Archivio per la categoria ‘contestualizzazione’

Nel giro di una settimana ho preso ben quattro treni e, nonostante non ne possa più di arrivare la mattina  o la sera in stazione e cambiarmi nei bagni, devo ammettere che mi mancavano le chiacchierate intavolate con perfetti sconosciuti, quelle tipiche dei viaggi a lunga/media percorrenza.

I treni, dopotutto, possono rivelarsi dei veri e propri confessionali, altro che Grande Fratello! Persone di tutte le età e le estrazioni sociali sono “costrette” a star rinchiuse in uno spazio più o meno ristretto per ore ed ore. Ok, ci sono i libri e le riviste da leggere, abbiamo smartphone, tablet e aggeggi tecnologici di ogni sorta con cui passare il tempo ma, dopo tre ore di fullimmersion nella tecnologia, altre due ore di letture e un’oretta di sonnellino il punto è che se non chiacchieri con un essere umano rischi di impazzire.

Il bello è che nei treni c’è davvero il mondo, inteso nella più ampia accezione del termine: puoi scambiare pareri, esperienze, disavventure, scelte, immagini, valori e quant’altro con una varietà di esseri umani non indifferente.  I treni ti arricchiscono, profondamente, non economicamente. Non guadagnerai soldi, ma storie di vita vera, che spesso valgono molto, molto più di uno stipendio.

-Viaggio di andata

L’elegante banchiere dalla carriera ormai avviata e sfolgorante ti racconta come il suo sogno fosse quello di diventare un avvocato; un sogno a cui ha rinunciato dopo aver studiato legge e fatto il praticantato, perché non c’erano stipendi reali per un piccolo laureato con tante passioni e non c’erano neanche i soldi per poter continuare a sognare pesando sulla famiglia di operai.

La vita gli ha poi offerto la possibilità e la fortuna di entrare in banca: un lavoro che lui ora ringrazia il cielo di possedere, che gli ha permesso di farsi una famiglia ma che non è e non sarà mai il lavoro dei suoi sogni. Se ne dispiace? Un po’ sì e un po’ no, “dopotutto, ogni lavoro quando diventa tale abbandonando il carattere e le aspettative del sogno si rivela  abitudinario e un po’ meno affascinante, quindi… non mi lamento”. Parliamo ore ed ore, di economia, di politica, del modello di sviluppo sbagliato – orizzontale e non più verticale – adottato dalla maggior parte delle aziende italiane e di tanto altro (12 ore in treno sono infinite :)).

Poi, lui mi dice: “Però tu, cara, hai rinunciato a tutti i tuoi sogni, non solo ad uno: hai rinunciato ai tuoi sogni professionali, hai rinunciato a quella che tu mi dici esser la tua grande passione, la danza, hai rinunciato a vivere nella città che ami, hai rinunciato ai tuoi amici, hai rinunciato totalmente al divertimento. Insomma, permettimi di farti notare come tu abbia, sostanzialmente, rinunciato a vivere, e questo, alla tua età, non va bene. Attenta a far troppi sacrifici perché rischi di rinunciare totalmente a te stessa e questa è la cosa peggiore che ti possa succedere, perché ti ritrovi in un baratro di sofferenza mortale da cui è difficile uscire”.

-Viaggio di ritorno

Il manager ti racconta della sua rara malattia agli occhi contratta all’età di 26 anni, subito dopo a laurea, delle continue visite e, finalmente, del’incontro con un grande medico del San Camillo da cui è stato operato e da cui continua a stare in cura. Parliamo di politica, di libri, di rivoluzione, di web marketing, di Bukowski, del rapporto con suo figlio, del rapporto con i suoi genitori.

Quando mi alzo perché sono arrivata a destinazione e devo scendere dal treno, lui mi tende la mano e con un sorriso mi dice “E’ stato davvero un piacere chiacchierare con te e ricorda: purtroppo, le tre parole che io e te vorremmo sentir pronunciare dai nostri genitori, non le sentiremo mai, e non è colpa di nessuno; non tua, non loro. Quindi, fai le tue scelte pensando, certo, a chi ti ha messo al mondo e a chi vuoi bene, ma falle pensando soprattutto a te: è chiaro che hai deciso di cambiare perché qualcuno o qualcosa ti ha fatto pensare di esser sbagliata, ed è chiaro come questo tuo esser quasi totalmente cambiata non ti far star bene, e non starai mai bene così perché, semplicemente, non sei tu. Te lo dico da padre e forse, chissà, un giorno da collega: ricomincia e non rinnegarti mai più”.

