Il contesto che (ti) cambia?!

Pubblicato: 6 maggio 2013 in contestualizzazione, fortuna, nonsense personale
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Non sono mai stata una di quelle persone falsamente moraliste che inneggiano tutto il tempo alla bontà e al valore delle piccole cose offerte dalla vita quotidiana. Ho sempre pensato che, sì, ok, un tramonto e un bacio fra le onde del mare fossero esperienze impagabili, ma non al punto tale da sostituire tutto il resto: per intenderci, se non hai un minimo di soddisfazione personale – diretta conseguenza di qualcosa che ti piace fare, qualunque essa sia dal lavoro allo sport all’arte  –  allora, bè, anche un tramonto può apparire poco brillante e quel bacio nel mare non poi così tanto dolce. Tuttavia, ci sono eventi nella vita che, per quanto insignificanti ad un occhio esterno, ti portano inevitabilmente a rivalutare tante cose, a riflettere su questioni del tipo “ho due gambe, due braccia, una testa funzionante, sono davvero fortunata”.stampelle

L’evento in questione è… la frattura del mio piede. Ora, sono consapevole di come sia questo un incidente non poi così tanto raro; cioè sono cose che succedono, no? Si, sono cose che succedono ma, almeno personalmente, è la prima volta in 26 anni della mia vita che mi ritrovo quasi totalmente immobilizzata e, quindi, non totalmente indipendente. Non mi sono mai rotta nulla e ciò nonostante sia anche una persona molto sportiva.  Adesso invece mi ritrovo con un gesso che va dal piede al ginocchio, da tenere per 30 giorni, ai quali seguiranno altri 20 di riabilitazione. Non è la riabilitazione a preoccuparmi, ma questi trenta giorni, anche perché sono un tipo di persona che difficilmente riesce a stare ferma. Tutti quelli che mi conoscono davvero e mi vogliono bene sanno di cosa parlo: anche se lavoro al computer io non riesco a stare ferma, c’è sempre il piedino dondolante e su di lì. Per non parlare del fatto che la sottoscritta è una ballerina e nuotatrice, nonché appassionata delle due ruote: ergo, il gesso per me è sinonimo -iperbolico 😉 – di “THE UNHAPPY END“! E, in effetti, questi primi 6 giorni da “incidentata” sono stati a dir poco insopportabili, tant’è che ho iniziato pur di muovermi a saltellare su una gamba sola come una matta, finché il mio gentilissimo ortopedico mi ha informata che così facendo rischio di compromettere la guarigione, prolungando la mia “immobilità“. La parolina magica: prolungamento… orrore! Ho accettato le stampelle e pazienza, panta rei.

Ma, al di là dell’aspetto pratico, è successa anche una cosa molto strana, o forse assolutamente naturale: inizio a sentirmi fortunata. Cioè, sono solo trenta giorni e poco più, che saranno mai? Ok, per la sottoscritta iper-attiva è una marea di tempo ma, pensandoci, dopo sarà tutto come prima, potrò ballare, saltare, correre, nuotare, andare in bici. C’è gente in questo mondo che non lo può fare da quando è nata;  ci sono persone costrette, a causa di un incidente o quant’altro, a restare inchiodate sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Lamentarmi perché non riesco a muovermi come vorrei per un periodo limitato di tempo è egoista, anzi no, è stupido e infantile. Ok, non posso andare a lavorare. Ok, la causa della frattura non sono io, ma un automobilsta idiota che mi ha preso in pieno facendomi provare la non-ebrezza di volare insieme alla mia bici a mezz’aria per poi spracellarmi sull’asfalto, ma… a parte denunciarlo, che posso fare? Non mi sono rotta la testa e il danno procuratomi non è irreversibile, quindi… che culo!

Mi sento fortunata. Oggi guardo il mio gesso e sorrido come un ebete, perché so che lui lì non ci sarà per sempre. Perché so che non appena me lo leveranno potrò ricominciare a fare tutto ciò che mi è sempre piaciuto, in primis ballare e nuotare, e probabilmente sarò ancora più motivata a farlo (ciao Darwin, come stai? 🙂 ). Però, con questa consapevolezza, mi permetto anche di esprimere una critica  – moralista? – nei confronti di tante persone – soprattutto giovani ahimè – che passano le giornate su Facebook  a scrivere scemenze invece di andare a giocare a pallone, farsi un giro in bicicletta, andare a ballare con gli amici. Chi sono io per fare questa critica globale ai ragazzi miei coetanei o giù di lì? Nessuno, ma il blog è mio e scrivo quello che mi pare 😛 !

Comunque, anche il suddetto pensiero critico mi ha fatto ritornare alla memoria una piccola questione che poco tempo fa ha contribuito a disilludermi sulla capacità empatica del mondo e di alcune persone: la sottoscritta è stata criticata lo scorso anno da persone che, a quanto pare, non la conoscevano affatto, accusanta senza ma e senza se, di trascorrere molto tempo davanti ad un pc e uscire praticamente pochissimo. Niente di più falso. Tali “esseri giudicanti” hanno dimenticato, prima di esprimersi, di riflettere su una questione fondamentale: è il contesto che crea l’azione e, in quanto mutevole, tale contesto arriva a influenzare l’azione, a creare la necessità, in un certo periodo, di dare priorità a certe cose rispetto ad altre. In poche parole: se hai una tesi da scrivere e un affitto da pagare e devi fare tutto da sola perché non vivi a casa con mamma e papino che ti servono e riveriscono, ovvio che la maggior parte del tempo lo passi al computer per scrivere e per fare quei piccoli lavoretti da copywriter che ti permettono di aggiungere denaro allo stipendio da cameriera/baby sitter e giù di lì. Ai tempi la mia reazione è stata l’indifferenza: cerchi di spiegare determinate condizioni di vita ai tuoi coetanei, tanto in maniera esplicita, quanto implicita, ma, se non le si vivono certe esperienze, mi rendo conto che è difficile comprenderle davvero. Ho lasciato stare e con dispiacere anche, perché ad alcune di queste persone avevo imparato davvero a voler bene e sono rimasta – non lo nego – molto delusa dal fatto che non siano state capaci di comprendere le mie ragioni. Vabbè, poco importa, evidentemente non c’era un vero interesse da parte loro; evidentemente certe situazioni umane per quanto tu ti possa impegnare non possono essere sbrogliate, né tanto meno risolte nel migliore dei modi. Forse il tempo e la vita aggiusteranno tutto, o forse no.

Ora esco, c’è il sole e io ho le stampelle!

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