Archivio per gennaio, 2014

Non so perché ma ho sempre subito il fascino delle persone “strane” o meglio di quelle persone che dal resto del mondo vengono giudicate strane ma che a me, sinceramente, sembrano più normali di tutto il resto del mondo.

Vicino casa ho un tabacchino che, da incallita fumatrice quale sono, frequento spesso. Solitamente, quando torno da lavoro alle 20:00 circa, vado lì a comprare cartine e tabacco, trascinandovi con un menefreghismo da nobel la mia faccia categoricamente struccata, distrutta, per non dire incazzata e stanca dalle ore passate al pc e interrata tra autobus e metro. Ebbene, in questo tabacchino lavorano marito e moglie, una coppia semplicemente gentile e professionale. Una normale coppia di lavoratori, insomma. Insieme a loro c’è un ragazzo dai lunghi capelli castani, credo più o meno mio coetaneo. Il presente ragazzo dai capelli lunghi castani, che ho scoperto esser figlio della coppia, in sostanza, è… l’emblema della felicità esageratamente estrema!

Forse sono io che vedo la sua gioia estremamente esagerata, forse è così perché sto passando un periodo in cui “me rode sempre er culo” come si dice a Roma, ma sta di fatto che il ragazzo in questione ogni santissimo giorno quando tu apri la porta del tabacchino, lui fa capolino dal bancone con un sorriso smagliante, ti dice un “ciao” come se fosse la parola più bella del mondo e parla tutto il tempo come se stesse cantando.

Nel caso in cui, poi, non è lui a servirti ma i suoi genitori, lui sta lì dietro a parlarti del tempo, del mondo, a cantare e quant’altro come se ti conoscesse da una vita, fissandoti negli occhi sempre con quel sorriso allucinante.

sorriso-grande

Ok. I primi tempi non ci facevo tanto caso persa come ero nei miei pensieri. Ma ultimamente, dopo il mio solito “arrivederci e buona giornata” e il suo solito “grazie una bellissima giornata anche a te!” con tanto di porta gentilmente aperta, non so perché ma la sua allegria sconclusionata ha iniziato… a darmi ai nervi! Il mio pensiero ogni volta era “ma che cazzo ha da esser così stramaledettamente felice ogni santissimo giorno!”. In sostanza, mi veniva voglia di strozzarlo e porello lui era solo terribilmente allegro e felice.

Ebbene, il fastidio con il tempo si è trasformato in curiosità, e, probabilmente, il giorno in cui devo aver fatto una faccia abbastanza interrogativa con tanto di sorriso ebete da suscitare l’intervento del papà con un “non faccia caso a mio figlio, signorina, è strano“, i miei pensieri verso questo raggiante ragazzo sono cambiati.

Senza che me ne rendessi conto mi sono ritrovata a rispondere “E’ così magnificamente allegro, altro che strano!”. I genitori, in silenzio, mi hanno sorriso all’unisono, per la prima volta. Lui, quel suo imperterrito sorriso lo ha allargato ancora di più dicendo “Visto pà, io lo sapevo che la signorina è strana quanto me, anche se lei si ostina ogni giorno a non sorridere, vero che lo fai apposta?”. Sono scoppiata a ridere. Non riuscivo a bloccare le risate, giuro!

Bè, non c’è bisogno di dire che ora entrare in quel tabacchino è un piacere, anzi sta diventando la scusa per fermarmi a chiacchierare con questo giovane, raggiante, strano, quotidianamente ed imperterritamente allegro ragazzo dai capelli lunghi!

 

 

Co Co Co Pro a 240 euro al mese.

Sveglia alle 6:00 +40 minuti di bus + 50 minuti di metro + 30 minuti di altro bus + 8 ore davanti a un pc +altri 40 minuti di bus + altri 50 minuti di metro + altri 40 minuti di bus.

1 ora di pausa pranzo, 5 minuti di pausa la mattina, 5 minuti di pausa il pomeriggio.

Restanti ore delle giornata impiegati per: attesa di circa 1 ora degli autobus, farsi la doccia, dormire.

Perché non ho più scritto su questo blog? Indovinate…

Quella sopracitata è stata la mia (non) vita dal 7 novembre ad oggi. Quello che avrebbe dovuto esser un contratto stage in realtà si è rivelato un co co co pro. Anzi, un co co co pro sulla carta, ma in concreto un lavoro full time a tutti gli effetti, con tanto di orari scanditi ogni giorno.

Che lavoro faccio? Loro lo chiamano copywriter, ma la sottoscritta non è nata ieri e sa benissimo che cosa fa realmente un copy. Io e quelli come me che lavorano lì dentro facciamo solo una minima parte di ciò che viene richiesto a un vero copy. Quello che facciamo realmente – senza romanzarla troppo – è… farci sfruttare!

Manovalanza tecnologica. La conoscete? No? E’ la nuova frontiera dello sfruttamento nell’era del web 2.0. In che cosa consiste? Prendi un tot di persone laureate in una facoltà umanistica o simili che sappiano scrivere decentemente e usare un minimo il computer – ma neanche tanto, dato che mi sono ritrovata a spiegare come si facesse a mandare una mail dal tasto “rispondi” –.– -, metti loro davanti un cms proprietario e fagli riempire tutti i campi secondo indicazione.

