Archivio per maggio, 2013

Fare il giornalista oggi non conviene e soprattutto non conviene farlo in Italia.

Come tanti giovani, anche la sottoscritta fino a qualche anno fa desiderava fare del giornalismo la propria professione. Ma le esperienze insegnano e, soprattutto, ti segnano, mettendo a dura prova anche una passione sconfinata e portata avanti con tanti sacrifici. Il punto è che il circolo vizioso del precariato giornalistico causato dallo sfruttamento delle passioni dei tanti non si è, ad oggi, ancora arrestato e  – checché se ne dica – la situazione in Italia non cambierà, né tra due anni, né tra dieci.

Tutti concordiamo sul fatto che le passioni sono belle: sono il sale della vita, la linfa che fa andare avanti ciascuno di noi, sempre e nonostante tutto. Ma, almeno personalmente, penso che troppo spesso il confine fra passione e rassegnazione masochista sia davvero molto molto sottile. Quanti giornalisti pubblicisti e freelance ad oggi non raggiungono uno stipendio di 5000 euro l’anno? Praticamente più del 50%; e non potrebbe essere altrimenti dato che la maggior parte riceve una retribuzione pari a tre o cinque euro al pezzo. Specifico AL PEZZO, non a ora. Tutto, naturalmente, sotto forma di contratti  e relazioni lavorative che non prevedono il minimo rispetto per la vita del giornalista di turno. Ma, la passione ti fa accettare tutto. Spesso, troppo.

Si può vivere così? No. Poi ciascuno è, naturalmente, libero di decidere per sé. Ma se siamo noi i primi ad accettare determinate condizioni di lavoro e relative retribuzioni irrisorie, allora, bè, perché mai dovrebbero cambiare le cose? Perché i parlamentari dovrebbero preoccuparsi più di tanto di avviare una VERA riforma della professione giornalistica atta a garantire l’equo compenso, anzi, meglio, un minimo salariale? Per quale ragione dovrebbero valutare nuove misure relative alla riforma dell’Ordine dei giornalisti, quale l’accesso alla professione e la professionalizzazione della categoria, quando, nonostante le attuali condizioni visibilmente precarie, le iscrizioni all’Ordine dei pubblicisti non fanno che aumentare? L’iscrizione a un ordine rappresenta pur sempre un’entrata per lo stesso (e dunque per lo Stato). Se le persone sono disposte a pagare fior di soldi per avere un tesserino da mostrare orgogliosamente senza che questo, tuttavia, garantisca loro alcuna tutela di lavoratori, bè, il problema, pensiamoci, non è poi solo da relegare ai piani alti.

Svolgere la professione giornalistica, da qualche anno a questa parte, è diventato, almeno secondo il mio modesto e criticabile parere, una questione di vanità. Il peggio è che non sono più così tanto sicura che le problematiche relative alla categoria giornalistica dipendano solo ed esclusivamente dalla presenza di una casta.

Qualunque Ordine professionale in quanto tale è una casta, ma non si limita ad esser solo quello. Il nodo della “questione giornalistica”, però, ad oggi è ben più complesso: se resta fuori dubbio quanto l’Ordine dei giornalisti a differenza degli altri ordini professionali non svolga ciò che ne giustifica la sua esistenza (ovvero la tutela dei suoi iscritti), è altrettanto vero che oggi far parte dell’ordine è diventata una moda, un – passatemi il termine – glamour lifestyle!

Questa smania di prendere il tesserino e poter dire “io sono un giornalista”, pur consapevole di essere ciò solo sulla carta e non nella realtà attiva del lavoro, può portare solo a peggiorare sempre più il quadro della professione.

Si scrive per passione e per trasformare un sogno nella propria realtà professionale. Tuttavia, allo stato delle cose, succede che a poco a poco il giornalista tesserato si rende conto di come, per quel che viene retribuito, gli è  – e sempre gli sarà – impossibile effettuare tutti quegli approfondimenti obbligatori nonché principi cardine dell’attività giornalistica stessa.

Succede. Più passano gli anni, più le esigenze della vita dell’essere umano iniziano a sovrastare i sogni brillanti di gioventù.

L’impegno, l’energia e i mezzi propri investiti per garantire, nonostante tutto, una buona informazione, spesso – anche se non sempre – vengono prima o poi messi in secondo piano rispetto all’esigenza e volontà di vivere una vita quanto meno dignitosa. Tutte le suddette problematiche presentate e tante altre ancora interconnesse fra loro, portano, oltretutto, al verificarsi di un’ulteriore catastrofica conseguenza: la pessima qualità dell’informazione!

I nodi da sciogliere nella ragnatela di precariato e raccomandazioni del giornalismo italiano odierno non sono pochi!

Per quel che mi riguarda, qualche anno fa, di fronte a tutto ciò, ho deciso, se non di abbandonare, quanto meno di mettere da parte il sogno del giornalismo. Esser pagata tre o cinque euro al pezzo non mi avrebbe permesso di “sborsare”  l’affitto ogni mese, di fare altri lavori per pagarmi l’università e la vita. Non ho abbandonato, però, la passione per la scrittura e la comunicazione in generale: ho preferito svolgere qualche lavoretto da copy e anche delle attività di collaborazione gratuita per enti della pubblica istruzione piuttosto che continuare il non-rapporto lavorativo a TreEuroAlPezzo per la testata telematica di turno. Un’attività che, certo, mi avrebbe, probabilmente, permesso di prendere il tesserino da pubblicista e realizzare un sogno, ma… poi? Ora sarei tesserata, forse non  ancora laureata o forse sì, ma… che cosa cambierebbe? Non so se ho fatto la cosa giusta e, semmai dovessi pentirmene, potrò sempre rivalutare l’idea di mettermi sotto la schiavitù del primo che mi prometta una retribuzione “da ridere” finalizzata all’ottenimento del tesserino ;).