Il banchiere e il manager non sono due personaggi inventati per scrivere la trama di un libro o per montare la sceneggiatura di un film. Il banchiere e il manager sono due dei tanti passeggeri con cui ho avuto il piacere di chiacchierare durante i miei ultimi viaggi in treno.

Devo ringraziarli, il banchiere e il manager, perché, oltre alle interessanti discussioni sull’economia, la legge, la cultura, la vita e il mondo, mi hanno messo davanti agli occhi ciò che io da sola non ero ancora riuscita a vedere.

Mi rendo conto anche di un’altra cosa: sono mesi, oramai, che ogni qual volta io entri in contatto con dei perfetti sconosciuti, questi sembrano inviarmi dei segnali, avvisarmi quanto il percorso che sto seguendo sia sbagliato ed insano, per la mia vita, per la mia salute mentale e fisica, per la mia felicità.

E’ arrivato il momento di ritornare ad essere quella che sono sempre stata e, questa volta, se a qualcuno non piacerà non è e non sarà un problema mio.

Tra qualche settimana, con la benedizione della mia adorata mamma che soffre quanto me se non di più nel vedermi soffrire, ritorno nella Capitale, almeno per qualche mese.

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“E’ sano dirci: in questa fase della vita devo mettere qualcosa tra parentesi, posso fare questo e non quest’altro“. Parola di Debora Spar presidente del Barnard College, famoso college femminile a New York. Facile a dirsi, direte voi – e anche io – difficile a farsi; eppure sta proprio in questa difficoltà che noi donne tendiamo ad alimentare ansie perenni e sensi di colpa esagerati che non ci permettono di vivere con la leggerezza tipicamente maschile.

Abbiamo un vizio, noi donne, arrivate ad una certa età ci lasciamo sopraffare dal senso di onnipotenza: vogliamo esser perfette in tutto, ottime lavoratrici in carriera, perfette fidanzate, amanti e/o mogli, mamme ad hoc, donne belle e in forma, sempre e comunque. Il cosiddetto work lifebalance, in realtà, non è una questione prettamente femminile, anzi: anche gli uomini, soprattutto negli ultimi anni, vogliono poter riuscire a conciliare lavoro, famiglia e tempo per se stessi, tra sport e passioni varie. E’ un atteggiamento sano e naturalissimo.

La differenza di genere, in tal caso, sta però nel fatto che loro non ne sono ossessionati, non si fanno sopraffare dall’estremo senso di colpa da cui noi invece ci facciamo colpire e scalfire nel momento in cui notiamo che, no, decisamente non brilliamo di perfezione in tutti i settori della nostra vita. In realtà – ammettiamolo -, loro neanche lo sentono quel senso di colpa con cui noi ci frustiamo; e non lo sentono semplicemente perché, come si direbbe a Roma, “loro prendono la vita un po’ più scialla“!

In treno mi è capitata fra le mani un’intervista fatta alla Debora di cui sopra in occasione della prossima uscita del suo libro (a settembre negli USA), dal titolo Wonder Womannel quale, a dispetto dell’ headline proposta, la Spar parla proprio di come il voler a tutti i costi essere una super donna non faccia altro che auto-rinchiuderci dentro una cupola di cristallo, tanto splendente e bella, quanto costruita a suon di frustrazioni e sensi di fallimento, gli stessi che ci opprimono e, spesso, arrivano a sortire l’effetto contrario a quello desiderato: annullano la nostra vera personalità e sabotano il successo e il piacere di esso praticabile e riscontrabile nella vita di tutti i giorni.

L’autrice dice che, a parer suo, questa perfezione in solitaria non ha nulla a che vedere con il femminismo, anche se sicuramente quest’ultimo la ha influenzata:” il femminismo è fatto di diritti collettivi” – dice -” l’ossessione alla perfezione è qualcosa di individuale“. Vero. Ma, carissima Debora, tu che –  diciamocelo – hai tutto nella tua vita, dalla carriera alla famiglia alle gambe da urlo, concretamente parlando, potresti dirci come uscire illese e felici dal nostro amato-odiato tormento “perfettino”?

