solo del fatto che questa settimana lui non si è abbastanza allenato e deve raggiungere il suo peso forma, bè ma … che palleee!! L’infermiere che mi ha curata in ortopedia mi piace di più: non avrà gli addominali ma è un uomo davvero interessante, nonché simpatico!

In sostanza: cari uomini fate meno i narcisi, chiacchierate di più con le vostre donne e, soprattutto, fatele ridere! Non è un semplice cliché quello dell’uomo simpatico e affascinante, è tutto vero. Io ho lasciato il tipo e non perché adesso mi frequento con l’infermiere di cui sopra, anzi, probabilmente a lui non lo rivedrò mai più (peccato :p ). Ho preso questa decisione semplicemente perché stare con qualcuno con cui in sostanza ci si annoia significa, evidentemente, che nella coppia non c’è alcun feeling mentale e quindi la relazione non ha senso di esistere.

La sola attrazione fisica non basta. Perché accontentarsi esclusivamente di quella quando potremmo anche ridere e chiacchierare animatamente con qualcun’altro? Perché non pretendere, per noi stessi, per la nostra maggiore serenità, anche l’attrazione mentale? Non parlo di “amore”. L’amore probabilmente è qualcosa che va oltre tutto questo, oltreché pazzo e realisticamente poco concreto 🙂 . Mi riferisco, invece, a quella sensazione che ti fa pensare, nel momento in cui hai una relazione, cose del tipo “cavolo, trascorrere del tempo con lui/lei è davvero fantastico!”. A me è successo. Non vedo perché dovrei buttarmi la zappa sui piedi negandomi la possibilità che possa accadere ancora. Dopotutto, non sono mica così tanto vecchia e disperata ;).

Vabbé, chiudo qui, tanto è evidente quanto oggi non abbia granché voglia di scrivere cose serie e oggettivamente interessanti su questo blog :).

Vado a fare una passeggiata serale su DUE gambe, olé!

Di recente mi sto imbattendo, con una certa piacevole frequenza, in articoli o veri e propri servizi promotori di concorsi innovativi finalizzati a supportare idee e progetti di donne, giovani o meno che siano. Incontri informativi piacevoli, li chiamerei, dato che in Italia di iniziative a sostegno del talento e dell‘imprenditorialità femminile ce ne sono – ahinoi – ben poche. Ed è un vero peccato, perché le idee proposte dalle partecipanti a tali progetti racchiudono in loro qualcosa di speciale, un’impronta femminile che va al di là della semplice creatività o innovazione tecnologica. Che si tratti di un lavoro artistico piuttosto che tecnologico o sociale, infatti, ciascuna creazione, vincitrice o semplicemente partecipante, possiede in sé un minimo comune denominatore che tanto “comune” in questo paese non è: la sensibilità sociale.

quadrifoglio rosa

Primo fra tutti in termini di sensibilità sociale è il progetto pensato e proposto da Sabrina Bonaventura in occasione della prima edizione del concorso Women Like You, promosso da Pandora, famoso brand danese di gioielli. Sabrina con la sua idea ha vinto questa prima tappa del contest, ideato al fine di promuovere e supportare il talento femminile attraverso la donazione di diecimila euro per la realizzazione del progetto vincitore tra i dieci in gara. Sabrina è una donna come tante che, come tutte, ha avuto il coraggio e la forza di seguire le proprie passioni e superare il dolore della perdita con determinazione e resilienza. Lei, oggi quarantenne, a trentasette anni aveva una famiglia e due figli, non aveva studiato anche se l’istruzione universitaria era da sempre un sogno. Proprio di fronte ad un padre malato e morente, che la invoglia a seguire il suo eterno desiderio di conseguire un titolo di studio, lei decide di provarci, con tutte le problematiche del caso, riuscendo così ad ottenere una laurea in psicologia. Ad oggi Sabrina è psicologa in un reparto di oncologia, nonché vincitrice della prima edizione del Women Like You. Il suo progetto? La trasformazione, con i fondi ottenuti grazie alla vincita del contest, della terrazza di un ospedale in un giardino sociale: un luogo d’incontro tra malati e familiari, in cui chiacchierare e trascorrere del tempo con i propri nipoti. Sabrina dice di voler introdurre in tale giardino anche un’area giochi e un angolo dedicato agli animali, per ricreare pienamente uno spazio piacevole e caldo capace di strappare i malati da quell’isolamento a cui purtroppo spesso sono rilegati.

Questo è uno dei tanti progetti ad oggi avviati che, pero’,  inevitabilmente ti porta a riflettere sul perché tali utili iniziative vengano così tanto taciute dai mezzi di comunicazione, tradizionali e moderni. In tv, ma anche su internet, di concorsi simili non si sente minimamente parlare. Senza dubbio l’Italia in questo momento ha – diciamo – altro a cui pensare, tra una governo da formare e un’economia da salvare. Pero’, mi chiedo, perché non sacrificare qualche notizia di gossip a favore della promozione di queste idee? Perché, in pieno 2013, l’Italia relega il merito dell’altra metà del cielo solo alle riviste – offline e online –  femminili o culturali? Per quale motivo il cordone ombelicale del figlio di Belen deve avere più risonanza mediatica di progetti e concorsi che potrebbero nel loro piccolo contribuire a cambiare un popolo di finti santi schiavizzati dal gossip martellante? Io la risposta non la ho ancora trovata e la sto cercando da secoli, probabilmente da quando mi sono ritrovata all’età di sei anni a dover esser una piccola donna indipendente emotivamente e concretamente. Ora ne ho 26 e il trattamento mediatico riservato alle donne – ahimè – in questo paese  è peggiorato. L’unica cosa che mi consola è che per fortuna esistono ancora nel mondo della comunicazione donne di valore come la Gruber; ma l’andazzo nel settore della stampa e della televisione è – ahinoi – catastrofico.

PS Per chi volesse partecipare alla prossima edizione di Women Like You, le proposte possono essere inviate direttamente a www.womenlikeyou.it. Le categorie di riferimento sono tre, imprenditoriale, sociale e under 30; a ottobre è prevista la selezione dei progetti migliori che entreranno a far parte dei dieci in gara e a fine gennaio 2014 la premiazione per ogni settore. I premi in palio sono due fondi da 20mila euro ciascuno e uno da 5mila, quest’ultimo finalizzato al supporto di una borsa di studio specifica.