Al momento, però, sinceramente, ho intenzione di investire il mio tempo e il mio denaro in altro. Se quest’ “altro” sia o meno la scelta giusta o sbagliata, migliore o peggiore, non ne sono certa ma… dopotutto “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato” personalmente non le ho mai considerate valutazioni assolute, ma semplici interpretazioni relative, soggettive e temporali.

Inoltre, passando dall’approccio attivo del giornalismo a quello di puro lettore, ho avuto occasione di appassionarmi ad un’altra branca della comunicazione: l’advertising. Oggi ho un sogno professionale che è il risultato della vita e delle esperienze che ho affrontato, è l’evoluzione del mio antico sogno di gioventù, plasmato dal realismo ma anche dai nuovi stimoli e realtà con cui sono entrata a contatto.

C’è chi dice che la differenza tra giornalismo e pubblicità ad oggi non esista più e ciò nonostante vi siano obbligatorie disposizioni distintive tra le due forme di comunicazione all’interno della deontologia giornalistica.

Con lo sviluppo del web 2.0, del citizen journalism, delle varie piattaforme di CMS, dei social network, il confine fra notizia posizionata e messaggio promozionale è diventato – e sempre più diventerà – labile e impreciso. Le piattaforme di informazione puntano già oggi soprattutto a posizionare ottimamente la notizia, “targettizzandola” e, spesso, addirittura scegliendola sulla base dei risultati ottenuti dalla web analysis. Anche nel mondo dell’informazione, insomma, la vendibilità avrà sempre più importanza dell’approfondimento.

Naturalmente, si spera che la qualità della notizia non venga meno, altrimenti ci ridurremo a un blogosfera gossippara assatanata di vanità twitterante ;).

Chi saprà usare bene la rete, i social e i dati ottenuti dalla web analysis potrà, infatti, riuscire anche ad avviare una nuova e valida modalità d’informazione. Perché cambiando lo stile di presentazione (dalla scrittura SEO, ai formati crossmediali), senza alterare, però, la natura della notizia, il rapporto qualità/vendibilità sarà equilibrato e rappresenterà un beneficio democraticamente distribuito, perché garante sia del diritto dei cittadini di fruire e partecipare alla buona informazione, sia  del comprensibile e necessario desiderio di profitto dell’azienda editoriale di turno.

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E’ proprio vero: quando una notizia, di qualunque tipo essa sia, tocca questioni che ti riguardano in prima persona, allora è inevitabile emozionarsi, anche un po’ troppo. Ma, alla fine, dove sta scritto che ci debba essere un filtro razionale e/o limite causale all’intensità delle nostre emozioni?

Oggi, immediatamente dopo aver letto un articolo online, mi sono ritrovata a urlare – letteralmente – “oolè”! Neanche avessi vinto alla lotteria :).

Qual è stata la lieta novella che mi ha fatto fare i salti di gioia (almeno metaforicamente, dato che rimango pur sempre ancora gessata ;))? Ebbene, è presto detto: un nuovo straordinario traguardo scientifico è stato appena raggiunto dai ricercatori dell’Università di Princeton: la realizzazione di un orecchio “bionico” capace di percepire, rispetto ad un normale orecchio umano, delle frequenze radio un milione di volte più alte. Organicamente, questo super-orecchio nasce da un processo di combinazione tra celle e nanoparticelle, reso possibile grazie ad una specifica strumentazione 3D.

(fonte: Nano Letters)

(fonte: Nano Letters)

Quest’orecchio “plasticoso” è reso sensibile grazie all’applicazione di una spirale con cartilagine. La novità di tutta la scoperta è racchiusa proprio in quest’antenna “spiraleggiante”: se, infatti, un orecchio umano normalmente capta in modo diretto solo i segnali acustici per poi trasformarli in segnali elettrici e inviarli al nostro cervello; tale orecchio bionico, invece, grazie alle sua spirale, riesce a percepire immediatamente i segnali elettrici, con conseguente amplificazione della facoltà percettiva in termine di altezza delle onde magnetiche.

Qui di seguito il video che mostra la percezione amplificata delle orecchie bioniche “impegnate” nell’ascolto di Beethoven:

Gli scienziati di Princeton spiegano come questo super-organo non sia stato pensato per sopperire alle mancanze uditive dei sordi o di chi è affetto da varie problematiche acustiche, ma “l’idea era: possiamo noi prendere dei normali esseri umani in salute e dar loro quei super poteri che normalmente non vorrebbero avere?” Già, dopotutto, chi vorrebbe possedere “il dono di sentire oltre misura?!” 😉

A questo punto, vi starete chiedendo per quale diavolo motivo tale applicazione scientifica mi affascini ed emozioni così tanto. Bè… una ragione c’è. Io sono nata anacustica dall’orecchio destro e iperacustica dall’orecchio sinistro. E’ un handicap, me ne rendo conto, anche se nel corso degli anni ho imparato a conviverci, se non addirittura ad apprezzare suoni e rumori come fossero le più indescrivibili magie che la vita ci regala quotidianamente.

Forse, questa personale attribuzione d’importanza a tutte le onde sonore indistintamente, è solo una conseguenza di ciò che molti chiamano adattamento: quando non si possiede – o si possiede poco – un qualcosa, lo si desidera e apprezza maggiormente rispetto a coloro i quali quel qualcosa lo possiedono in abbondanza e lo danno – naturalmente ed inevitabilmente – per scontato.