Alzi la mano, infatti, quale donna dai 26 anni in su non soffra di questa sindrome di perfezionismo acuto: chi più chi meno, ci siamo dentro tutte, indistintamente. E, bè, leggendo l’intervista di cui sopra, mi sono resa conto che anche la sottoscritta non sta messa bene, con un’unica differenza: non avendo una mia famiglia, al momento, con l’ossessione della madre perfetta per fortuna non ci devo ancora aver a che fare. Ma per il resto… sono, ahimé, una “donna perfezione in solitaria” a tutti gli effetti: pretendo di eccellere in tutti i lavori che faccio, sia quelli professionali che non professionali; voglio poter recuperare la mia forza e flessibilità fisica nel minor tempo possibile perché quel gesso alla gamba si è “mangiato” tutte le mie performance sportive; voglio poter viaggiare ma anche trovare la mia stabilità in un luogo preciso che non sia quello attuale; voglio lasciare l’Italia ma adoro la lingua e la cultura italiana per le quali mi piacerebbe dare il mio contributo; mi piacerebbe innamorarmi di nuovo ma, data la mia concentrazione sui primi punti, tendo a mettere volontariamente l’aspetto “uscite galanti” in secondo piano e me frego  – a detta di tutti – un po’ altamente degli uomini :).

Risultato: se alla quarta vasca di allenamento mi fermo perché le mie gambe non sono allenate come prima, la mia frustrazione cresce fino al tormento; se un colloquio non va come speravo andasse il senso di colpa e di imperfezione arriva a sabotare quella determinazione costruita in anni e anni di esperienze di vita, studio, lavoro e sport; se perdo l’ennesimo cliente perché oramai da free lance certe cose è meglio non farle più per come gira il mercato, mi segrego per ore ed ore tra quattro mura davanti al pc ossessivamente alla ricerca di una collaborazione stabile  e degnamente retribuita in qualche agenzia, oppure inizio a pensare che forse dovrei smetterla di barcamenarmi tra un lavoro che mi piace e uno che mi dà i soldi e prendere una decisione netta anche a scapito dei miei sogni. Delirio!!

In sostanza, l’articolo letto mi è capitato sotto agli occhi nel momento giusto, quando la mia testolina iniziava a farsi tormentare dai sensi di colpa di non esser riuscita a fare una cosa come avrei voluta farla, ovvero alla perfezione.

Non so se il libro della Spar sia l’ennesimo manuale inutilmente ridondante di pseudoconsigli pro ottimismoautodeterminazione e relax blaterante e non lo potrei sapere dato che ancora deve esser pubblicato. Tuttavia, di una cosa sono certa: ho deciso di provare a personalizzare il consiglio che l’autrice, a fine intervista, dà alle donne: “Convincersi a mettere qualcosa tra parentesi. Dirsi: in questa fase della vita posso far questo e non quest’altro”.

E io, carissima Spar, in questa fase della mia vita decido che posso fare questo e quest’altro, ma cercherò di farlo senza inutili frustrazioni e sensi di colpa. Però, decido di metter tra parentesi nel mio caso il quant’altro  – vedi che li seguo i tuoi consigli prof? –  altrimenti vado caput  :)! Qualche mese fa ero un po’ più scialla di quanto non lo sia adesso e, in effetti, le cose andavano meglio, in tutti i campi della mia vita; quindi… bè, rispettabilissima professoressa, grazie di avermi ricordato che “determinata qui” e “scialla ” è cosa buona e giusta ;)!

Ieri ho camminato più ore di seguito di quanto non faccia di solito, causa festa del paese, ergo: giostre, bancarelle, gente, fuochi e palco in piazza con pseudo musicisti e pseudo cantanti impegnati ad improvvisare pseudo cover di pseudo rock (vedi Vasco –.–‘). Risultato: mi sono resa conto che, in realtà, durante la giornata non muovo abbastanza il piede malandato: quattro ore in piedi a far su e giù hanno irrimediabilmente procurato un dolore lancinante ai miei metatarsi e alla mia caviglia.

Mio fratello e i miei amici mi guardavano sorridendo dolcemente, cercando di distrarmi e farmi godere la festa. Ma… come fai a divertirti quando un piccolo passo ti percuote il cervello con una scarica di dolore che ti piega in due? Ieri sera, la festa, non me la sono goduta per nulla, anzi, era come se fossi in un altro mondo: fisicamente per le strade allegre del paesino c’ero pure io certo a passeggiare con la massa e sorridere e annuire etc; ma con la testa chissà dove ero.

