Mancano dieci giorni e mi tolgono questo maledetto gesso. Credo di non aver mai passato in vita mia un mese così noioso. Mi sono resa conto che lo stress quotidiano tanto maledetto dalla gente e dai medici – e forse anche da me -, in realtà è linfa vitale: ti fa sentire viva; ti riempe cuore e sistema limbico di emozioni belle e brutte; ti defibrilla il cervello iper-stimolato da rumori, conversazioni, visioni esterne; ti regala il piacere di percepire la proattività di ogni muscolo del tuo corpo, dai piedi alla testa. Un essere umano fuori dal mondo non è un essere umano, ma un organismo vivente passivo peggio delle piante: “loro” infatti, a differenza di uno stupido essere umano, anche solo “parate” sotto al sole e ben provviste di acqua riescono a crescere e riprodursi (con piacere o meno non si sa, tocca chiederglielo XD).

un libro per amico

La morte della socialità umana è la morte del cervello; e la morte del cervello è -checché se ne dica – la morte dell’umano in quanto tale e del suo equilibrio fisiologico-emotivo. Dopotutto, come scriveva John Donne in una sua famosa poesia, “nessun uomo è un isola”.

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Comunque… siamo realisti: con una gamba gessata, in realtà, il cervello è l’unico muscolo che puoi continuare ad allenare, tant’è che libri, ebook e blog letti o riletti in questi giorni da gessata sono diventati i miei migliori amici. Altri pro dell’essere passata dallo stato di lettore normale a quello di lettore ossessivo compulsivo è che, tra i tanti blog spulciati, puoi anche avere la fortuna di incontrare post capaci di ricolorare almeno un po’ quell’umore nero maturato da cattiva mummia quale sei diventata: è il caso, per esempio, del blog Candido di Antonio Gurrado, all’interno del quale ho trovato un gran bel resoconto del suo periodo “gamba rotta“. Con ciò non voglio dire di ricavare sadico piacere dalla consapevolezza che tre anni fa qualcuno stesse passando più o meno le mie stesse pene, anzi, tutt’altro; anche perché lui, contrariamente a me, almeno “lavorativamente” parlando, stava messo meglio. Tuttavia, non nascondo come, tanto i suoi post relativi al suo decorso da infortunato, quanto i vari pezzi da lui scritti  – pensieri personali o approfondimenti professionali -, mi stiano regalando momenti di sorrisi e riflessioni davvero utili, sia al mio cervello pietrificato, sia al mio corpo “zombificato”. In particolare, ho trovato splendido un suo pezzo dal titolo “Scribi e farisei 2007” scritto per “Ore piccole”. Riporto di seguito una parte delle considerazioni esposte da Gurrado, perché credo che, in tempi così critici per il mondo editoriale in cui la maggior parte delle persone legge meno di un libro all’anno, tali parole possano – o dovrebbero! – far riflettere e meditare tutti noi:

Scribi e farisei 2007

   La scrittura è un atto bidimensionale (inchiostro su carta) che si propone di raggiungere un obiettivo tridimensionale (il libro) mediante un procedimento quadri- e addirittura pentadimensionale, nel senso che servono anche tempo e, possibilmente, silenzio. La cosa peggiore è che allo scopo di scrivere è necessaria la lettura (ma viceversa la lettura non è necessariamente finalizzata alla scrittura, e meno male), e che la lettura è un atto pressoché adimensionale. Per leggere non c’è bisogno di spazio: altrimenti non si riuscirebbe a farlo in metrò o su un treno pieno di pendolari sudati. Né c’è bisogno di tempo, almeno in senso stretto: in quanto avere intere e lasche giornate libere può risultare circostanza meno favorevole alla lettura del ritrovarsi con un’oretta soltanto di adamantina e inattaccabile concentrazione. L’unità di misura della lettura è il silenzio, che però è impossibile a misurarsi, non c’è decibel che tenga; il silenzio necessario alla lettura è la creazione di un vuoto spinto nel cervello per far spazio ai contenuti del libro che via via vengono incamerati. Per questo, ad esempio, è più gradevole leggere in un’acciaieria (o in un aereo), dove un costante rumore di fondo copre ogni possibile interferenza invece che nel sospettoso silenzio di una casa familiare, con l’angoscia dello starnuto che esplode, del telefono che interrompe, della televisione che si accende, dei testimoni di Geova al citofono da un momento all’altro. Come atto in sé, leggere è impossibile, tanto più se si ha l’ardire di volerlo fare in santa pace; e l’elenco di libri che quotidianamente aggiorno – allo scopo di rileggerlo e interpretarlo all’ultimo dell’anno – finisce per essere il resoconto di tutto ciò che telefoni invadenti, preoccupazioni transeunti e genitori affettuosi non sono riusciti a non farmi leggere”.

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