Archivio per agosto, 2013

Voglio essere un particolare e voglio il particolare: quel particolare che rende tutto più bello, o più strano o insolito. E non importa come, dove, quando e perché.

Voglio essere la ciliegina sulla torta e voglio le fragole con panna sulla mia torta.

Voglio la sambuca nel caffè, la non rima in una poesia, il piccolissimo smeraldo sul collier arrugginito, l‘ironia del problema, il gioco nella noia, la nota stonata che rende una canzone perfetta proprio perché imperfetta.

Voglio essere il particolare, perché è il dettaglio che migliora, me e il mondo. Un mondo particolare.

Non voglio essere l’essenziale perché, abbi pazienza Mengoni, niente è fondamentale in questa realtà irreale in quanto tutto è interscambiabile.

Dopotutto, esistono innumerevoli torte, tante tostature di caffè e altrettanti collier vintage, problemi perenni e continue noie, nonché infinite canzoni.

Il particolare è essere proprio perché non è essenziale.

Voglio il particolare, voglio essere un particolare.

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Pausa caffè.

Ho sognato una canzone stanotte.

Una gran bella canzone il cui testo e le cui note ricordo a memoria come – per fortuna e purtroppo – in realtà spesso mi succede con ciò che vedo, leggo e sento. Non ricordo, però, dove e quando l’ho ascoltata.

Nel mio sogno c’era una cascata e un arcobaleno con delfini danzanti, il che, ne sono consapevole, non c’azzecca na cippa con la song XD, ma, si sa, i sogni sono indecifrabili.

Mi sono svegliata sorridendo e ballando. Bho.

Comunque…

“Love is… a way of feeling less alone”

Mi manca Roma ma vado a Torino

Pubblicato: 21 agosto 2013 in nonsense, vita
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Ieri sono andata a salutare mia cugina: parte per l’Arabia Saudita per iniziare una nuova fantastica avventura, di studio e di vita. Mi mancherà.

Nonostante negli ultimi anni non ci siamo frequentate molto per via della lontananza, negli ultimi tempi ci siamo riavvicinate molto e le chiacchiere con lei sono diventate preziosi momenti di vita e riflessione. Certo, esiste skype, ma converrete con me come non sia la stessa cosa. Tuttavia, dati i tempi, riconosco come la sua sia la scelta ideale.

Nel frattempo, l’estate sta finendo ed è inevitabile iniziare a pensare concretamente al proprio – chiamiamolo – futuro.

L’estate 2013 è stata per la sottoscritta molto strana; più che un periodo in cui staccare la spina e divertirsi con leggerezza senza pensare a nulla, ha rappresentato l’esatto opposto, una seduta di riflessione, analisipsicanalisi continua, autonoma e sociale.

Sono quei periodi di vita che io definisco “transfer“: a 27 anni questo è il terzo che affronto. Gli altri, nonostante le iniziali difficoltà, si sono rivelati in seguito molto produttivi, in quanto mi hanno dato la forza di credere in me stessa e fare scelte coraggiose, dove per coraggio, però, non intendo la mancanza di paura, ma le palle di fare nonostante la paura.

Dalla rottura del mio piede in poi sono successe tante altre cose, alcune belle, altre più che brutte. Ma la frase top della stagione che mi è stata rivolta spesso e che io stessa ho ripetuto più e più volte è stata “Vattene via. Vai via lontano da qui il prima possibile. Ricomincia la tua vita, la stessa che hai abbandonato lasciando Roma e dimenticando te stessa”.

Dunque, io parto. Per il momento non lascio l’Italia: vado a Torino e da lì cercherò nei dintorni (Milano in primis) un lavoro, seppur precario, un minimo attinente al mio titolo di studio: sì, ci voglio provare, ci devo provare, almeno finché non mi “scade” la laurea. Dopotutto, questa benedetta/maledetta esperienza la devo fare e, data la tipologia della mia laurea strettamente attinente al mondo della cultura e dell’informazione italiana, devo almeno tentare di concretizzare qualcosa nel e per il mio paese. Nel caso in cui dovessi fallire, allora, valuterò se rassegnarmi ad un lavoro qualsiasi lì o espatriare fuori dai confini nazionali.

