Archivio per aprile, 2013

Ieri c’era il sole – finalmente! – , splendeva come non faceva da tanto tempo. L’unico mio desiderio in una giornata di sole è andare in spiaggia: non importa a fare che, non importa con chi, ciò che conta è poter esser lì con i raggi brillanti che finalmente iniziano a scaldarti la pelle preannunciando la stagione estiva. Considerando che era anche sabato tutto sembrava perfetto. Considerando che lo scorso anno di questi tempi non abitavo in una cittadina di mare – purtroppo e/o per fortuna – non approfittarne sarebbe stato imperdonabile. Il mare e il sole hanno un effetto catartico sull’essere umano a dir poco sorprendente: allontanano pensieri, risvegliano il corpo, regalano la voglia e la forza di vivere con entusiasmo e allegria. Ho sempre pensato che tale sun effect fosse riscontrabile in ogni essere umano, se non, addirittura, in ogni essere vivente. Mi sbagliavo.

Un gruppo di sei giovani ragazze e ragazzi in spiaggia in un sabato pomeriggio assolato dovrebbe ridere, giocare a calcio, sguazzare fra le onde di un mare ancora troppo gelido per regalarti delle splendide nuotate. Chiacchierare, sì, certo, anche quello: sulla riva del mare, nelle barche abbandonate dallo scorso anno accanto ai lidi ormai fantasmi. Parlare del più e del meno, della vita, del tempo e chi più ne ha ne metta. Ma, sicuramente, il gruppo in questione dovrebbe avere la decenza di non improvvisare melodrammi e tragedie greche.

L’essere umano ha un problema: non riesce a godere del presente perché pensa sempre. E il peggio è che pensa sempre al futuro. No, dico, hai la fortuna di essere in spiaggia in un sabato di aprile. Il mondo fa schifo, l’Italia fa schifo, anche perché, oltre ai tanti inciuci politici ed economici, tutti i giovani neolaureati ci ritroviamo a svolgere durante la settimana lavori che non hanno nulla a che vedere con il percorso accademico svolto e che ci demotivano non poco (e poi dicono che siamo choosy, vabbè). Dunque, la logica vorrebbe che, almeno il fine settimana, i problemi, esistenziali, economici e quant’altro, rimangano chiusi a casetta in una cassaforte sigillata con la kryptonite. E invece no: l’essere umano se non si lamenta non è felice. Masochismo allo stato puro.

Le donne, in primis, hanno la capacità di tirar fuori pippe di cervello esistenziali in ogni occasione. Premetto: sono donna, non sono femminista e neanche maschilista naturalmente. Diciamo che tifo per la parità dei sessi, intesa secondo parametri più personali che conformisti societari. Nonostante ciò, ho sempre pensato, e le mie esperienze di vita me lo hanno confermato, che  il gentil sesso abbia una marcia in più rispetto all’uomo, soprattutto in termini di forza di sopravvivenza e capacità organizzative (oltre che pazienza, s’intende ;)). Però… c’è una “questione femminile” che non sono mai riuscita a comprendere pienamente: perché certe donne si fanno troppe, davvero troppe, pippe mentali quando ragionano (ragionano?) sulle loro relazioni con gli uomini? E’ sempre una tragedia, un melodramma, un fioccare di ipotesi, domande, perché, per come, ma e se. Diosanto! Dammi un senso al perché tu amica mia, alle soglie dei trent’anni, debba passare le giornate a pensare e parlare di lui, del perché lui fa questo, del come lo fa e se ti ama e se non ti ama. “Non ti fa male la testa continuando imperterrita a pensare a tutte queste problematiche frutto di insicurezze ed ipotesi? Non ti annoi? Cioè: tu gli scrivi 30 messaggi al giorno e gli rompi le palle su facebook ogni due per tre e ti aspetti che lui stia sempre lì ad ascoltarti? Tu lo faresti? Ci sono i libri, i caffé, il lavoro, i film, le passeggiate, la danza, la musica. C’è tanto altro oltre lui per te, non credi?”.

Forse non dovevo dirlo. Mi ha guardata davvero male. Sì, ok, forse ci sono andata giù pesante, ma che amica sarei se non dicessi in faccia quello che penso? Sei in spiaggia, c’è il sole, c’è il mare, ci stiamo divertendo, capisco che tu abbia bisogno di chiacchierare, è anche piacevole lo ammetto, ma dover star lì seduta per due ore ad ascoltare solo ipotesi e intrippamenti per lo più basati su status di Facebook  mentre tutti gli altri saltano e giocano a na certa… bè, è snervante! Chiudo la  seduta di sfogo psico-emotivo promettendole di prestarle un libro che la possa aiutare a vivere senza pensare troppo, per il suo bene. Io voglio andare a giocare a calcio con gli altri.