Ammetto che alcune volte è stato, ed è ancora, difficile adattarsi a tale poco controllabile condizione: quando, per esempio, mi trovo in un luogo in cui è presente troppo rumore “di sottofondo“, riuscire a mantenere la concentrazione su ciò che sta dicendo il mio interlocutore, sto scrivendo oppure leggendo, è… come definirlo… uno sforzo mentale non da poco, soprattutto per via dei rumori ambientali (voci, suoni, etc.) che spesso hanno la meglio sulla percezione, confondendomi e distraendomi dal’attività principale che sto svolgendo.

Paradossalmente, però, anche la condizione opposta – il silenzio totale – nel mio caso non semplifica affatto il processo di percezione  -o non percezione – uditiva.

Provo a spiegarmi: prendiamo una biblioteca, il luogo per eccellenza dominato dal silenzio. Ebbene, per la sottoscritta riuscire a percepire solo il silenzio è impossibile. Meno voci umane ci sono in un luogo comunque affollato e dunque in quanto tale attivo, maggiori saranno “i rumori ovattati d’ambiente” che il mio unico orecchio tenderà a percepire: musiche provenienti dalle cuffie delle persone; il suono delle  penne a contatto con la carta nell’atto della scrittura; i battiti sulla tastiera dei portatili; le pagine dei libri che, sfogliate, frusciano neanche stessero mormorando tra loro segreti inconfessabili; sedie che si muovono cigolando; risate sommesse; sospiri e respiri raffreddati, allergici o stufati; passi che tonfano dal piano di sopra; il vento e gli uccellini dalle finestre aperte che se la spassano alla grande; le criptiche stampanti della sala copie, etc. L’elenco per quel che mi riguarda potrebbe continuare all’infinito, senza contare che la biblioteca è solo un esempio, vi lascio immaginare suoni, immagini e colori che mi attraversano la testa amplificate in ogni luogo, da ogni dove :).

Tuttavia, ammetto che non si vive poi così male: studio, esco, lavoro, ballo, vado anche in discoteca ed ai concerti, ma devo fare attenzione, e, di tanto in tanto, regalare una pausa (tappi of course 😉 ) al mio mega orecchio. Oltretutto, se non sono io a far presente in prima persona questa mia “particolarità”, è davvero difficile che la si noti :). Però se passeggiate accanto a me e vi posizionate alla mia destra, vi taglio puntualmente la strada e cambio lato, per riuscire a sentirvi meglio.

Insomma: ho l’orecchio destro totalmente sordo e il sinistro che, almeno da quanto dicono i medici, per compensare alla mancanza dell’altro si è sviluppato e adattato: il cervello sente che deve poter percepire il più possibile da quel lato. Un orecchio, quindi, simil “bionico”!

Non si tratta, nel mio caso, di un malfunzionamento fisiologico: entrambi i miei apparati uditivi sono fisicamente normali, nessun trauma fisiologico spesso presente in molti casi di sordità. Come dimostra la ricerca sopra accennata, infatti, l’atto del sentire avviene, sì, attraverso l’organo uditivo, ma soprattutto grazie al brillante – concedetemelo 🙂 – risultato di un complesso processo di rielaborazione degli stimoli acustici in stimoli elettrici da parte del nostro cervello.

In sostanza: “se vede che al mio orecchio destro nun je vanno a genio gli stimoli acustici e che quello sinistro si è abituato ormai a percepire di tanto in tanto anche e direttamente gli stimoli elettrici ” :).

Bene, ora basta parlare delle mie orecchie, manco fossi Dumbo! 😀

Comunque, se volete saperne di più sulla ricerca degli scienziati di Princeton, potrete reperire maggiori informazioni a questo link.

Mi permetto, però, dal basso della mia posizione, di dare un consiglio a tutta l’umanità: ascoltate musica; ascoltate le tonalità delle voci che le persone usano parlandovi; apprezzate il rumore del vento e del mare e… perché no, anche quello delle pietre sotto le scarpe, della stampante attiva e canterina, del bacio tra amanti e… chi più ne ha ne metta :). Però, ASCOLTATE DAVVERO!

Il “sentire” non è un’azione così scontata e banale come la maggior parte delle persone è abituata a pensare. Il sentire, ascoltando attivamente, con il cervello, con il sistema limbico, è una facoltà preziosa. Dopotutto, per quale ragione utilizziamo le due medesime terminologie (sentire e ascoltare) per indicare tanto l’atto sensoriale, quanto la percezione delle nostre emozioni? Sentirsi bene. Sentirsi male. Ascoltare una canzone. Ascoltare le ragioni di. Ascoltare il proprio cuore. (continuate :)) …. Ci deve essere un perché, no? 🙂

Chiudo, postando una delle mie canzoni preferite, Second Love dei Pain of Salvation. Buon ascolto e buon week end!

Nelle ultime quarantotto ore, nonostante il gesso, mi è parso di vivere dentro un film, un brutto film.

Andiamo con ordine. Non ho chiuso occhio per tutta la notte, perché ieri pomeriggio ho combinato un danno, non grave per fortuna: ho sbagliato a fare la puntura di nadroparina calcica, infilando l’ago nell’addominale invece che nell’opportuna plica della pancia, forando così il muscolo e danneggiandone i capillari. Diretta conseguenza è stata la comparsa di un  livido viola che con il trascorrere delle ore è diventato sempre più grande e dolorante al punto tale da non farmi dormire. Per chi fosse totalmente estraneo alla pratica in questione, le punture di nadroparina da qualche anno a questa parte vengono somministrate per favorire una corretta circolazione sanguigna nei casi di immobilità prolungata, quali una gessatura appunto, nonché per curare problemi vari di circolazione. Non si tratta, comunque, di siringhe chissà quanto grandi e, una volta fatta un po’ di pratica, l’iniezione può esser effettuata personalmente senza alcuna difficoltà (a meno che non siate iper sensibili alla vista di un ago, s’intende, in quel caso fatevela fare da qualcun altro 😉 ).