Avevo il mio bel vestitino estivo nero con le ruches che mi piace tanto; mi ero truccata il poco che basta per risaltare l’abbronzatura e, naturalmente, indossavo i miei bellissimi e comodissimi sandali etnici rigorosamente piatti. Ma… ero il silenzio fatto persona, ed io per natura parlo, parlo pure troppo a detta di molti! Il punto è che i miei sensi percepivano il massimo del “reale” e reagivano a dovere, ma il mio cervello credo stesse passeggiando nell’irreale socio/antropologico. O forse nell’irreale del punto interrogativo perenne.

Mi ricordo tutto perfettamente come se lo stessi vivendo ora: i suoni delle giostre, la musica della pseudo band e il chiacchiericcio delle persone assatanate di socialità, le luci soffuse delle bancarelle e quelle brillanti dei fuochi d’artificio, io che rispondevo alle domande, ricambiavo un saluto, un sorriso, mi provavo un braccialetto. Ricordo perfettamente ogni singola parola delle conversazioni fatte nella compagnia o con chi si fermava a parlarti come la buona società vuole che si faccia anche se, probabilmente, a più della metà non gliene frega una emerita ceppa se stai bene, che fai e che non fai. Ricordo il sapore della crema al limoncello ghiacciata che mi rinfrescava gola e anima.

Ma ricordo molto bene anche come, più passavano le ore, più il mio piede si intorpidiva di dolore e, nonostante mi limitassi a zoppicare e probabilmente a storpiare con smorfie di leggera resistenza il mio viso, non ho mai fiatato riguardo lo stato penoso in cui mi trovavo.

Dovevo resistere. E ho resistito, ma, mi sa che per farlo la mia mente si è vista costretta ad adottare la tattica dell’estraniazione: la bipolarità mentale… esiste? Bho. In sostanza, voi sapete come si chiama quello stato in cui ciascuna cosa che vedi, senti, assapori, odori e chi più ne ha ne metta ti porta a pensare a tutt’altro rispetto a quello che semplicemente è? Io non lo so, non sono mica una psicologa, ma provvederò a chiederlo a qualche amico del settore.

La crema al limoncello, per esempio, mi ha riportato alla mente il ricordo di una serata di qualche anno fa in cui camminavo leggiadra saltellando e sorridendo: era estate, ero nel mio paesino di nascita come lo sono adesso, era festa e indossavo un vestito bianco, ero pienamente concentrata su ciò che stavo vivendo e le riflessioni esistenziali quella sera in cui mi stavo palesemente divertendo con “ciò che semplicemente è” non avrebbero potuto mai e poi mai attraversare il mio cervello. Che cosa c’era di diverso da allora? Era il dolore al piede che mi aveva cambiata? Era il fatto che prima possedevo il pensiero che, passata l’estate, sarei tornata nella capitale? Ero innamorata? Ero semplicemente più ottimista nei confronti del mondo perché possedevo la facoltà di fare due cose semplici e belle, camminare e ballare? Non lo so.

Le persone: ragazzine non ancora maggiorenni vestite per una piccola festa di paese come se stessero andando in discoteca con abiti fascianti e tacco quattordici con tanto di plateau; tante ma davvero tante coppie che si tengono per mano silenziose e che guardano il vuoto o mangiano un gelato seduti per ore ed ore senza proferir parola tra loro; una marea di gente sotto il palco a cantare canzoni di Vasco anche se Vasco a loro non piace o forse sì ma solo perché piace a tutti; ex piccole compagne di giochi che si son sposate, non hanno studiato, hanno una bambina in braccio e con cui gentilmente cerchi di chiacchierare ma ti rendi conto quanto non avete più nulla in comune perché mentre lei ha fatto un bambino tu hai lavorato e ti sei presa due lauree e sei andata a bere e fumare in quel di San Lorenzo.

Tutti felici e gentili con chiunque, perché ci sono le luci, c’è la festa!