Ma no, non era destino. Evidentemente ieri le stelle avevano deciso già per me. Dopotutto, desideravo solo poter trascorrere un sabato buttando calci ad una palla e facendo le capriole sotto il sole. Un nuovo “ti va di parlare” manda in frantumi il mio tanto semplice, quanto infantile desiderio di svagarmi. Questa volta la seduta psico-emotiva la devo sostenere con “Lui”.

Il lui in questione è il tipo con cui mi frequento. Tanto dolce e carino, intelligente e simpatico. Non lo definisco il mio ragazzo, perché, sinceramente, non ne sono innamorata. Mica le puoi decidere certe cose, no? E lui lo sa: non illudo le persone, sono schietta e sincera su certe questioni (o, almeno, quando non sono innamorata lo sono ;)). Lui ha accettato lo stato delle cose. Stiamo bene, ci frequentiamo, ognuno ha la sua vita e punto e basta. Ma ogni tanto a quanto pare anche gli uomini sentono questa strana necessità di condividere le proprie pippe mentali emotive-sentimentali. Niente, non posso giocare a pallone,”dobbiamo parlare” (–.–‘).

La prima frase pronunciata è il tormentone del momento “perché non mi aggiungi su Facebook?”. Avoja a spiegà alla gente che facebook da un anno a questa parte è diventato per me solo ed esclusivamente una sorta di rassegna stampa su ciò che succede nel mondo: leggo le notizie che reputo interessanti e faccio gli auguri alle persone, ogni tanto chatto, ma finisce lì. Non capisco tutta questa necessità di “essere amici su facebook” dato che comunque lo siamo nella vita reale. “E perché no?” (e che palle?!). “Sei  fredda” (e vabbè). “Secondo le mie analisi (analisi?? O.O) tu hai qualcosa da nascondere” (si, certo, sono un’omicida –.–‘).

Mentre lui continua di questa lena, inscenando a parole film melodrammatici sul possibile futuro del nostro rapporto quando partirò ed altre “sue analisi” proiettive davvero complicate da seguire, io… continuo a fissare in silenzio come un ebete il sole: sta tramontando –  porca miseria! -, e  inizia anche a far un po’ freddo. Mi sa che sono un essere schifosamente anti-romantico perché, evidentemente, preferisco il sole e la palla ai dialoghi sentimentali. Quando ha finito il suo discorso mi gira il viso verso il suo (ciao ciao tramonto!) e mi pianta i suoi occhi blu in faccia con un “tu non mi stai ascoltando, vero?”. Davanti ai suoi occhi tristi mi sento in colpa, posso solo abbozzare un sorriso. Mi sa che è un santo quest’uomo. Forse mi piace per questo, perché capisce il mio essere schifosamente – lo ammetto, sì – distratta e poco incline ad affrontare certi discorsi. E lo accetta, accetta tutto e nonostante tutto.

Dio, Buddha o chi altro sia ringraziato nel momento in cui l’intrippato gruppo decide di andare a fare un aperitivo e concludere la serata a ballare. Almeno quello. Sotto l’effetto dell‘alcol l’umanità mi sta tutta più simpatica. Credo che tutti gli esseri umani, me compresa, in compagnia dell’alcol diventino mentalmente più equilibrati: chi è di natura eccessivamente riflessivo diventa allegro e spensierato come non mai; chi è spavaldo si dà una calmata; chi è distratto e si perde in pensieri strani diventa fantasticamente socievole e voglioso di dialogare. Ma soprattutto nessuno – nessuno! – con un cocktail in mano e la musica che ti coccola timpani e neuroni, parla e pensa del e al maledetto futuro.

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Di recente mi sto imbattendo, con una certa piacevole frequenza, in articoli o veri e propri servizi promotori di concorsi innovativi finalizzati a supportare idee e progetti di donne, giovani o meno che siano. Incontri informativi piacevoli, li chiamerei, dato che in Italia di iniziative a sostegno del talento e dell‘imprenditorialità femminile ce ne sono – ahinoi – ben poche. Ed è un vero peccato, perché le idee proposte dalle partecipanti a tali progetti racchiudono in loro qualcosa di speciale, un’impronta femminile che va al di là della semplice creatività o innovazione tecnologica. Che si tratti di un lavoro artistico piuttosto che tecnologico o sociale, infatti, ciascuna creazione, vincitrice o semplicemente partecipante, possiede in sé un minimo comune denominatore che tanto “comune” in questo paese non è: la sensibilità sociale.