In tutti questi giorni sono stata bravissima ad auto-medicarmi, l’infermiera perfetta di me stessa! Senonché ieri, il mio 21° giorno di punture, ho avuto la brillante idea di fare l’iniezione un po’ più su dell’ombelico, decisione stupida motivata solo dal fatto che vedevo il mio povero pancino combinato peggio di uno scolapasta e, insomma… non sapevo più dove andar a bucar! Ebbene, fare di testa propria a volte è rischioso, quel livido mi ha fatto passare le pene dell’inferno, ancora adesso non smette di farmi male ma, a sentir quel che ha detto il medico, guarirà senza problemi. Almeno quello. Devo riconoscere che questo maggio 2013 è proprio un gran bel periodo, fortunatissimo per la sottoscritta, decisamente –.–.

Oltretutto, trascorrere la notte con quel dolore lancinante fissando il soffitto non aiuta certo a distogliere l’attenzione dallo strazio continuo in cui sei immersa, anzi: mi sembrava di star sdraiata sul lettino di uno di quei pazzi che provano piacere perverso a tartassare le proprie vittime infilzandole con coltelli in ogni parte del loro corpo prima di ucciderle. Si… vabbè… ok… forse sto esagerando, non si scherza con certe questioni lo so, e forse vedo troppi film horror ( 😀 ), ma quel che ho scritto era giusto un “parallelismo scenografico” per ridere di me stessa e rendervi pienamente partecipi della mia sofferenza (non ve ne può fregar di meno, lo so ;)). Comunque, alla fine sono riuscita ad allontanarmi dal pensiero ossessivo del dolore leggendo l’unico autore capace da sempre di farmi sorridere (davvero) nonostante tutto e tutti, permettendomi di “traslocare” per un po’ nel meraviglioso e leggero universo di “E sti cazzi tutto!”. Quindi, lunga vita, letteraria almeno, a Bukowski! Grazie BukyBuky di avermi fatto compagnia anche in questa terribile nottata!

mare nero

La sfiga, però, non si è affatto conclusa con il regredire del dolore e il  sorgere del sole (che poi ha diluviato neanche fosse dicembre).

Oggi è 22 Maggio 2013: per la cronaca, se non mi fossi rotta la gamba sarei a Napoli alle terme tre giorni tutto spesato a vivermi l’esperienza di CampusMentis. Ero riuscita a superare la prima selezione per poter partecipare a questo “campo di lavoro” organizzato annualmente per favorire l’incontro fra neolaureati e aziende: sarebbe stata un’ottima occasione per fare colloqui e distribuire cv, senza contare il valore sociale (e ludico certo :)) di poter conoscere tantissimi neolaureati italiani. Posso immaginare cosa stiate pensando: questi incontri sono simili ai CareerDay sistematicamente organizzati dalle aziende nelle università e, spesso, si riducono a mera pubblicità dei brand di turno senza alcuna reale prospettiva per i giovani di riuscire a conquistare un contratto stage, figuriamoci un’assunzione. Sì, nella maggior parte dei casi tutto ciò è vero, soprattutto in Italia, ma restava pur sempre una bella esperienza e un’occasione per far rete. Quindi: gamba rotta uguale niente Campus, uguale nervi a fior di pelle per l’occasione a cui ho dovuto rinunciare. Ma, dal giorno in cui ho avuto l’incidente e ho fatto presente la mia condizione allo staff dell’evento, avevo già messo in conto il mio probabile umor nero in questa giornata. Una ragione, quindi, me l’ero fatta.

L’universo vuole, però, che tutte le sfighe ti piovano addosso nel medesimo periodo. E oggi la mia pazienza ha constatato come questo non sia affatto un modo di dire. Stamattina, infatti, ho ricevuto una telefonata, accompagnata dalla rispettiva mail, da parte delle risorse umane di un’azienda milanese a cui avevo inviato il cv qualche tempo fa e presso cui avevo sostenuto un colloquio. Per farla breve: non era un posto di stage, era un lavoro vero e proprio; certo, non tanto editoriale, ma pur sempre inerente alla comunicazione; pagato decentemente; finalizzato all’inserimento a tempo indeterminato. No, non è un sogno, è un incubo! Sono stata, naturalmente, costretta ad illustrare la mia situazione da incidentata alla gentilissima ragazza dall’altra parte del telefono che si è detta sinceramente dispiaciuta… già, sapessi io!!

Bhè, secondo voi la risposta qual è stata? Pensate che sia tanto difficile trovare in questo periodo in Italia un altro neolaureato magistrale a pieni voti, con le mie competenze, con le mie esperienze (se non di più), della mia stessa facoltà,  appartenente alle categorie protette, con la voglia di lavorare? Ehhh… già… il cliente necessita di questa figura nell’immediato. By by lavoro decente! Che dite? Ho motivo o no di pensare che l’universo in questo maggio-non-maggio-piovoso mi vuol male?

Però, una cosa mi consola: l’universo non ha alcun potere sulle persone che ti vogliono bene, le quali, dopo aver ascoltato il rabbioso e triste racconto post telefonata della sottoscritta, hanno pensato “carinamente” di farti notare come, forse, quel lavoro all’apparenza così desiderabile – o almeno quella stabile sistemazione economica tanto agognata in un periodo in cui la precarietà e la disoccupazione ci sta ammazzando -, avrebbe potuto anche rivelarsi una tortura o uno sbaglio enorme per il mio futuro. “Vedila così” – mi hanno detto – “se proprio vuoi dar colpa al destino, consideralo come un regalo che ti sta facendo, perché, in realtà, il fato ha in serbo per te qualcosa di più interessante e allettante di un posto tanto meccanico e poco creativo”. Sì… vabbè… certo… come no –.–‘.

