Archivio per marzo, 2014

Dopo la messa in onda del film premio oscar La Grande Bellezza, ieri sera e stamattina le nostre bacheche di Facebook pullulano di commenti e critiche inutili. Per carità, ognuno ha i suoi gusti, ma personalmente mi è stato insegnato che se critichi qualcosa o qualcuno devi, quantomeno, avere il buon gusto di argomentare.

E invece no, gli italiani, a quanto pare, siamo davvero abituati al blablabla privo di qualunque argomentazione.

Io non sono un’esperta di cinema, seppur ho studiato qualcosa all’università, ma  tutto questo schifo e questa delusione che la gente spara a raffica sui social, sinceramente, non li ho visti.

Ieri sera, più per curiosità che per altro, ho seguito anche io il film premio oscar, in compagnia di una persona che, non solo è più grande di me, ma ne ha passate molte molte più di me nella sua vita.

A fine film, il “mio compagno di visione”, mi dice “Ma a me non è che sia piaciuto poi così tanto. Cioè. Mha. Non lo so. E a te?”

“Io penso che a te non è che sia piaciuto poi così tanto, cioè, mha, non lo sai, forse perché non è una storia: non ha una trama, non ha una narrazione sequenziale, non ha il filo logico tipico del racconto cinematografico a cui siamo abituati. Però, pensaci, ti ha fatto riflettere?”

“Si, tanto. In molte scene mi annoiavo e stavo per addormentarmi, ma i pensieri del protagonista mi hanno tenuto sveglio”.

E’ proprio questo il punto, secondo me: il pensiero. La Grande Bellezza non è una storia, credo sia un modo di vedere e sentire la “realtà” che abbiamo intorno. Un punto di vista non può essere bello, brutto o passabile. Un modo di vedere e sentire la realtà, semplicemente, “è”.

Ok, nel film c’è anche la decadenza di Roma e dell’Italia di cui, certo, non possiamo andar orgogliosi. Ma… se decontestualizzassimo? Questa decadenza, questa pochezza umana, questo non trovare un senso alla messa in scena della vita, dopotutto, non è ovunque?

Ne La Grande Bellezza, di fronte alla grande messa in scena quale è la nostra vita, tutto è velato: l’amore, l’amicizia, la paura, la morte, la malattia, il sesso, la famiglia, la religione, la chiesa. Tutto è un trucco. Perché la vita è un trucco. Il trucco è nascosto, non è mostrato, altrimenti, si perderebbe il gusto della messa in scena, il “gusto” del bello, il gusto della vita.

Non esiste una sola scena diretta: non c’è sorpresa, non c’è azione, tutti gli aspetti della vita umana di cui sopra non vengono mostrati per quello che sono (o che noi siamo convinti che siano). Perché, in realtà – o nella irrealtà -, le esperienze della vita umana “non sono”: siamo noi ad attribuire loro un significato sulla base del nostro sentire, delle nostre esperienze, delle nostre emozioni.

Nessuna scena esplicita di sesso, nessuna scena esplicita di morte, nessuna scena esplicita di famiglia, nessuna scena esplicita di amore. Il regista getta l’amo e lascia al pubblico la possibilità di immaginare, di interpretare, di riflettere, di pensare, di avvicinarsi al proprio sentire. Il protagonista è un tutt’uno con il proprio sentire, è confuso dal proprio sentire, perché pensare e sentire ci confonde. L’unica cosa che fa, senza alcuna arroganza di voler insegnarci qualcosa, è cercare di condividere questa umana confusione con noi, noi che siamo nient’altro che attori e pubblico della nostra stessa vita.

Quando non vediamo l’azione in maniera esplicita, siamo, in quanto esseri umani, portati a pensare di più, a riflettere di più, perché non abbiamo l’immagine “cotta e mangiata” a cui attaccarci indissolubilmente. Quando leggiamo un libro, per esempio, di concreto di fronte ai nostri sensi abbiamo solo le parole: l’immagine ce la costruiamo da soli e, ogni immagine costruita da ogni persona nella propria testa, è e sarà sempre differente da quella di ogni altra persona. Questo succede semplicemente perché siamo tutti diversi, unici, nonostante ci atteggiamo, nella quotidianità della nostra vita, ad interpretare maschere stereotipate. Lo facciamo tutti, lo fa anche il protagonista. Lo facciamo per adattarci, per non pensare troppo al senso che non vediamo. Per non pensare troppo a quella grande bellezza che cerchiamo costantemente e che mai troveremo totalmente nella vita. 

Non a caso, il protagonista è uno “scrittore” e giornalista. Le parole sono il suo sentire.

La Grande Bellezza

L’immagine data è rappresentazione oggettiva, per quanto possa scaturire dal pensiero soggettivo di chi la ha creata. Quell’immagine che, invece, rimane immaginata, semplicemente è, perché la sua interpretazione resta “pienamente” compresa e in-compresa solo dal nostro personale pensiero.

Non so se l’oscar sia meritato o esagerato, perché non sono un’esperta del settore. L’unica cosa che mi sento di dire è, semplicemente, bravo Sorrentino. E grazie.

PS Roma e il mare, comunque, sono bellissimi :).