Archivio per la categoria ‘cultura’

Sono stata a Ravenna e ne sono rimasta affascinata!

L’occasione fa l’uomo ladro e, quindi, nonostante non sia partita con l’intenzione di farmi un giro turistico, alla fine ne ho approfittato ugualmente e mi sono messa, mappa alla mano, a gironzolare qui e là.

Ravenna non è solo la città del mosaico, c’è molto di più: biblioteche fornitissime raggiungibili a piedi o in bicicletta; antichi giardini sempreverdi bellissimi in cui la gente sosta leggendo all’ombra, chiacchierando o prendendo un gelato; monumenti storici degni di esser visitati e, soprattutto questa estate, è stra-piena di eventi, come mostre e corsi di fotografia, cinema all’aperto, reading spettacoli teatrali.

Non sono cattolica ma non potevo certo saltare anche la classica visita alla tomba di Dante e ai giardini francescani.

Aldilà, però, del tangibile culturale offerto, posso dire che in pochi giorni Ravenna mi ha conquistata soprattutto per l’atmosfera rilassata e sociale di cui è invasa: qualsiasi persona di qualsiasi età si sposta in bicicletta; di macchine e autobus se ne vedono pochissimi, tanto che camminando devi star attento a non tagliare la strada ai ciclisti – cittadini :); la gente del posto si incontra tra una passeggia e l’altra, tra una commissione e l’altra; studenti, visitatori, lavoratori, bambini e anziani si mixano alla perfezione tra chiacchiere e saluti (sempre e rigorosamente in bici o a piedi :)).

Per un’amante della bicicletta come me tutto ciò è uno spettacolo meraviglioso!

Dopo esserci stata dal vivo capisco perché Ravenna è ad oggi candidata capitale europea della cultura!

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Mezzi di informazione tradizionale e blogosfera pullulano di brutte notizie. Ce ne sono tante. Troppe. In realtà è sempre stato così dai tempi dei tempi, anche perché la regola delle cinqueS” del giornalismo resta sempre valida e proficua, offrendo un ottimo piano strategico da seguire per viralizzare i contenuti. Però, in questi ultimi mesi abbiamo toccato l’apice: suicidi di gente disoccupata, stupri, femminicidi, morti e stragi nazionali e internazionali stanno diventando il top del top, oltreché il top del web.

Perché le brutte notizie fanno così tanta gola alla massa non riesco a capirlo. La gente condivide continuamente, tra reale e virtuale, brutte storie. Intendiamoci, di per sé non è questo il problema, anzi: se la condivisione avesse come fine ultimo la sensibilizzazione in primis di se stessi e poi anche di tutto l’entourage che chiamiamo in causa tra social network e chiacchiere reali, bè, sì, allora avrebbe tutto più senso. Un preziosissimo senso sociale. Ma non è così, o, almeno, così a me non pare.

Sembra, in realtà, che la gente – non tutta ma la maggior parte – copi e incolli la bad news di turno spiattellandola su twitter, google plus e  facebook solo perché mossa dal proprio ego. Non parlo, naturalmente, delle riviste telematiche di informazione: in quel caso la notifica di aggiornamento stile spammer è un loro lavoro/dovere. Mi riferisco piuttosto a coloro i quali – tanti – condividono online bad news senza esprimere una propria opinione, una critica, un punto di vista. Chessò, anche un pensiero senza senso, meravigliosamente arzigogolato o terribilmente filosofico e poco concreto potrebbero, corredati in forma di commento alla “copia e incollata cattiva info quotidiana”,  fare una grande differenza. Come si dice “bad news is good news”. Sì ma… “fino a ‘na certa!”

Senza considerare come la maggior parte delle persone oltre a twittare e/o condividere sui maggior social network la bad news di turno senza commenti o opinioni personali di sorta spesso addirittura neanche ci ha capito chissà che di quello che ha letto: semplicemente perché non ha letto davvero o, almeno, non a fondo e fino in fondo la notizia (tale caso in verità comprende, ahinoi, tutte le notizie, belle o brutte che siano).

La rete dovrebbe essere uno scambio di opinioni finalizzati alla circolazione della conoscenza e non una mera circolazione della pura informazione. Quest’ultima, infatti, pur essendo senza alcun dubbio utile alla formazione della coscienza e cultura delle persone grazie alla variabile dei punti di vista con cui permette di entrare in contatto diversamente dalla comunicazione tradizionale, non cambia, però, alcunché. Non nel mondo e in modo concreto, intendiamoci. E mai lo farà. Tutta questa astrattezza “condivisoria” e scarsamente commentata con la testa e il cuore inizia a farmi un po’ schifo.

Premetto: non sono contro la rete, anzi, mi reputo praticamente una forsennata sostenitrice della libera circolazione online di info, beni e servizi e, soprattutto, di tutto ciò che rientra nel “mega-mondo” open source. Tuttavia, inizio a perder sempre più fiducia nella teoria secondo la quale il web 2.0 possa in qualche modo creare un salto di qualità, portandoci dall’informazione targhettizzata a quella ricreata dal basso perché riscritta dalle condivisioni sociali. Forse la mia attuale opinione è prematura; o forse semplicemente è il risultato di alcuni libri ripresi in mano ultimamente: testi di critici  – con ragione di causa – del web 2.0 (Geert, Metitieri, etc.). Considerando poi come io abbia scritto una tesi di laurea a dimostrazione di quanto i social possano effettivamente giovare alla circolazione dei contenuti culturali, bè… questo mio cambio di rotta, seppur non ancora totale, fa pensare. E fa pensare soprattutto la sottoscritta.