Comunque… voglio un mondo di bene a tutti quelli che si son presi il disturbo di raccontarmi questa gran bella “favola” esclusivamente per risollevarmi il morale. Ci sono riusciti, almeno un po’ sì dai.

Mancano dieci giorni e mi tolgono questo maledetto gesso. Credo di non aver mai passato in vita mia un mese così noioso. Mi sono resa conto che lo stress quotidiano tanto maledetto dalla gente e dai medici – e forse anche da me -, in realtà è linfa vitale: ti fa sentire viva; ti riempe cuore e sistema limbico di emozioni belle e brutte; ti defibrilla il cervello iper-stimolato da rumori, conversazioni, visioni esterne; ti regala il piacere di percepire la proattività di ogni muscolo del tuo corpo, dai piedi alla testa. Un essere umano fuori dal mondo non è un essere umano, ma un organismo vivente passivo peggio delle piante: “loro” infatti, a differenza di uno stupido essere umano, anche solo “parate” sotto al sole e ben provviste di acqua riescono a crescere e riprodursi (con piacere o meno non si sa, tocca chiederglielo XD).

un libro per amico

La morte della socialità umana è la morte del cervello; e la morte del cervello è -checché se ne dica – la morte dell’umano in quanto tale e del suo equilibrio fisiologico-emotivo. Dopotutto, come scriveva John Donne in una sua famosa poesia, “nessun uomo è un isola”.

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Comunque… siamo realisti: con una gamba gessata, in realtà, il cervello è l’unico muscolo che puoi continuare ad allenare, tant’è che libri, ebook e blog letti o riletti in questi giorni da gessata sono diventati i miei migliori amici. Altri pro dell’essere passata dallo stato di lettore normale a quello di lettore ossessivo compulsivo è che, tra i tanti blog spulciati, puoi anche avere la fortuna di incontrare post capaci di ricolorare almeno un po’ quell’umore nero maturato da cattiva mummia quale sei diventata: è il caso, per esempio, del blog Candido di Antonio Gurrado, all’interno del quale ho trovato un gran bel resoconto del suo periodo “gamba rotta“. Con ciò non voglio dire di ricavare sadico piacere dalla consapevolezza che tre anni fa qualcuno stesse passando più o meno le mie stesse pene, anzi, tutt’altro; anche perché lui, contrariamente a me, almeno “lavorativamente” parlando, stava messo meglio. Tuttavia, non nascondo come, tanto i suoi post relativi al suo decorso da infortunato, quanto i vari pezzi da lui scritti  – pensieri personali o approfondimenti professionali -, mi stiano regalando momenti di sorrisi e riflessioni davvero utili, sia al mio cervello pietrificato, sia al mio corpo “zombificato”. In particolare, ho trovato splendido un suo pezzo dal titolo “Scribi e farisei 2007” scritto per “Ore piccole”. Riporto di seguito una parte delle considerazioni esposte da Gurrado, perché credo che, in tempi così critici per il mondo editoriale in cui la maggior parte delle persone legge meno di un libro all’anno, tali parole possano – o dovrebbero! – far riflettere e meditare tutti noi:

Scribi e farisei 2007

   La scrittura è un atto bidimensionale (inchiostro su carta) che si propone di raggiungere un obiettivo tridimensionale (il libro) mediante un procedimento quadri- e addirittura pentadimensionale, nel senso che servono anche tempo e, possibilmente, silenzio. La cosa peggiore è che allo scopo di scrivere è necessaria la lettura (ma viceversa la lettura non è necessariamente finalizzata alla scrittura, e meno male), e che la lettura è un atto pressoché adimensionale. Per leggere non c’è bisogno di spazio: altrimenti non si riuscirebbe a farlo in metrò o su un treno pieno di pendolari sudati. Né c’è bisogno di tempo, almeno in senso stretto: in quanto avere intere e lasche giornate libere può risultare circostanza meno favorevole alla lettura del ritrovarsi con un’oretta soltanto di adamantina e inattaccabile concentrazione. L’unità di misura della lettura è il silenzio, che però è impossibile a misurarsi, non c’è decibel che tenga; il silenzio necessario alla lettura è la creazione di un vuoto spinto nel cervello per far spazio ai contenuti del libro che via via vengono incamerati. Per questo, ad esempio, è più gradevole leggere in un’acciaieria (o in un aereo), dove un costante rumore di fondo copre ogni possibile interferenza invece che nel sospettoso silenzio di una casa familiare, con l’angoscia dello starnuto che esplode, del telefono che interrompe, della televisione che si accende, dei testimoni di Geova al citofono da un momento all’altro. Come atto in sé, leggere è impossibile, tanto più se si ha l’ardire di volerlo fare in santa pace; e l’elenco di libri che quotidianamente aggiorno – allo scopo di rileggerlo e interpretarlo all’ultimo dell’anno – finisce per essere il resoconto di tutto ciò che telefoni invadenti, preoccupazioni transeunti e genitori affettuosi non sono riusciti a non farmi leggere”.