Il tuo piede dolorante e la tua mente temporaneamente bipolare allora ti suggerisce (bastarda?!): “cara, chiediti, perché? Perché tutto questo?” Mi sembrava di esser in una commedia teatrale. Mal recitata però. Con l’aggravante di non aver ancora capito se anche io facessi parte della rappresentazione o piuttosto fossi uno spettatore, o entrambi.

Ad un certo punto ricordo anche di aver pensato “Voglio avere per fidanzato Pirandello. Oppure no, meglio Heidegger!”

Al terzo giro di crema al limoncello ho pensato che forse, oltre al piede, era anche l’alcool a inondarmi la testa di domande sceme. Perché noi esseri umani nella quotidianità non ci filiamo poi così tanto e durante le feste tutti dobbiamo rigorosamente assumere un atteggiamento socialmente attivo e proattivo nei confronti del mondo? Che senso ha?

Ho pensato anche di essere io l’anomala in tal senso, perché spesso mi capita di vivere la dinamica opposta: nella quotidianità mi ritrovo a chiacchierare con chiunque, sconosciuti, barman, commesse, anziani, bambini, gente incontrata per strada, alla posta, nella metro, al mare. Succede che tra una cosa e l’altra mi raccontano i fatti loro e, sinceramente, non mi dà affatto fastidio, anzi, è piacevole.

Succede che ci si scambi pareri, emozioni ed esperienze a vicenda senza alcun fine, senza alcuna necessità conformista di voler dimostrare alla società quanto siamo bravi a rispettare la convenzione e l’etichetta. Ecco: questo genere di socialità è quella che preferisco, perché mi pare molto più umana e molto meno costruita.

E’ una boccata di aria fresca in un mondo di profumi chimici, e lo è indipendentemente dalla natura positiva o negativa del discorso di turno fatto.

Comunque, dato che la causa scatenante di tutto questo riflettere probabilmente inutile  – e non solo – è stato il dolore al piede, ho deciso di impegnarmi seriamente. E quando dico impegnarmi seriamente non intendo solo limitarmi alla fisioterapia, magnetoterapia, laser-terapia, andare in bicicletta e nuotare: senza alcun dubbio son tutte cose che mi fanno bene, ma io devo ri-abituarmi a fare la cosa più semplice ma a quanto pare per me ultimamente più difficile al mondo: camminare.

Camminare, però, non per pochi minuti, ma per ore di seguito, sforzandomi a sopportare il dolore. Oltretutto ad agosto avrei una gara di nuoto e mi piacerebbe poter ritornare a danzare come una volta, perché quello sì, per me, è adrenalina pura, felicità e gran divertimento. Dopotutto, con un obiettivo piacevole all’orizzonte la resistenza che ho sempre avuto nello sport dovrà per forza di cose ritornare in me, permettendomi di battere e controllare questo stupido piede molliccio ;).

Fare il giornalista oggi non conviene e soprattutto non conviene farlo in Italia.

Come tanti giovani, anche la sottoscritta fino a qualche anno fa desiderava fare del giornalismo la propria professione. Ma le esperienze insegnano e, soprattutto, ti segnano, mettendo a dura prova anche una passione sconfinata e portata avanti con tanti sacrifici. Il punto è che il circolo vizioso del precariato giornalistico causato dallo sfruttamento delle passioni dei tanti non si è, ad oggi, ancora arrestato e  – checché se ne dica – la situazione in Italia non cambierà, né tra due anni, né tra dieci.

Tutti concordiamo sul fatto che le passioni sono belle: sono il sale della vita, la linfa che fa andare avanti ciascuno di noi, sempre e nonostante tutto. Ma, almeno personalmente, penso che troppo spesso il confine fra passione e rassegnazione masochista sia davvero molto molto sottile. Quanti giornalisti pubblicisti e freelance ad oggi non raggiungono uno stipendio di 5000 euro l’anno? Praticamente più del 50%; e non potrebbe essere altrimenti dato che la maggior parte riceve una retribuzione pari a tre o cinque euro al pezzo. Specifico AL PEZZO, non a ora. Tutto, naturalmente, sotto forma di contratti  e relazioni lavorative che non prevedono il minimo rispetto per la vita del giornalista di turno. Ma, la passione ti fa accettare tutto. Spesso, troppo.