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Primo fra tutti in termini di sensibilità sociale è il progetto pensato e proposto da Sabrina Bonaventura in occasione della prima edizione del concorso Women Like You, promosso da Pandora, famoso brand danese di gioielli. Sabrina con la sua idea ha vinto questa prima tappa del contest, ideato al fine di promuovere e supportare il talento femminile attraverso la donazione di diecimila euro per la realizzazione del progetto vincitore tra i dieci in gara. Sabrina è una donna come tante che, come tutte, ha avuto il coraggio e la forza di seguire le proprie passioni e superare il dolore della perdita con determinazione e resilienza. Lei, oggi quarantenne, a trentasette anni aveva una famiglia e due figli, non aveva studiato anche se l’istruzione universitaria era da sempre un sogno. Proprio di fronte ad un padre malato e morente, che la invoglia a seguire il suo eterno desiderio di conseguire un titolo di studio, lei decide di provarci, con tutte le problematiche del caso, riuscendo così ad ottenere una laurea in psicologia. Ad oggi Sabrina è psicologa in un reparto di oncologia, nonché vincitrice della prima edizione del Women Like You. Il suo progetto? La trasformazione, con i fondi ottenuti grazie alla vincita del contest, della terrazza di un ospedale in un giardino sociale: un luogo d’incontro tra malati e familiari, in cui chiacchierare e trascorrere del tempo con i propri nipoti. Sabrina dice di voler introdurre in tale giardino anche un’area giochi e un angolo dedicato agli animali, per ricreare pienamente uno spazio piacevole e caldo capace di strappare i malati da quell’isolamento a cui purtroppo spesso sono rilegati.

Questo è uno dei tanti progetti ad oggi avviati che, pero’,  inevitabilmente ti porta a riflettere sul perché tali utili iniziative vengano così tanto taciute dai mezzi di comunicazione, tradizionali e moderni. In tv, ma anche su internet, di concorsi simili non si sente minimamente parlare. Senza dubbio l’Italia in questo momento ha – diciamo – altro a cui pensare, tra una governo da formare e un’economia da salvare. Pero’, mi chiedo, perché non sacrificare qualche notizia di gossip a favore della promozione di queste idee? Perché, in pieno 2013, l’Italia relega il merito dell’altra metà del cielo solo alle riviste – offline e online –  femminili o culturali? Per quale motivo il cordone ombelicale del figlio di Belen deve avere più risonanza mediatica di progetti e concorsi che potrebbero nel loro piccolo contribuire a cambiare un popolo di finti santi schiavizzati dal gossip martellante? Io la risposta non la ho ancora trovata e la sto cercando da secoli, probabilmente da quando mi sono ritrovata all’età di sei anni a dover esser una piccola donna indipendente emotivamente e concretamente. Ora ne ho 26 e il trattamento mediatico riservato alle donne – ahimè – in questo paese  è peggiorato. L’unica cosa che mi consola è che per fortuna esistono ancora nel mondo della comunicazione donne di valore come la Gruber; ma l’andazzo nel settore della stampa e della televisione è – ahinoi – catastrofico.

PS Per chi volesse partecipare alla prossima edizione di Women Like You, le proposte possono essere inviate direttamente a www.womenlikeyou.it. Le categorie di riferimento sono tre, imprenditoriale, sociale e under 30; a ottobre è prevista la selezione dei progetti migliori che entreranno a far parte dei dieci in gara e a fine gennaio 2014 la premiazione per ogni settore. I premi in palio sono due fondi da 20mila euro ciascuno e uno da 5mila, quest’ultimo finalizzato al supporto di una borsa di studio specifica.

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Che succede, dico, no, che succede quando ad un certo punto nella tua vita arriva un qualcosa di totalmente insensato? Il nonsense può cambiare tutto? Che poi… cambiare cosa? Tutto quello che hai promesso a te stesso di raggiungere sin da quando eri un piccolo marmocchio pieno di sofferenze e sogni. E inizi a pensare che la vita – davvero – non ha un senso, non la puoi organizzare nei minimi dettagli perché poi, così, di punto in bianco, “lei” ti regala – con tanto di ghigno malefico – un tiro mancino che ti spiazza. 