Perché un neolaureato ad oggi dovrebbe optare per una specializzazione o un master di primo livello in Italia piuttosto che all’estero? Quali sono i parametri considerati dai giovani per orientarsi in tale scelta? Il mondo dell’istruzione italiana è in grado di fornire in maniera chiara e veloce tutte quelle informazioni burocratiche e accademiche attraverso la comunicazione digitale? Mi sa di no, e me ne dispiaccio.

einstein linguaccia

Io non sono più studente da qualche mese, ma ciò non significa che non mi importi nulla di come se la passi il mondo accademico superiore in Italia. Ultimamente poi mi capita frequentemente (troppo!) di ascoltare racconti di ragazzi più giovani di me, cugini o amici, che in preda ad una crisi di nervi mi chiedono consigli sul da farsi e non farsi nella scelta di un percorso di studio universitario magistrale. Senza dubbio mi fa piacere che si rivolgano a me per ricevere qualche consiglio a riguardo, ma non nego di rimanere allibita dalle storie che mi raccontano. Più ascolto le loro disavventure con qualsivoglia ente universitario da loro contattato per raccogliere più informazioni possibili per chiarirsi le idee, più arrivo a due conclusioni certe: la maggior parte delle università italiane considera la comunicazione con i propri futuri studenti una prassi relativa, poco importante, nonché indegna di cura;  per contro,  le università straniere in quanto a comunicazione online con i propri potenziali futuri studenti non solo battono quelle nostrane, ma eccellono in disponibilità e chiarificazione.

Di fronte a questo scenario deprimente, oltre che demotivante per i miei amici e tutti i giovani come loro, io ammetto di esser stata fortunata: quando nel 2010 decisi di cambiare ateneo e iscrivermi ad un corso magistrale dell’Università di Roma Tor Vergata, non ho riscontrato il minimo problema di comunicazione; tutti i miei dubbi e le mie richieste inerenti tanto agli iter burocratici di accesso, quanto ai contenuti del percorso accademico a cui ero interessata, sono stati ben chiariti oltre che agevolati da – a quanto pare – un’ottima comunicazione a distanza. Forse tre anni fa era diverso; o forse il suddetto ateneo dovrebbe esser maggiormente premiato (concretamente intendo) per via della cura che mette nel considerare l’informazione pre-accesso uno degli aspetti fondamentali di sensibilizzazione all‘istruzione. Non credo di esagerare affermando tutto ciò, anche perché sappiamo tutti quanti giovani ormai decidono di abbandonare i propri percorsi di studio o, peggio, di escludere a priori l’istruzione universitaria dai loro progetti di vita. Liquidare potenziali matricole non rispondendo alle loro mail o, peggio, fornire loro informazioni ambigue consigliando di rivolgersi prima a questo poi a quell’altro dipartimento amministrativo/professore/assistente (e l’elenco potrebbe continuare all’infinito), bè, diciamolo, affosserebbe la voglia di studiare e impegnarsi a farlo anche ad Einstein!

A tal proposito ieri, complice una chiacchierata caffè e sigaretta con mia cugina, ho ascoltato con molto interesse un resoconto dettagliato inerente alla ricerca di informazioni finalizzate alla scelta del suo futuro universitario. Lei, ventitreenne neolaureata a pieni voti in biotecnologia meccanica, al momento vorrebbe proseguire i suoi studi specializzandosi. Ma lo vuole davvero, ci crede, è disposta a fare sacrifici enormi: ergo, è uno studente reale, non un perditempo. Ma, a quanto pare, alle università italiane non importa nulla delle sue richieste, di questo suo immenso – nonché ad oggi davvero raro – desiderio di studiare. Data la natura dei suoi studi ha considerato e contattato quegli atenei e i relativi corsi ritenuti eccellenti in ambito tecnico scientifico, in primis l’Università di Pisa.

Pisa, il paese della scienza, dove molti giovani, davvero motivati a crescere e impegnarsi per sviluppare nel presente e nel futuro del suddetto settore, contano di andare. Ora, non è mia intenzione criticare il buon funzionamento e la qualità accademica dei corsi di tale ateneo, non mi permetterei mai, anche perché non ho fatto alcuna ricerca e finirei per esprimere un parere campato in aria e non basato su constatazioni concrete. Tuttavia, un’opinione negativa sulla loro modalità di comunicazione con i futuri ipotetici studenti mi permetto di farla. Di fonte a quanto sperimentato da mia cugina, infatti, pare che tutta l’organizzazione del personale relativo al corso di laurea di suo interesse non abbia la più pallida idea di come funzionino le cose da loro. Assurdo? Bè giudicate voi: una futura studentessa fuori-sede, interessata ad uno specifico corso di laurea, che fa  per poter capire sin da subito come muoversi su questioni inerenti l’immatricolazione, requisiti di accesso, eventuali integrazioni? Semplice, basta seguire le indicazioni del sito internet di facoltà e contattare il “contattabile”, sia online che telefonicamente: presidente di facoltà, segreteria, etc.

Il problema però nasce nel momento in cui non ricevi alcuna risposta per giorni e giorni, finché, dopo un tartassamento di solleciti estenuante, qualcuno – non si sa chi perché non si firma – ti risponde, consigliandoti di rivolgerti a quattro professori con cui eventualmente (?) dovresti sostenere gli esami integrativi. Mandi la mail ai professori indicati. Di quattro risponde solo uno, con una mail criptica da far invidia a Matrix: titolo di un libro di testo (editore, anno di pubblicazione etc, no eh?) e un link. Così… un copia e incolla che darebbe ai nervi anche ad un monaco tibetano. Che fai? Speri che in quel link ci siano tutte le risposte che cerchi, o almeno parte di esse, ma hai smesso di credere a Babbo Natale molti anni fa purtroppo. E infatti il link rimanda ad un video con 12 lezioni accademiche tenute dal mittente. Mia cugina risponde alla mail chiedendo delucidazioni: quel materiale è ciò che deve studiare per preparare il suo esame integrativo inerente alla sua materia? Risposta: no, quello è il materiale del suo corso, per ciò che riguarda i contenuti integrativi lui non può aiutarla per due motivi:

  • il consiglio di facoltà non ha ancora deciso i parametri di accesso ed eventuali contenuti integrativi: lo farà non prima di agosto;
  • lui da settembre non sarà più professore ordinario di quel corso.