Si può vivere così? No. Poi ciascuno è, naturalmente, libero di decidere per sé. Ma se siamo noi i primi ad accettare determinate condizioni di lavoro e relative retribuzioni irrisorie, allora, bè, perché mai dovrebbero cambiare le cose? Perché i parlamentari dovrebbero preoccuparsi più di tanto di avviare una VERA riforma della professione giornalistica atta a garantire l’equo compenso, anzi, meglio, un minimo salariale? Per quale ragione dovrebbero valutare nuove misure relative alla riforma dell’Ordine dei giornalisti, quale l’accesso alla professione e la professionalizzazione della categoria, quando, nonostante le attuali condizioni visibilmente precarie, le iscrizioni all’Ordine dei pubblicisti non fanno che aumentare? L’iscrizione a un ordine rappresenta pur sempre un’entrata per lo stesso (e dunque per lo Stato). Se le persone sono disposte a pagare fior di soldi per avere un tesserino da mostrare orgogliosamente senza che questo, tuttavia, garantisca loro alcuna tutela di lavoratori, bè, il problema, pensiamoci, non è poi solo da relegare ai piani alti.

Svolgere la professione giornalistica, da qualche anno a questa parte, è diventato, almeno secondo il mio modesto e criticabile parere, una questione di vanità. Il peggio è che non sono più così tanto sicura che le problematiche relative alla categoria giornalistica dipendano solo ed esclusivamente dalla presenza di una casta.

Qualunque Ordine professionale in quanto tale è una casta, ma non si limita ad esser solo quello. Il nodo della “questione giornalistica”, però, ad oggi è ben più complesso: se resta fuori dubbio quanto l’Ordine dei giornalisti a differenza degli altri ordini professionali non svolga ciò che ne giustifica la sua esistenza (ovvero la tutela dei suoi iscritti), è altrettanto vero che oggi far parte dell’ordine è diventata una moda, un – passatemi il termine – glamour lifestyle!

Questa smania di prendere il tesserino e poter dire “io sono un giornalista”, pur consapevole di essere ciò solo sulla carta e non nella realtà attiva del lavoro, può portare solo a peggiorare sempre più il quadro della professione.

Si scrive per passione e per trasformare un sogno nella propria realtà professionale. Tuttavia, allo stato delle cose, succede che a poco a poco il giornalista tesserato si rende conto di come, per quel che viene retribuito, gli è  – e sempre gli sarà – impossibile effettuare tutti quegli approfondimenti obbligatori nonché principi cardine dell’attività giornalistica stessa.

Succede. Più passano gli anni, più le esigenze della vita dell’essere umano iniziano a sovrastare i sogni brillanti di gioventù.

L’impegno, l’energia e i mezzi propri investiti per garantire, nonostante tutto, una buona informazione, spesso – anche se non sempre – vengono prima o poi messi in secondo piano rispetto all’esigenza e volontà di vivere una vita quanto meno dignitosa. Tutte le suddette problematiche presentate e tante altre ancora interconnesse fra loro, portano, oltretutto, al verificarsi di un’ulteriore catastrofica conseguenza: la pessima qualità dell’informazione!

I nodi da sciogliere nella ragnatela di precariato e raccomandazioni del giornalismo italiano odierno non sono pochi!

Per quel che mi riguarda, qualche anno fa, di fronte a tutto ciò, ho deciso, se non di abbandonare, quanto meno di mettere da parte il sogno del giornalismo. Esser pagata tre o cinque euro al pezzo non mi avrebbe permesso di “sborsare”  l’affitto ogni mese, di fare altri lavori per pagarmi l’università e la vita. Non ho abbandonato, però, la passione per la scrittura e la comunicazione in generale: ho preferito svolgere qualche lavoretto da copy e anche delle attività di collaborazione gratuita per enti della pubblica istruzione piuttosto che continuare il non-rapporto lavorativo a TreEuroAlPezzo per la testata telematica di turno. Un’attività che, certo, mi avrebbe, probabilmente, permesso di prendere il tesserino da pubblicista e realizzare un sogno, ma… poi? Ora sarei tesserata, forse non  ancora laureata o forse sì, ma… che cosa cambierebbe? Non so se ho fatto la cosa giusta e, semmai dovessi pentirmene, potrò sempre rivalutare l’idea di mettermi sotto la schiavitù del primo che mi prometta una retribuzione “da ridere” finalizzata all’ottenimento del tesserino ;).