Bene. I primi tempi, trasportata dall’entusiasmo, cerchi di attaccarti a quella minima parte creativa che il lavoro richiede: lo devi fare, pur di trovare lo stimolo ad andare avanti lo devi fare. Solo i primi tempi però, poi la situazione inizia a diventare insostenibile. Più passa il tempo più molte cose iniziano a darti fastidio. In primis la consapevolezza che stai mandano a puttane la tua salute e la tua vita in nome di un lavoro che non è tale. Anzi, lasciamo pure da parte la parola “lavoro” che di questi tempi potrebbe anche uscire dal vocabolario italiano, tanto in questo paese il suo significato reale praticamente non esiste più. Proviamo, quindi, a dargli un altro nome, magari quello che ti ha convito a mettere una firmetta sul contratto: massì, chiamiamola esperienza!

co co co pro a 240 euro mese

L‘esperienza, in quanto tale, anche a livello professionale serve a farti le ossa, serve a farti crescere, imparare, apprendere e chi più ne ha ne metta. Ebbene, siamo tutti d’accordo su questa – scusatemi se risicata – definizione di esperienza. Io da questa esperienza ho imparato che esiste esperienza ed esperienza (scusate il giro di parole).

Ero al lavoro, davanti al mio pc quando il seguente ritornello ha iniziato a fasciarmi il cervello: “Stai facendo esperienza, stai facendo esperienza” continuavo a ripetermi mentalmente, con in sottofondo il ticchettio di una ventina di computer. Continuavo a ripetermelo, ininterrottamente, inconsciamente, quasi volessi auto-convincermi della cosa.

Mi sono fermata di botto. Ho smesso di digitare sulla tastiera, così, di punto in bianco, perché non riuscivo più a concentrarmi su quello che leggevo e scrivevo. Mi sono guardata intorno: un ufficio medio piccolo, bianco e grigio, al piano terra, con postazioni tipiche, qualche chiacchiera dalle parti “più alte”, tutti quelli come me con co co co pro concentrati sugli schermi retro-illuminati per raggiungere entro le 18:00 il numero di lavorazioni quotidiane ritenuto ottimale (da chi? per chi? perché? a quale scopo? con quale obiettivo se tra 6 mesi stai fuori più povero e ammalato di prima?). Mi sono sentita persa, mi sono sentita soffocare, mi sono sentita… stupida!

Mi sono alzata stra-fregandome del fatto che i cinque minuti della pausa pomeridiana fossero passati da un pezzo. Sono andata alla macchinetta a prendermi un caffè e sono uscita all’aria aperta per fumarmi una sigaretta. All’aria fresca, che respiro ormai solo quando aspetto il bus e quando esco dalla metro, al claim “stai facendo esperienza” si sono sovrapposte le immagini delle feste natalizie passate: mia mamma che mi osservava con gli occhi amorevoli di chi vuole per la propria figlia il meglio e di chi, al contempo, è preoccupata da morire perché vede quella figlia che ha accettato quel contratto più spenta e meno viva di quanto non lo fosse prima, incapace di sorridere e di divertirsi come faceva un tempo.

“Che cazzo stai facendo? Ti stai rovinando!” Sono state le parole di parenti e amici che durante i pochi giorni di festa mi hanno vista ridotta male e depressa come non lo sono mai stata.

Ebbene. Oggi sono qui a scrivere solo perché ho la febbre. Alta, molto alta. Ho già dato l’out out al mio capo, spiegandogli che ben presto andrò via per questioni personali. Gli ho dato un mese di preavviso solo perché mi reputo una persona onesta e professionale e lo ho fatto nonostante il mio contratto non lo richieda dato che è, come avrete ben capito, tutto tranne che effettivamente onesto e professionale.

Cosa farò dopo? Non lo so. Ho già ricominciato a lavorare da free lance e suppongo che continuerò a farlo anche quando tra qualche settimana non andrò più in ufficio: almeno guadagno più dei 240 euro al mese di un fasullo co co co pro, mi posso pagare la fisioterapia e le svariate analisi del sangue di cui a quanto pare ho – ahimè – scoperto di aver bisogno.

Ho da studiare il famoso master che ho iniziato a seguire nel week end ma che non ho minimamente toccato per via di questo stramaledetto lavoro. Cercherò altro e nel frattempo farò la free lance, baby sitter, ragazza delle ripetizioni a tempo perso e chi più ne ha ne metta. Mi arrangerò, come ho sempre fatto.

Almeno le ore di lavoro saranno pagate e oltre a vedere la luce del computer potrò vedere quella del cielo.

Almeno non sarò costretta a fare 8 ore di “non lo ho ancora capito” e 4 ore di bus e metro al giorno per 240 euro al mese.

Almeno mi riprenderò la salute, speriamo.

Almeno respirerò, mi muoverò, farò altro.

Lo sfruttamento esiste ovunque oramai e ne siamo consapevoli. Quasi disperati accettiamo tutto. Sbagliando ok, ma tant’è. Tuttavia “se sfruttamento deve essere, se devi fare mille sacrifici in nome di questo benedetto-maledetto sfruttamento, che almeno sia equiparato all’apprendimento minimo o al rendimento minimo e decente, insomma… se non a tutte e due almeno a una delle due, no?”

Forse per Darwin sono un essere incapace di adattarmi all’ambiente circostante ma sinceramente chissenefrega: lo vorrei vedere a mister adattabilità al posto nostro! Io mi rifiuto per 240 euro al mese di fare 8 ore in ufficio quotidiane e 4 ore di interramento nei mezzi per raggiungerlo. Io mi rifiuto di fermare oltre che il mio corpo anche il mio cervello in nome della gloria e dell’esperienza che, in sostanza, in quello che faccio neanche esistono!