O, forse, questo mio allontanamento dalla grande fiducia sociale del web 2.0 nasce dal brutto periodo in cui mi trovo e che, a quanto pare, non sembra voler terminare.

Mi sa che sto diventando fatalista ed è molto strano perché io non credo al fato, anzi, ho sempre pensato che ciascun essere umano sia l’unico artefice del proprio destino.

Eppur questo è un periodo talmente brutto da non poter far altro che dar la colpa al destino.

E’ stata una settimana orrenda e tra ieri ed oggi ho raggiunto davvero la saturazione delle brutte notizie.

Già… forse è proprio questo mio esser profondamente immersa negli ultimi tempi dentro le personali bad news ad aver attivato come diretta conseguenza un certo menefreghismo estremamente acuto nei confronti della “condivisione copia e incollata” dei social network. Tant’è che mi limito da un po’ a leggere articoli e post senza però condividere quasi mai su twitter, google plus e quant’altro. Ed è un evento raro, ve lo assicuro.

Dopo aver tolto il gesso pensavo che il peggio fosse passato, e invece no. Continuo a zoppicare, non mi reggo in piedi con la schiena diritta perché ho un dolore lancinante al piede. Oggi pomeriggio complice una meravigliosa giornata di sole sono stata qualche ora al mare, ho nuotato e mi ha fatto bene ma, praticamente, alzarmi in piedi e mettermi nell’acqua è impossibile. Camminare sulla spiaggia poi non ne parliamo: mi hanno dovuta prendere in braccio. Mi sono sentita persa. Credo che per la sottoscritta sarà una brutta estate: non voglio pesare sugli altri, non lo ho mai fatto e adesso che praticamente sono costretta a farmi “prendere dalla manina” è un po’ una tortura.

Ho iniziato la fisioterapia anche se il medico non me la aveva prescritta: se non riesco a camminare un motivo, dopotutto, ci deve essere, senza contare come le lastre appena ritirate hanno mostrato le ossa in fase di composizione (e quindi non ancora del tutto ricomposte).

La forza di resistere e continuare a provare a camminare a costo di sentire dolore è tanta e ce la farò, presto o tardi.

Zoppicante, poi, ieri sono stata a un funerale.

Mercoledì a casa dei miei zii, con mia zia… morta, dentro una tomba.

Non avevo mai visto un morto. Quando vent’anni fa morì mio padre mi vietarono categoricamente di vederlo, eppure allora, alla tenera età di sei anni, non avevo alcun timore delle mia probabile reazione. E’ proprio vero: i bambini hanno una forza e un non-bagaglio di vita che permette loro di porsi nei confronti degli eventi in modo “particolare”.

Bè, ora ho 27 anni: ho pianto, come non facevo da anni. Ho cercato di trattenere le lacrime ma è stato davvero difficile. Nel mio cervello un susseguirsi di immagini, di lei, di mio padre, della mia vita, della sua vita, delle persone che ho amato e a cui ho dimostrato e sto dimostrando il mio affetto, ma anche di quelle verso cui non sono stata capace di farlo. La morte tangibile e visibile ti mette di fronte a tante cose.

Lei, mia zia, era una donna di cultura e intelligenza, con la C e la I maiuscole più che mai. Una professoressa di storia e latino che tra una chemio e l’altra è andata volutamente fino alla fine e a tutti i costi nel suo liceo ad insegnare ai suoi alunni: per non farli restare indietro con il programma, per esser lì a risolvere ogni loro dubbio. I suoi alunni le hanno scritto un bellissimo addio, letto ieri tra le lacrime di tutti. Lei è stata è sarà sempre una paladina della cultura italiana, oltreché una gran donna.

Lei è la donna della forza d’animo nonostante la debolezza di un fisico debilitato dal tumore.

Lei E’: venendomi a trovare qualche giorno fa quando ancora portavo il gesso ha fatto di tutto per trasmettermi una forza e un coraggio tali da non possedere neanche io le parole per descriverli.

Lei aveva un tumore, lei affrontava la chemio con il sorriso, lei combatteva ad ogni respiro, lei cercava di non farmi pensare alla mia immobilità, chiacchierando di latino, commentando notizie belle e brutte con la voce di chi sa cosa sia la vita e quanto valga.

Ho pianto. Vederla lì, inerme, mi ha fatto pensare quanto la vita sia dura, quanto il mondo sia ingiusto, quanto l’unica certezza che abbiamo sia solo ed esclusivamente la morte.

E’ davvero ingiusto: perché sono i migliori ad andarsene?

L’unica cosa che possiamo fare è vivercela questa vita, ciascuno come vuole, cercando di sorridere e sforzandoci di andare avanti anche quando le cose sembrano mettersi davvero male. Perché prima o poi si muore e aver rimpianti non ha senso.

Ora, biasimatemi pure, ma io di quei disoccupati o precari suicidi non riesco ad avere pena: li capisco, naturalmente, so che è difficile, personalmente lo so. Ma da questo a togliersi la vita, magari gettandosi dal balcone dei propri cari, esiste un abisso incolmabile.