Ma qualunque impiego finirò per avere e ovunque andrò a farlo, non rinuncerò mai alle mie passioni, anche gratis, anche come hobby personale, perché è la passione che ti fa vivere e perché se è vero che bisogna entrare a compromessi nella vita, sacrificare non significa annullare completamente, altrimenti poi succede che non ricordi più chi sei e cosa ti piace davvero.

I soldi servono per vivere e aiutano a coltivare le tue passioni, ma può succedere che, per la troppa importanza data ai soldi, si perda il gusto di fare tutto ciò che ti è sempre piaciuto. Da lì a sentirti morta nonostante i soldi il passo è davvero breve. Non è un modo di dire, ora lo capisco. A me è successo in questi ultimi mesi: mi sono ritrovata a guadagnare un po’ più di prima ma a non aver più il piacere di fare le cose che mi appassionano in assoluto da sempre: la danza e il nuoto. Che serve lavorare duramente se sono sempre triste, non mi va di uscire, non ho più il piacere di danzare?

Ecco cosa mi ha insegnato questa estate 2013: l’errore più grande che un essere umano può fare è quello di rinnegare se stesso, le proprie passioni e desideri, soprattutto senza neanche aver tentato di realizzarli. Non ci si annulla per niente e per nessuno.

Perché non cerco a distanza? Perché ci ho provato e in realtà lo sto ancora facendo, ma non si sta bene senza la propria indipendenza e  soprattutto perché non è vero che è possibile fare tutto tramite internet: per certe cose è sempre meglio stare sul posto. Torino è la scelta al momento definitiva per due ragioni, la sua posizione e il costo della vita: gli affitti non sono quelli di Roma e di Milano; la distanza con la “capitale della moda” è di solo un’ora di treno; è una città a tutti gli effetti ma non è il caos della capitale. Un caos che, lo ammetto, mi manca tantissimo, ma in cui non posso- ahimè – al momento ritornare. Roma, lavorativamente parlando, è tra le città maggiormente sature e in crisi. Tanto amore per lei ma dopo quattro mesi sarei costretta a riabbandonarla causa il “nulla di fatto”.

Roma ti entra nell’anima se ci vivi per anni e vi posso assicurare che è davvero difficile seppellirne immagini, atmosfere, sensazioni, emozioni.

I ricordi sono sempre lì a bussare nella tua mente e nel tuo cuore, ma la realtà ti costringe a offuscarli. Almeno per adesso.

Io, mi rendo conto, sono romana, oramai, a tutti gli effetti, perché in qualunque posto vada per quanto bello, mi manca LEI, con il suo traffico, i suoi autobus in ritardo, le metro strapiene, l’odore e il relax della biblioteca nazionale, il chiacchiericcio e gli incontri a San Lorenzo, le corse a perdifiato e le foto sulla scalinata di Piazza di Spagna; il bicchiere di vino e la birra per celiaci del Pigneto; i pomeriggi di finto shopping e reale cazzeggio per tutta la Tuscolana;  il casino turistico perenne di Piazza del Popolo e i pic-nik tra gli alberi e il lago di Villa Borghese.

Mi mancano i reading e le serate metal, ma anche le passeggiate infinite persi per le strade in attesa di un notturno che non passerà mai.

Mi manca ballare ai live, mi manca il Circolo degli Artisti, mi manca anche l’attesa dei treni nelle stazioni di Casabianca e Ciampino passate a giocare con i gattini abbandonati. Mi mancano le chiacchiere con i colleghi dell’università, mi manca uscire con le mie amiche per un aperitivo a Piazza Fiume subito dopo una visita al Macro o al Maxxi; mi manca lo zampillio delle fontane di Piazza della Repubblica e Piazza Navona; mi mancano la maestosità del Colosseo e dei Fori Imperiali, la bellezza senza tempo dell’Altare della Patria, la misticità di Piramide, i colori e il via vai del mercatino di Porta Portese, il sound perfetto e le serate danzanti al BlackOut della Casilina. Mi mancano gli shot del Tirabouchon, quel cervelletto tanto dolce che buttavi giù dopo tanto camminare e chiacchierare sui gradini di quella piazza eterna. Mi mancano anche la disorganizzazione e il disagio di Tor Bella Monaca e Tor Pignattara, mi manca il kebbabaro e il parco giochi di Arco di Travertino, le giostre di RainbowMagicLand, il Parco degli Acquedotti, il Closer, il Traffic, l’entusiasmo e la vita di cui ti ubriacavi all‘Auditorium Parco della Musica, quella sensazione di libertà totale che solo Trastevere riusciva a regalarti.

