La gente che non si fa i cazzi suoi e deve sempre mettere il becco su tutto demotivando e deprimendo gli altri è gente con un abbassamento di endorfine dovuto alla mancanza di attività fisica e/o sessuale. Dopamina a zero, endorfine sotto zero generano come risultato rompere le balle altrui cercando di rovinare la vita e la salute altrui. A volte ci riescono. A volte si beccano il vaffanculo. A volte entrambe le cose di seguito.

fatti i cazzi tuoi

Diciamo alla gente che se non vuole mangiare meno e meno schifezze che gli impallano cervello e corpo, se non vuole smettere di usare facebuuuk per la gloria, se vuole continuare a pensare che chi fa sport o ginnastica sia un fissato, se ha delle serie ma veramente serie frustrazioni sessuali, beh… diciamo a questa gente che può fare quello che vuole a parte scassare la beata minchia agli altri!

Fatevi l’amante! Accendetevi la musica etc… che fate un piacere a tutti!!!

PIANO C

Pubblicato: 9 maggio 2015 in Uncategorized

A 20 anni ti dici che non hai più 16 anni e che puoi mantenere una delle cose che facevi prima, che solitamente coincide con una passione, ma le altre devono per forza di cose cambiare.

A 24 anni la stessa cosa.

A 29 con la crisi e un problema di salute hai bisogno di un piano C.

Ho concluso tutte le visite che dovevo fare. Ne ho fatte davvero tante negli ultimi 4 mesi: reumatologo, immunologo, endocrinologo, ginecologo, neurologo, psicologo, cardiologo, etc. Mi hanno scannerizzato dalla testa ai piedi. Sono stanca. Mi manca solo l’ortopedico perché nel frattempo mi è quasi ceduto il ginocchio e la colpa è solo mia. Mia perché il dolore che avevo al ginocchio da due anni a questa parte l’ho sottovalutato: dovevo pensare solo a lavorare o a cercare lavoro. E per farlo ho trascurato tutto, anche il mio stesso corpo. Ho eliminato praticamente tutto dalla mia vita: la danza, il mare, i ragazzi, lo shopping, etc… il sorriso.

Ho scoperto di essere portata alla connettivite indifferenziata e che finora non si era mai rivelata per via dello stile di vita che conducevo che magari per gli “altri” era troppo iperattivo, ma che, a quanto pare, per me andava bene perché lo facevo seguendo il mio istinto, il mio corpo. Stare seduta mi provocava dei dolori lancinanti da sempre, infatti mi sedevo nelle peggio posizioni anche all’università dove solitamente preferivo quando si poteva stare a terra che su una sedia. Quando lavoravo al computer mi alzavo ogni 20 minuti, lo potevo fare perché non ero in un ufficio. Quando studiavo sui libri idem: le peggio posizioni. Ho sempre fatto così,dai 14 anni in sù, non mi chiedevo il perché, lo facevo e basta perché altrimenti stavo malissimo. Infatti raramente guardavo la tv per più di un’ora di seguito, un film al massimo sempre nelle peggio posizioni possibili. Anche i ragazzi con cui uscivo capivano ben presto senza che lo dicessi quanto io soffrissi a stare seduta: difatti i ristoranti io li odio e nei pub mi alzavo ogni 2 per tre.

Poi incidenti, traslochi su traslochi e la crisi di questo Stato di Merda mi hanno dato il bel servito. Mettiamoci pure tutte le persone che sui social sembrano non risentire minimamente della crisi e da lì il passo verso l’inferno è un attimo.

Eppure è abbastanza semplice secondo i medici: “sei fortunata, clinicamente non c’è la malattia ma i sintomi e l’evidenza organica dimostrano il contrario, quindi significa che a scatenare qualcosa che di base siamo portati è stato proprio il cambiamento dello stile di vita. Se non ritorni a vivere come prima le cose peggioreranno, perché continuerai a dare via libera alla malattia.”

Quindi… mi serve un piano C. Ho sempre pensato che sarei finita in un qualche ufficio a lavorare. Volevo fare la redattrice e, in sostanza, la faccio, ma non retribuita. Sto pensando di lasciare anche se mi piace, anche se si sta prolifereando la possibilità che mi facciano fattura e quindi che io possa prendere il tanto amato tesserino. Ma non lo so adesso quanta importanza abbia per me.

Ho fatto la web copywriter retribuita da far ridere e, per di più sopportando il dolore, inconsapevole che nel frattempo la mia malattia stava prendendo piede, perché in un ufficio ci sono due cose che il mio corpo non sopporta: le pause dalla sedia ogni 2 ore di 5 minuti e le temperature o troppo alte o troppo basse. Non mi circola il sangue. Mi vanno a puttane le articolazioni, le cartilagini, la muscolatura. Ma io non lo sapevo. E non sapendolo ho continuato ad alternare una vita fatta di computer e smartphone. Lavoro, cerca lavoro. Condividi fai la digitale.

