PIANO C

Pubblicato: 9 maggio 2015 in Uncategorized

A 20 anni ti dici che non hai più 16 anni e che puoi mantenere una delle cose che facevi prima, che solitamente coincide con una passione, ma le altre devono per forza di cose cambiare.

A 24 anni la stessa cosa.

A 29 con la crisi e un problema di salute hai bisogno di un piano C.

Ho concluso tutte le visite che dovevo fare. Ne ho fatte davvero tante negli ultimi 4 mesi: reumatologo, immunologo, endocrinologo, ginecologo, neurologo, psicologo, cardiologo, etc. Mi hanno scannerizzato dalla testa ai piedi. Sono stanca. Mi manca solo l’ortopedico perché nel frattempo mi è quasi ceduto il ginocchio e la colpa è solo mia. Mia perché il dolore che avevo al ginocchio da due anni a questa parte l’ho sottovalutato: dovevo pensare solo a lavorare o a cercare lavoro. E per farlo ho trascurato tutto, anche il mio stesso corpo. Ho eliminato praticamente tutto dalla mia vita: la danza, il mare, i ragazzi, lo shopping, etc… il sorriso.

Ho scoperto di essere portata alla connettivite indifferenziata e che finora non si era mai rivelata per via dello stile di vita che conducevo che magari per gli “altri” era troppo iperattivo, ma che, a quanto pare, per me andava bene perché lo facevo seguendo il mio istinto, il mio corpo. Stare seduta mi provocava dei dolori lancinanti da sempre, infatti mi sedevo nelle peggio posizioni anche all’università dove solitamente preferivo quando si poteva stare a terra che su una sedia. Quando lavoravo al computer mi alzavo ogni 20 minuti, lo potevo fare perché non ero in un ufficio. Quando studiavo sui libri idem: le peggio posizioni. Ho sempre fatto così,dai 14 anni in sù, non mi chiedevo il perché, lo facevo e basta perché altrimenti stavo malissimo. Infatti raramente guardavo la tv per più di un’ora di seguito, un film al massimo sempre nelle peggio posizioni possibili. Anche i ragazzi con cui uscivo capivano ben presto senza che lo dicessi quanto io soffrissi a stare seduta: difatti i ristoranti io li odio e nei pub mi alzavo ogni 2 per tre.

Poi incidenti, traslochi su traslochi e la crisi di questo Stato di Merda mi hanno dato il bel servito. Mettiamoci pure tutte le persone che sui social sembrano non risentire minimamente della crisi e da lì il passo verso l’inferno è un attimo.

Eppure è abbastanza semplice secondo i medici: “sei fortunata, clinicamente non c’è la malattia ma i sintomi e l’evidenza organica dimostrano il contrario, quindi significa che a scatenare qualcosa che di base siamo portati è stato proprio il cambiamento dello stile di vita. Se non ritorni a vivere come prima le cose peggioreranno, perché continuerai a dare via libera alla malattia.”

Quindi… mi serve un piano C. Ho sempre pensato che sarei finita in un qualche ufficio a lavorare. Volevo fare la redattrice e, in sostanza, la faccio, ma non retribuita. Sto pensando di lasciare anche se mi piace, anche se si sta prolifereando la possibilità che mi facciano fattura e quindi che io possa prendere il tanto amato tesserino. Ma non lo so adesso quanta importanza abbia per me.

Ho fatto la web copywriter retribuita da far ridere e, per di più sopportando il dolore, inconsapevole che nel frattempo la mia malattia stava prendendo piede, perché in un ufficio ci sono due cose che il mio corpo non sopporta: le pause dalla sedia ogni 2 ore di 5 minuti e le temperature o troppo alte o troppo basse. Non mi circola il sangue. Mi vanno a puttane le articolazioni, le cartilagini, la muscolatura. Ma io non lo sapevo. E non sapendolo ho continuato ad alternare una vita fatta di computer e smartphone. Lavoro, cerca lavoro. Condividi fai la digitale.

Io non sono digitale. Sulla carta lo sono. Dai lavori fatti lo sono. dagli studi fatti lo sono. Ma non lo sono nel profondo dei miei organi, dal cuore al cervello, ai muscoli alla linfa che chiaramente è andata a farsi fottere a 29 anni.

Probabilmente, se mi pagassero decentemente cercherei di fare nuovamente uno sforzo. Ma siamo in Italia e io ho speso più in medici d quello che ho guadagnato, non solo economicamente. Secondo voi ne vale la pena?