Mi manca Roma, mi mancherà sempre e per sempre resterà nel mio cuore e nella mia mente. Le dissi addio sei mesi fa pensando fosse facile cancellare, dimenticare. Non è possibile, solo ora me ne rendo conto. Ma per il momento tutto ciò che posso fare è trasformare quell’addio in un arrivederci, continuandola a pensare e ricordare, sperando, un giorno di poterci ritornare a vivere.

“L’erba del vicino è sempre più verde”, soprattutto d’estate.  Anzi meglio (o peggio): durante la stagione estiva sembra che la famosa erba dei vicini si tinga addirittura di sfumature smeraldo e, qualche volta, anche  d’oro cangiante.

E’ la legge del contrasto, la più antipatica fra le leggi che dominano la nostra percezione e che ci porta a fare, inevitabilmente, paragoni basati sull’apparenza, su ciò che percepiamo con i nostri sensi ma di cui, in fin dei conti, non ne conosciamo la reale essenza.

E quindi: Pinco il vicino di ombrellone ti sembra più soddisfatto di se stesso, almeno lavorativamente parlando: fortunato, felice, allegro, senza rogne redditizie, senza il peso del precariato che ti fa venire la gobba pur non essendo ancora trentenne. E tanto per rimanere in linea con la gobba, la signorina Pallina che prende il sole spassionatamente non ha il minimo accenno di schiena incurvata, tipica di chi passa le sua giornate a lavorare al computer: lei, quest’anno, è più soda di quanto non lo sia tu che, ahitè, lo sport tra una cosa e l’altra lo hai appena ripreso.

Ma ci sono anche Cip e Cioppa che la sera sfoggiano abiti degni di Cannes, spendono e spandono tra aperitivi e discoteche : loro sì che sono felici, si amano come non mai, inscenando le loro effusioni in ogni dove, hanno una vita splendida.

Non mancano all’appello, naturalmente, anche la Famiglia Mulino Bianco: lui e lei belli e innamorati come la prima volta,  con a seguito bambini e adolescenti raggianti provvisti di iPhone, tutti intenti a scattare foto e far su e giù dal motoscafo ipermega accessoriato di tutti i confort.

Invidia, Invidia? Un po’ sì dai. Pero’, per fartela prendere bene, inizi a pensare che forse non è oro tutto quello che luccica o forse sì, ma è meglio dare la colpa alla succitata legge del contrasto.

In sostanza, se tutti i giardini dei vostri vicini in vacanza vi sembrano smeraldi preziosi forse è perché siete voi – anzi noi – ad attraversare un periodo non proprio brillante della nostra vita, in cui l‘insoddisfazione ci cuoce anima e testa. Detto ciò, non resta che godersi quel che c’è da godersi in vacanza, perché fa davvero un caldo insopportabile e contribuire alla cottura della nostra testa e del nostro cuore oltreché del nostro corpo è, questo sì, masochismo puro.

Per il resto: auguro a tutti gli esseri umani un po’ strambi come me di stringere un patto d’amore con la legge del contrasto, trasformandola, in questa strana estate 2013, nella nostra migliore guida: colei che ci porterà a curare solo ed esclusivamente il nostro di giardino. A me, sinceramente, non dispiacerebbe regalare una pennellata di verde smeraldo al mio giardino da qui a settembre, non so a voi :).

Vi lascio – perché mi fa male la schiena 😉 – con una delle mie canzoni preferite, non proprio ottimista ok, ma il cui testo, almeno personalmente, è utile, oltre che allo sfogo, anche all’attivazione di tutto ciò che permetta nel suo piccolo di contraddirne il significato ;).

Prendete l’estate finalmente iniziata, con il suo sole cocente, le passeggiate sulla sabbia sottile, le nuotate e le relative immersioni nei fondali marini, a dir poco splendidi, seppur non atlantici ma ionici;

Aggiungete una spiccata opposizione d’animo al principio – nonché canzone – “per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” e rendetelo concreto (ovvero, cambiate spiaggia e cambiate mare!);

Mescolate il tutto con una buona dose (a piacimento) di ottimismo, leggerezza e taanta crema solare (sì, anche quella, io mi sono ustionata ;)).