Al momento, però, sinceramente, ho intenzione di investire il mio tempo e il mio denaro in altro. Se quest’ “altro” sia o meno la scelta giusta o sbagliata, migliore o peggiore, non ne sono certa ma… dopotutto “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato” personalmente non le ho mai considerate valutazioni assolute, ma semplici interpretazioni relative, soggettive e temporali.

Inoltre, passando dall’approccio attivo del giornalismo a quello di puro lettore, ho avuto occasione di appassionarmi ad un’altra branca della comunicazione: l’advertising. Oggi ho un sogno professionale che è il risultato della vita e delle esperienze che ho affrontato, è l’evoluzione del mio antico sogno di gioventù, plasmato dal realismo ma anche dai nuovi stimoli e realtà con cui sono entrata a contatto.

C’è chi dice che la differenza tra giornalismo e pubblicità ad oggi non esista più e ciò nonostante vi siano obbligatorie disposizioni distintive tra le due forme di comunicazione all’interno della deontologia giornalistica.

Con lo sviluppo del web 2.0, del citizen journalism, delle varie piattaforme di CMS, dei social network, il confine fra notizia posizionata e messaggio promozionale è diventato – e sempre più diventerà – labile e impreciso. Le piattaforme di informazione puntano già oggi soprattutto a posizionare ottimamente la notizia, “targettizzandola” e, spesso, addirittura scegliendola sulla base dei risultati ottenuti dalla web analysis. Anche nel mondo dell’informazione, insomma, la vendibilità avrà sempre più importanza dell’approfondimento.

Naturalmente, si spera che la qualità della notizia non venga meno, altrimenti ci ridurremo a un blogosfera gossippara assatanata di vanità twitterante ;).

Chi saprà usare bene la rete, i social e i dati ottenuti dalla web analysis potrà, infatti, riuscire anche ad avviare una nuova e valida modalità d’informazione. Perché cambiando lo stile di presentazione (dalla scrittura SEO, ai formati crossmediali), senza alterare, però, la natura della notizia, il rapporto qualità/vendibilità sarà equilibrato e rappresenterà un beneficio democraticamente distribuito, perché garante sia del diritto dei cittadini di fruire e partecipare alla buona informazione, sia  del comprensibile e necessario desiderio di profitto dell’azienda editoriale di turno.

Non sono mai stata una di quelle persone falsamente moraliste che inneggiano tutto il tempo alla bontà e al valore delle piccole cose offerte dalla vita quotidiana. Ho sempre pensato che, sì, ok, un tramonto e un bacio fra le onde del mare fossero esperienze impagabili, ma non al punto tale da sostituire tutto il resto: per intenderci, se non hai un minimo di soddisfazione personale – diretta conseguenza di qualcosa che ti piace fare, qualunque essa sia dal lavoro allo sport all’arte  –  allora, bè, anche un tramonto può apparire poco brillante e quel bacio nel mare non poi così tanto dolce. Tuttavia, ci sono eventi nella vita che, per quanto insignificanti ad un occhio esterno, ti portano inevitabilmente a rivalutare tante cose, a riflettere su questioni del tipo “ho due gambe, due braccia, una testa funzionante, sono davvero fortunata”.stampelle

L’evento in questione è… la frattura del mio piede. Ora, sono consapevole di come sia questo un incidente non poi così tanto raro; cioè sono cose che succedono, no? Si, sono cose che succedono ma, almeno personalmente, è la prima volta in 26 anni della mia vita che mi ritrovo quasi totalmente immobilizzata e, quindi, non totalmente indipendente. Non mi sono mai rotta nulla e ciò nonostante sia anche una persona molto sportiva.  Adesso invece mi ritrovo con un gesso che va dal piede al ginocchio, da tenere per 30 giorni, ai quali seguiranno altri 20 di riabilitazione. Non è la riabilitazione a preoccuparmi, ma questi trenta giorni, anche perché sono un tipo di persona che difficilmente riesce a stare ferma. Tutti quelli che mi conoscono davvero e mi vogliono bene sanno di cosa parlo: anche se lavoro al computer io non riesco a stare ferma, c’è sempre il piedino dondolante e su di lì. Per non parlare del fatto che la sottoscritta è una ballerina e nuotatrice, nonché appassionata delle due ruote: ergo, il gesso per me è sinonimo -iperbolico 😉 – di “THE UNHAPPY END“! E, in effetti, questi primi 6 giorni da “incidentata” sono stati a dir poco insopportabili, tant’è che ho iniziato pur di muovermi a saltellare su una gamba sola come una matta, finché il mio gentilissimo ortopedico mi ha informata che così facendo rischio di compromettere la guarigione, prolungando la mia “immobilità“. La parolina magica: prolungamento… orrore! Ho accettato le stampelle e pazienza, panta rei.