Trovare un senso alle cose, farle a pezzettini e analizzarle nei minimi dettagli. Se è necessario anche cambiarne il DNA originale per dare loro il tuo significato personale: per poter mantenere tutto sotto controllo, secondo i tuoi parametri, sulla base di calcolo e razionalità salvifica. Razionalità: è davvero “il” salvagente della vita? Credevo fosse così, l’ho sempre creduto. In realtà, ancora, per certi versi, ci credo. Ma, per altri, proprio… non lo so!

Mi vien da sorridere ascoltandomi: parla la signorina che si è sempre rifiutata di fermarsi di fronte ad un “non lo so”, colei che, dalla tenera età di sei anni di fronte alla morte ha deciso che ad ogni “non lo so” avrebbe risposto “bene, se non lo sai significa che farai di tutto per impararlo”. Mi è servito? Oh sì, tantissimo. Mi ha permesso di crescere sola, con le mie forze, a non aver paura di nulla: non della morte, non del buio, non della solitudine, non della mancanza di soldi, non del dolore. Come ogni essere umano che si rispetti sono caduta e, puntualmente, mi sono rialzata con un “bene, se non sai che fare inventati una soluzione, impara”. Resilienza. Benedetta, maledetta resilienza. Mi ha permesso di studiare, lavorare, arrangiarmi da sola, da fuori sede, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Mi ha fornito la forza immane di fare tante tante rinunce a favore di un unico obiettivo. Un obiettivo che ora, ad esser sincera, mi sembra sempre più sfocato e lontano, ma che, nonostante tutto, non smetterò mai di perseguire. La carriera, il sogno di scrivere, di vivere di scrittura o giù/su di lì. Ok, è un periodo di merda per il mercato del lavoro italiano e lo accetto. Tant’è che, proprio in nome del mio sogno di poter vivere prima o poi grazie ad un lavoro nella comunicazione, ho deciso che fra tre mesi a questa parte prendo un aereo e lascio l’Italia. Così fan tutti o, almeno, tanti.

So, razionalmente, di averne bisogno, per ricominciare, come ho sempre fatto quando mi ritrovavo di fronte alle ostilità che la vita – quella razionale, dura e cruda – mi ha sempre messo davanti. E lo farò, partirò. Non subito perché, ahimè, siamo in alta stagione e anche solo un piccolo corso di lingua, con annesso il lavoretto del caso, mi costerebbe un occhio della testa e mi costringerebbe dopo neanche un mese a rientrare. Non voglio sbagliare. Non ho mai voluto farlo, ho sempre cercato di evitarlo. Per me, per il mio bene. Ma… a tutto ciò c’è un ma, e credo sia la causa del fatto che io abbia ricominciato a mettere le mani su un blog personale, scrivendo senza un perché e un per come, solo per sfogo, senza riletture ed editing tipiche di chi scrive per farsi leggere, per comunicare questo o tal altro online, senza posizionamento SEO, senza – appunto – alcun senso.

Un “ma” assurdo: la causa del primo “non lo so” che sto facendo davvero fatica ad affrontare. E’ passato un anno… con tutte le mie forze, mentali e fisiche, ho cercato di avere la meglio su un qualcosa che senso non ha e di fronte a cui la mia razionalità stava vacillando. Io continuo a vivere: lavoro per mettere i soldi da parte in vista della grande partenza, esco con i miei amici, rido, scherzo, ballo, salto, leggo, scrivo. Ma questo stramaledettissimo “ma” sta lì piantato nel mio cervello e non se ne vuole proprio andare. Ho cercato di dar lui battaglia con l’indifferenza, con la sostituzione, con la negazione. Ha funzionato: sono riuscita a superare un bruttissimo blocco che non mi permetteva di scrivere la mia tesi finale, mi sono laureata, ho fatto colloqui e selezioni a destra e a manca, alcuni con pessimi risultati, altri con ottimi, ma da cui, nonostante tutto, ho dovuto prendere a malincuore le distanze per questioni pratiche (con 500 euro lordi di retribuzione stage, per quanto desiderabili da molti neolaureati, per una fuori-sede è impossibile vivere con le sole proprie forze).

Dunque: qual è il problema?

  • ho preso la mia decisione di abbandonare l’Italia, almeno per ora;
  • ho il mio bel progettino mentale supportato da motivazioni e azioni pratiche finalizzate al suo avvio certo.