Non esiste un risultato unanime e globale a questa ricetta; tuttavia – e il più delle volte – ciò che ne vien fuori non delude affatto. Anzi: nuovi incontri, nuove persone, nuovi punti di vista e, anche, discorsi “strani ma veri” imbastiti tra un bagno rinfrescante e un caffè rigenerante, un sorriso inaspettato e un tramonto tanto atteso.  Chiacchiere che nascono spesso da prese in giro, cazzate e dinamiche da flirt. Eppur, questi blateramenti, tanto inutili e futili non sono; soprattutto se ti regalano quella sensazione di empatia che, nonostante non faccia mai male, in un preciso momento a te sembra la cosa più giusta al momento più giusto: la scintilla necessaria a trasformare il flebile fiammifero della tua testa in un fuoco finalmente attivo e propositivo

Esser giudicati o giudicare sono solo dinamiche di abitudini conformiste sociali create sulla base del fatto che nulla è certo per l’esser umano: l’importante è capire chi sei e cosa vuoi e, nel caso in cui dovessi smarrirti o condizioni esterne arrivassero a mettere in dubbio la passione  – nel senso più ampio del termine – che ti fa vivere ed esser unico per quello che sei, allora, in quel caso, devi rianalizzare il te stesso “passato”, capire cosa faceva di te quello che eri – e che, in fin dei conti, sei ancora – e riavvicinarti, concretamente, a tutte le attività, i pensieri, che ti facevano star bene proprio perché parti indissolubili e uniche della tua persona.

Per il resto, puoi essere un punk, un manager, un nullafacente, un giornalista, un medico, un professore, un barista, un copywriter, un barbone, un fancazzista, un attore; puoi esser sessualmente disinibito come inibito; puoi esser sportivo o pigro; puoi esser vegetariano o carnivoro o alcolizzato o astemio o solo acqua rocchetta/uliveto.

Puoi esser quel che ti pare: impeccabile al lavoro, pazzo nel privato; serio nei discorsi pubblici, sboccato con gli amici. Oppure puoi esser tutto questo, ma… al contrario, sì, anche, d’altronde, chi te lo vieta? Tutti giudichiamo, tutti siamo giudicati, chissenefrega. Chi vive e lascia vivere, fondamentalmente, è colui che vive meglio, non necessariamente economicamente meglio, ma serenamente meglio.

Se ricordi sempre chi sei, non ti perderai mai definitivamente, perché se sei in pace con te, leale con te e quello che vuoi e ti piace, le risorse ce l’hai, sempre.”

Non è il Re Leone che parla a Simba dal cielo stellato :), anche se scrivendo il titolo, effettivamente, mi è tornato alla mente il famoso cartoon Disney. Non c’erano neanche le stelle, ma un sole terribilmente caldo e lui è uno studente di medicina con la passione per l’antropologia.

Il suddetto discorso, da me moolto apprezzato, è iniziato, appunto, con una sua riflessione scherzosa, oltre che – a parer mio – molto poco scientifica, eppur, a parer suo, documentata: “i buchi alle orecchie delle donne in passato, e ancor oggi in alcune tribù, sono la rappresentazione dell’inibizione sessuale; quindi, maggiore è il numero di buchi alle orecchie di una donna, più ella  è – contrariamente a  quanto si possa pensare – inibita sessualmente“. (Io ho cinque buchi Ahahah :D!)

Ok, non nascondo come questa cosa mi abbia fatta sorridere, soprattutto perché detta con convinzione da un uomo di scienza con la passione per l’antropologia che, seppur possa esser definita una scienza sociale, non è, a parer mio, concretamente riscontrabile e verificabile al cento per cento. Non metto in dubbio come, probabilmente in passato, i buchi alle orecchie potessero  assumere tale significato, anzi: dopotutto l’antropologo è lui, sarà ben documentato a tal proposito immagino. Tuttavia, quest’affermazione mi ha fatto sorridere anche perché, diciamolo, oramai tutte noi donne abbiamo i buchi alle orecchie, chi più chi meno, e li facciamo… per il semplice fatto che esistono meravigliosi orecchini da indossare! (e quindi, se proprio la vogliamo guardare in un’ottica antropologica, questi sono chiari ornamenti fisici; ipoteticamente elementi simbolici utilizzati direttamente per piacersi e indirettamente per piacere, generando – dunque 🙂 – attrazione da parte dell’altro sesso).