Ma, al di là dell’aspetto pratico, è successa anche una cosa molto strana, o forse assolutamente naturale: inizio a sentirmi fortunata. Cioè, sono solo trenta giorni e poco più, che saranno mai? Ok, per la sottoscritta iper-attiva è una marea di tempo ma, pensandoci, dopo sarà tutto come prima, potrò ballare, saltare, correre, nuotare, andare in bici. C’è gente in questo mondo che non lo può fare da quando è nata;  ci sono persone costrette, a causa di un incidente o quant’altro, a restare inchiodate sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Lamentarmi perché non riesco a muovermi come vorrei per un periodo limitato di tempo è egoista, anzi no, è stupido e infantile. Ok, non posso andare a lavorare. Ok, la causa della frattura non sono io, ma un automobilsta idiota che mi ha preso in pieno facendomi provare la non-ebrezza di volare insieme alla mia bici a mezz’aria per poi spracellarmi sull’asfalto, ma… a parte denunciarlo, che posso fare? Non mi sono rotta la testa e il danno procuratomi non è irreversibile, quindi… che culo!

Mi sento fortunata. Oggi guardo il mio gesso e sorrido come un ebete, perché so che lui lì non ci sarà per sempre. Perché so che non appena me lo leveranno potrò ricominciare a fare tutto ciò che mi è sempre piaciuto, in primis ballare e nuotare, e probabilmente sarò ancora più motivata a farlo (ciao Darwin, come stai? 🙂 ). Però, con questa consapevolezza, mi permetto anche di esprimere una critica  – moralista? – nei confronti di tante persone – soprattutto giovani ahimè – che passano le giornate su Facebook  a scrivere scemenze invece di andare a giocare a pallone, farsi un giro in bicicletta, andare a ballare con gli amici. Chi sono io per fare questa critica globale ai ragazzi miei coetanei o giù di lì? Nessuno, ma il blog è mio e scrivo quello che mi pare 😛 !

Comunque, anche il suddetto pensiero critico mi ha fatto ritornare alla memoria una piccola questione che poco tempo fa ha contribuito a disilludermi sulla capacità empatica del mondo e di alcune persone: la sottoscritta è stata criticata lo scorso anno da persone che, a quanto pare, non la conoscevano affatto, accusanta senza ma e senza se, di trascorrere molto tempo davanti ad un pc e uscire praticamente pochissimo. Niente di più falso. Tali “esseri giudicanti” hanno dimenticato, prima di esprimersi, di riflettere su una questione fondamentale: è il contesto che crea l’azione e, in quanto mutevole, tale contesto arriva a influenzare l’azione, a creare la necessità, in un certo periodo, di dare priorità a certe cose rispetto ad altre. In poche parole: se hai una tesi da scrivere e un affitto da pagare e devi fare tutto da sola perché non vivi a casa con mamma e papino che ti servono e riveriscono, ovvio che la maggior parte del tempo lo passi al computer per scrivere e per fare quei piccoli lavoretti da copywriter che ti permettono di aggiungere denaro allo stipendio da cameriera/baby sitter e giù di lì. Ai tempi la mia reazione è stata l’indifferenza: cerchi di spiegare determinate condizioni di vita ai tuoi coetanei, tanto in maniera esplicita, quanto implicita, ma, se non le si vivono certe esperienze, mi rendo conto che è difficile comprenderle davvero. Ho lasciato stare e con dispiacere anche, perché ad alcune di queste persone avevo imparato davvero a voler bene e sono rimasta – non lo nego – molto delusa dal fatto che non siano state capaci di comprendere le mie ragioni. Vabbè, poco importa, evidentemente non c’era un vero interesse da parte loro; evidentemente certe situazioni umane per quanto tu ti possa impegnare non possono essere sbrogliate, né tanto meno risolte nel migliore dei modi. Forse il tempo e la vita aggiusteranno tutto, o forse no.

Ora esco, c’è il sole e io ho le stampelle!