Tanto di cappello al professore in questione che, pur di fronte ad un suo a quanto pare allontanamento dall‘insegnamento in quel corso per chissà quale motivo (che per lo stato disastroso in cui è ficcato il sistema universitario italiano  non ci  è difficile immaginare), lui almeno è stato l’unico a degnarla di una risposta. Mi sta anche simpatico, nonostante i copia e incolla. Ma il problema resta.

Comunque, dopo aver rotto le scatole insistentemente tra mail e telefonate a chiunque, mia cugina è riuscita quanto meno a capire come stanno le cose. Le cose, in sostanza, stanno di merda! Lei non saprà se, quanto e cosa dovrà integrare fino a settembre; da settembre in poi dovrà integrare -sempre se rientrerà nel limite massimo di cfu in difetto consentiti per effettuare l’accesso – tutti gli esami che le verranno assegnati, per un massimo di sei. Solo dopo aver colmato tali lacune, potrà avviare la vera e propria iscrizione, ma nel caso in cui non dovesse riuscire a terminare il suo percorso di recupero entro dicembre 2013, allora dovrà aspettare marzo 2014 per immatricolarsi. Ora, considerando che a marzo le lezioni sono solitamente secondi moduli da non poter sostenere se non dopo aver dato i primi moduli delle relative materie, lei – in sostanza – rischierebbe di stare con le mani in mano fino a settembre 2014.

Vi lascio immaginare la furia e la rabbia nelle parole di mia cugina e, sinceramente, nonostante capisca tutti i problemi relativi alle difficoltà burocratiche che un corso di laurea debba affrontare, bè, questa situazione è assurda. Purtroppo anche le altre università italiane a cui si è rivolta non le hanno chiarito le idee: molte, almeno da quanto mi ha riferito, le hanno chiesto un attestato di lingua inglese, il che sinceramente a me non sorprende più di tanto, anzi, mi fa strano più il fatto che lei non abbia, nella sua triennale, conseguito almeno un’idoneità di lingua (e questo la dice lunga, ahinoi, anche sull‘Università della Calabria). Per ovviare al problema ha pensato di frequentare un corso a pagamento quest’estate, ma anche in tal caso lei rimane, giustamente, titubante: un corso di mille e passa euro grazie a cui la lingua non la impari (no, la lingua si impara sul posto punto e basta), da utilizzare solo per l’accesso ad un corso di laurea, accesso che  non si sa ancora se andrà a buon fine. Conviene? Mica tanto. Molte altre università, invece, non le rispondono proprio.

Lei, sfinita, ha deciso di rivolgersi anche alle università europee ed extra-europee, e, nonostante possa apparire paradossale, non solo ha ricevuto DA TUTTE  risposte in tempi idonei, ma anche disponibilità di ascolto e informazioni specifiche relative alla formazione linguistica del paese ospitante, nonché l’avvio di pratiche di comunicazione e valutazione dei requisiti personali attraverso l’uso di strumentazioni digitali: colloqui via Skype, form linguistici, documentazioni opportunamente stilate e complete relative ai supporti (gratuiti perché convenzionati con le università o integrati nei costi universitari) che troverebbe in sede per sopperire alle sue lacune linguistiche o accademiche; il tutto “per supportare davvero l’istruzione e gli studenti e non solo per promuovere un corso di laurea”. Lei ora non ha le idee chiarissime, ma di una cosa è stra-sicura: nonostante allontanarsi dai suoi affetti la farà soffrire, restare a studiare qui in Italia fra i ma e i se non le va; preferisce spendere un po’ di più all’inizio ed investire laddove lo studente è supportato, tutelato e seguito. Come darle torto?

Questa situazione non è la prima a cui mi è capitato di assistere: molti altri amici stanno facendo la medesima scelta e, per quel che mi riguarda, io l’espatrio lo farò in ritardo rispetto a loro, con già due lauree in mano e diversi lavoretti all’attivo. Ma la condizione non è poi così diversa: istruzione e lavoro, i due parametri/valori attraverso cui una nazione costruisce e sviluppa le proprie politiche economiche e sociali, in Italia sono fratturate come non mai e, al momento, nessun gesso – politico, economico o sociale – appare salvifico. Anche io a settembre, come ho più volte scritto in questo blog, prenderò un aereo e partirò, per investire sullo sviluppo di un requisito che gli italiani credono di possedere, ma che in realtà non hanno minimamente: la vera conoscenza della lingua inglese. C’è poco da fare: puoi esser il più grande ricercatore del pianeta, un giovane con tante idee e preparatissimo nel tuo campo, ma senza la lingua inglese fluente resterai sempre fuori dal mercato. Perché il mercato non è l’Italia dei giochi a chi la spara più grossa su Twitter, ma un contesto di resilienza, condivisione della conoscenza e team working mondiale. Ma questa è tutta un’altra storia o – forse – no?!