Sono andata all’ufficio di collocamento evidenziando loro altri lavori fatti: cameriera, barista, addetta vendita, cassiera, commessa, segretaria amministrativa, etc. Non credo molto nel loro operato ma io mi sono stufata di passare 24 ore al pc per cercare un lavoro degno di questo nome, con uno stipendio ragionevole. E mi sono stufata perché mi sono ammalata, tutto quello che c’era nella mia vita non c’è più.

Ho rotto il tablet. Casualmente, con un’ombrellata e… sapete… mi sono sentita come sollevata. Non so spiegarlo. Eppure era un regalo di laurea, quello che ho voluto io. Costato 400 euro. Una scelta che mio fratello non approvava dicendo che era meglio una vacanza, me la meritavo e mi sarei divertita dopo anni e anni su libri, computer e lavori per mantenermi. Ma io no, de coccio, ossessionata da un’idea di carriera che solo ora mi sembra stupida.

Sto iniziando ad usare lo smartphone solo per la musica e comunicare su watsapp con la gente per comodità, ma per il resto ho la nausea anche di quello.

Siamo diventati tutti dipendenti dagli smartphone e dai tablet. Ci dimentichiamo di guardare cosa c’è intorno a noi, cosa succede, le facce degli altri. Tra un po’ ci dimenticheremo anche di parlare con gli altri. E poi ci dimenticheremo di guardarci allo specchio, di mangiare senza tecnologia, di prendere la bici, di ballare, di cantare. Di vivere.

Sull’autobus di lunga percorrenza l’altro giorno sono rimasta allibita: io ero con le cuffie e cercavo di non pensare al dolore delle gambe e del corpo costretto a stare 12 ore in un bus, cercavo di pensare a cose belle e mi fiondavo fuori la prima ad ogni sosta. Per respirare, muovere le gambe, guardare il cielo. Beh, ero circondata da gente incollata letteralmente agli smartphone. La tipa di lato a me scorreva e scorreva immagini all’infinito, non so se era facebook o instagram, ma tant’è. Stavo per vomitare io al posto suo. Dietro di me c’era una coppia con un bambino piccolissimo, continuavano a fargli le foto ogni due per tre. Povera anima. Davanti un’altra famiglia compresa di nonni: il bambino avrà avuto 8 anni, ha passato il viaggio tra i film al tablet del papà e il suo cellulare. Si ok, non parlava e stava tranquillo non scassando i genitori (impegnati con i loro smartphone a loro volta), ma… mi ha fatto paura. E avanti così 32 persone, tutte un tutt’uno con gli smartphone, anche quando scendevano per la sosta. Anche nel cesso per dire.

Non sono contro la tecnologia, a me ha aiutato tanto e semplifica la vita. Ma forse, nel momento in cui la vita ti potrebbe togliere tutto il resto e in parte te l’ho toltoal punto tale che ora devi ricominciare da zero, allora ti rendi conto di tante cose.

Per me, allenarmi a suon di musica, uscire con gli amici a ballare e andare al mare erano le cose più belle del mondo. Senza tablet e smartphone di turno. Senza selfie. Che senso hanno i selfie me lo spiegate? L’autoscatto esiste da anni ma non è che stavamo sempre lì a fotografarci. Anche le macchine fotografiche esistevano da anni, ma mica fotografavamo cibi, computer, paesaggi etc continuamente. Forse è perché ce lo abbiamo sempre a portata di mano diversamente dalla macchina fotografica che ne abusiamo? Boh.

Io ho deciso di ricominciare dal mio corpo dalle sensazioni della vita. Non so come andrà con la malattia che mi impegnerò a fare regredire perché sono una dei pochi casi in cui può succedere e quindi sono fortunata, e non so come andrà  con questa crisi, non so quanto tempo ci vorrà per riprendermi, ma lo farò. E sicuramente lontana da questo mondo tecnologico che fa più danni che cose buone.

La vita è lontano dalla tecnologia. L’uomo è un animale ed evidentemente io sono biologicamente più animale di altri e di quanto io stessa pensassi. Lo dicono le mie analisi, le rx e quant’altro.

Se vi va, pensateci prima di farvi un selfie, prima che sia la vita a farvici pensare. Perché siamo noi guardandoci allo specchio, andando in bici, camminando sulla spiaggi, nuotando, facendo ginnastica, sorridendo con gli altri e anche pulendo casa, giocando con cani e gatti etc che ci dobbiamo autoammirare. L’ammirazione degli altri nella realtà è una conseguenza dell’amore che noi abbiamo verso noi stessi, non del filtro, del paesaggio, del sorriso falso che condividiamo.

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