Che c’è che non va allora? Non lo so. O meglio, lo so benissimo, ma sto facendo di tutto per eliminare il problema che, poi, problema non è. Su, dai, realisticamente, che razza di problema può derivare dalle… “emozioni“? Per quel che mi riguarda, ho sempre creduto che tali osannate emozioni umane semplicemente non esistessero, ma fossero esclusivamente una “bellissima storia romanzata” che l’uomo deve raccontarsi per poter vivere e dare una risposta agli impulsi chimici che il suo corpo gli invia.  Favole, racconti. L’essere umano è letteralmente affamato di storie e tutto il mondo della comunicazione – in tutte le sue manifestazioni offline e online – lo dimostra: lo ha sempre fatto, oggi continua a farlo con i nuovi mezzi di comunicazione digitale, in futuro lo farà ugualmente con chissà quale altra grande trovata tecnologica, software e/o hardware che sia.

Raccontami una storia: nella pubblicità, nell’informazione, nella cronaca politica, rosa, nera, bianca; sui e con i social network; con e nella musica; attraverso e grazie all’arte. Racconta una storia condividendo quelle parole, quelle immagini, quei video e quei suoni che permettano ad ogni essere umano di sentirsi affascinato, d poter pensare, di sentirsi vivo sulla base di insensati impulsi emotivi frutto di giostre chimiche nel suo sangue e nel suo cervello. Et voilà… “di fronte a tutto ciò mi emoziono”, “come è emozionante” e via romanzando. Impulsi: altro non sono che sostanze chimiche, ormoni e compagnia bella, che fanno dell’uomo un essere terribilmente debole. A me, sinceramente, tutto ciò affascina, mi ha sempre affascinato, ma su un piano definiamolo “prettamente professionale”. Fino a un anno fa ho sempre affrontato la parola amore con un sorriso di circostanza: amore, amore, ma… per favore! Si chiamano “ormoni misti a fottuta paura dell’uomo di rimanere solo”. Tutta questa esigenza dell’essere umano di affibbiare un nome figo a tutto ciò che non riesce a spiegare solo perché non lo vede, non lo sente e non lo tocca è, semplicemente, assurda!

No, non sono innamorata. Lo sono stata una volta, credo, tanto, tanto tempo fa e, nonostante tutto, la mia razionalità anche in quel caso non mi ha mai abbandonata. Ero piccola, vivevo la relazione alla giornata, senza aspettarmi nulla, senza progetti futuri e, quando la cosa è finta, pur avendo sofferto, non sono mai, mai caduta in uno stato confusionale tale da portare a domandare a me stessa “Ma io, chi sono? Che cosa voglio? Quella persona è davvero così importante per me?”.

Nessuno è indispensabile, ho sempre pensato. E lo penso ancora. Il ragazzo che ora frequento, per esempio, è tanto carino, dolce e gentile. Ma non è indispensabile. Nessuno lo è. Però… mi chiedo se, per rafforzare ancora e ancora questa mia convinzione, sia ad oggi necessario per me affrontare un nessuno da cui solo adesso mi rendo conto di essere… come dire… stupidamente scappata?

Scappare, fuggire: non sono mai fuggita dai problemi, li ho sempre affrontati, tutti. Tutti, sì, anche quelli derivati dalle suddette “emozioni”, o almeno quando reputavo ne valesse la pena. Ma, questa volta, non l’ho fatto. E credo di non averlo fatto perché, dopo un’attenta valutazione della situazione, ho semplicemente pensato non ne valesse la pena. Sono arrivata alla conclusione che l’eliminazione di tutto e del niente che c’era e non c’era stato fosse la soluzione perfetta. Razionalmente e lucidamente perfetta! Piazza pulita di un qualcosa che era solo nella mia testa. Tutto il gran dire e scrivere e cantare e disegnare e via dicendo nei secoli dei secoli sul platonico idealizzato tanto desiderabile proprio perché esclusivamente nutrito dell’effimero immaginario, a quanto pare, ha una sua ragion d’essere.

Ma ora, a distanza di tanto tempo e nonostante siano cambiate tante cose nella mia vita, mi ritrovo a tu per tu con me stessa a chiedermi, come uno stupido e debole essere umano: “Devo avere il coraggio di guardare un’ultima volta gli occhi di chi ho evitato solo perché avevo (ho?) paura di un qualcosa che non so cosa è e che non ha un senso? Vale la pena? Se non lo faccio prima di prendere il mio amato aereo, me ne pentirò?”. Fare ciò senza un fine, ma solo perché mi sento terribilmente debole ad essere fuggita per la prima volta da un qualcosa di stupido perché emotivo ma che era… come dire… bello (?) sentire… ha un senso? NON LO SO. Ho quattro mesi di tempo, forse lo farò, forse no.