Non sono mai stata una di quelle persone falsamente moraliste che inneggiano tutto il tempo alla bontà e al valore delle piccole cose offerte dalla vita quotidiana. Ho sempre pensato che, sì, ok, un tramonto e un bacio fra le onde del mare fossero esperienze impagabili, ma non al punto tale da sostituire tutto il resto: per intenderci, se non hai un minimo di soddisfazione personale – diretta conseguenza di qualcosa che ti piace fare, qualunque essa sia dal lavoro allo sport all’arte  –  allora, bè, anche un tramonto può apparire poco brillante e quel bacio nel mare non poi così tanto dolce. Tuttavia, ci sono eventi nella vita che, per quanto insignificanti ad un occhio esterno, ti portano inevitabilmente a rivalutare tante cose, a riflettere su questioni del tipo “ho due gambe, due braccia, una testa funzionante, sono davvero fortunata”.stampelle

L’evento in questione è… la frattura del mio piede. Ora, sono consapevole di come sia questo un incidente non poi così tanto raro; cioè sono cose che succedono, no? Si, sono cose che succedono ma, almeno personalmente, è la prima volta in 26 anni della mia vita che mi ritrovo quasi totalmente immobilizzata e, quindi, non totalmente indipendente. Non mi sono mai rotta nulla e ciò nonostante sia anche una persona molto sportiva.  Adesso invece mi ritrovo con un gesso che va dal piede al ginocchio, da tenere per 30 giorni, ai quali seguiranno altri 20 di riabilitazione. Non è la riabilitazione a preoccuparmi, ma questi trenta giorni, anche perché sono un tipo di persona che difficilmente riesce a stare ferma. Tutti quelli che mi conoscono davvero e mi vogliono bene sanno di cosa parlo: anche se lavoro al computer io non riesco a stare ferma, c’è sempre il piedino dondolante e su di lì. Per non parlare del fatto che la sottoscritta è una ballerina e nuotatrice, nonché appassionata delle due ruote: ergo, il gesso per me è sinonimo -iperbolico 😉 – di “THE UNHAPPY END“! E, in effetti, questi primi 6 giorni da “incidentata” sono stati a dir poco insopportabili, tant’è che ho iniziato pur di muovermi a saltellare su una gamba sola come una matta, finché il mio gentilissimo ortopedico mi ha informata che così facendo rischio di compromettere la guarigione, prolungando la mia “immobilità“. La parolina magica: prolungamento… orrore! Ho accettato le stampelle e pazienza, panta rei.

Ma, al di là dell’aspetto pratico, è successa anche una cosa molto strana, o forse assolutamente naturale: inizio a sentirmi fortunata. Cioè, sono solo trenta giorni e poco più, che saranno mai? Ok, per la sottoscritta iper-attiva è una marea di tempo ma, pensandoci, dopo sarà tutto come prima, potrò ballare, saltare, correre, nuotare, andare in bici. C’è gente in questo mondo che non lo può fare da quando è nata;  ci sono persone costrette, a causa di un incidente o quant’altro, a restare inchiodate sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Lamentarmi perché non riesco a muovermi come vorrei per un periodo limitato di tempo è egoista, anzi no, è stupido e infantile. Ok, non posso andare a lavorare. Ok, la causa della frattura non sono io, ma un automobilsta idiota che mi ha preso in pieno facendomi provare la non-ebrezza di volare insieme alla mia bici a mezz’aria per poi spracellarmi sull’asfalto, ma… a parte denunciarlo, che posso fare? Non mi sono rotta la testa e il danno procuratomi non è irreversibile, quindi… che culo!

Mi sento fortunata. Oggi guardo il mio gesso e sorrido come un ebete, perché so che lui lì non ci sarà per sempre. Perché so che non appena me lo leveranno potrò ricominciare a fare tutto ciò che mi è sempre piaciuto, in primis ballare e nuotare, e probabilmente sarò ancora più motivata a farlo (ciao Darwin, come stai? 🙂 ). Però, con questa consapevolezza, mi permetto anche di esprimere una critica  – moralista? – nei confronti di tante persone – soprattutto giovani ahimè – che passano le giornate su Facebook  a scrivere scemenze invece di andare a giocare a pallone, farsi un giro in bicicletta, andare a ballare con gli amici. Chi sono io per fare questa critica globale ai ragazzi miei coetanei o giù di lì? Nessuno, ma il blog è mio e scrivo quello che mi pare 😛 !

Comunque, anche il suddetto pensiero critico mi ha fatto ritornare alla memoria una piccola questione che poco tempo fa ha contribuito a disilludermi sulla capacità empatica del mondo e di alcune persone: la sottoscritta è stata criticata lo scorso anno da persone che, a quanto pare, non la conoscevano affatto, accusanta senza ma e senza se, di trascorrere molto tempo davanti ad un pc e uscire praticamente pochissimo. Niente di più falso. Tali “esseri giudicanti” hanno dimenticato, prima di esprimersi, di riflettere su una questione fondamentale: è il contesto che crea l’azione e, in quanto mutevole, tale contesto arriva a influenzare l’azione, a creare la necessità, in un certo periodo, di dare priorità a certe cose rispetto ad altre. In poche parole: se hai una tesi da scrivere e un affitto da pagare e devi fare tutto da sola perché non vivi a casa con mamma e papino che ti servono e riveriscono, ovvio che la maggior parte del tempo lo passi al computer per scrivere e per fare quei piccoli lavoretti da copywriter che ti permettono di aggiungere denaro allo stipendio da cameriera/baby sitter e giù di lì. Ai tempi la mia reazione è stata l’indifferenza: cerchi di spiegare determinate condizioni di vita ai tuoi coetanei, tanto in maniera esplicita, quanto implicita, ma, se non le si vivono certe esperienze, mi rendo conto che è difficile comprenderle davvero. Ho lasciato stare e con dispiacere anche, perché ad alcune di queste persone avevo imparato davvero a voler bene e sono rimasta – non lo nego – molto delusa dal fatto che non siano state capaci di comprendere le mie ragioni. Vabbè, poco importa, evidentemente non c’era un vero interesse da parte loro; evidentemente certe situazioni umane per quanto tu ti possa impegnare non possono essere sbrogliate, né tanto meno risolte nel migliore dei modi. Forse il tempo e la vita aggiusteranno tutto, o forse no.

Ora esco, c’è il sole e io ho le stampelle!