Io non sono digitale. Sulla carta lo sono. Dai lavori fatti lo sono. dagli studi fatti lo sono. Ma non lo sono nel profondo dei miei organi, dal cuore al cervello, ai muscoli alla linfa che chiaramente è andata a farsi fottere a 29 anni.

Probabilmente, se mi pagassero decentemente cercherei di fare nuovamente uno sforzo. Ma siamo in Italia e io ho speso più in medici d quello che ho guadagnato, non solo economicamente. Secondo voi ne vale la pena?

Sono andata all’ufficio di collocamento evidenziando loro altri lavori fatti: cameriera, barista, addetta vendita, cassiera, commessa, segretaria amministrativa, etc. Non credo molto nel loro operato ma io mi sono stufata di passare 24 ore al pc per cercare un lavoro degno di questo nome, con uno stipendio ragionevole. E mi sono stufata perché mi sono ammalata, tutto quello che c’era nella mia vita non c’è più.

Ho rotto il tablet. Casualmente, con un’ombrellata e… sapete… mi sono sentita come sollevata. Non so spiegarlo. Eppure era un regalo di laurea, quello che ho voluto io. Costato 400 euro. Una scelta che mio fratello non approvava dicendo che era meglio una vacanza, me la meritavo e mi sarei divertita dopo anni e anni su libri, computer e lavori per mantenermi. Ma io no, de coccio, ossessionata da un’idea di carriera che solo ora mi sembra stupida.

Sto iniziando ad usare lo smartphone solo per la musica e comunicare su watsapp con la gente per comodità, ma per il resto ho la nausea anche di quello.

Siamo diventati tutti dipendenti dagli smartphone e dai tablet. Ci dimentichiamo di guardare cosa c’è intorno a noi, cosa succede, le facce degli altri. Tra un po’ ci dimenticheremo anche di parlare con gli altri. E poi ci dimenticheremo di guardarci allo specchio, di mangiare senza tecnologia, di prendere la bici, di ballare, di cantare. Di vivere.

Sull’autobus di lunga percorrenza l’altro giorno sono rimasta allibita: io ero con le cuffie e cercavo di non pensare al dolore delle gambe e del corpo costretto a stare 12 ore in un bus, cercavo di pensare a cose belle e mi fiondavo fuori la prima ad ogni sosta. Per respirare, muovere le gambe, guardare il cielo. Beh, ero circondata da gente incollata letteralmente agli smartphone. La tipa di lato a me scorreva e scorreva immagini all’infinito, non so se era facebook o instagram, ma tant’è. Stavo per vomitare io al posto suo. Dietro di me c’era una coppia con un bambino piccolissimo, continuavano a fargli le foto ogni due per tre. Povera anima. Davanti un’altra famiglia compresa di nonni: il bambino avrà avuto 8 anni, ha passato il viaggio tra i film al tablet del papà e il suo cellulare. Si ok, non parlava e stava tranquillo non scassando i genitori (impegnati con i loro smartphone a loro volta), ma… mi ha fatto paura. E avanti così 32 persone, tutte un tutt’uno con gli smartphone, anche quando scendevano per la sosta. Anche nel cesso per dire.

Non sono contro la tecnologia, a me ha aiutato tanto e semplifica la vita. Ma forse, nel momento in cui la vita ti potrebbe togliere tutto il resto e in parte te l’ho toltoal punto tale che ora devi ricominciare da zero, allora ti rendi conto di tante cose.

Per me, allenarmi a suon di musica, uscire con gli amici a ballare e andare al mare erano le cose più belle del mondo. Senza tablet e smartphone di turno. Senza selfie. Che senso hanno i selfie me lo spiegate? L’autoscatto esiste da anni ma non è che stavamo sempre lì a fotografarci. Anche le macchine fotografiche esistevano da anni, ma mica fotografavamo cibi, computer, paesaggi etc continuamente. Forse è perché ce lo abbiamo sempre a portata di mano diversamente dalla macchina fotografica che ne abusiamo? Boh.

Io ho deciso di ricominciare dal mio corpo dalle sensazioni della vita. Non so come andrà con la malattia che mi impegnerò a fare regredire perché sono una dei pochi casi in cui può succedere e quindi sono fortunata, e non so come andrà  con questa crisi, non so quanto tempo ci vorrà per riprendermi, ma lo farò. E sicuramente lontana da questo mondo tecnologico che fa più danni che cose buone.

La vita è lontano dalla tecnologia. L’uomo è un animale ed evidentemente io sono biologicamente più animale di altri e di quanto io stessa pensassi. Lo dicono le mie analisi, le rx e quant’altro.

Se vi va, pensateci prima di farvi un selfie, prima che sia la vita a farvici pensare. Perché siamo noi guardandoci allo specchio, andando in bici, camminando sulla spiaggi, nuotando, facendo ginnastica, sorridendo con gli altri e anche pulendo casa, giocando con cani e gatti etc che ci dobbiamo autoammirare. L’ammirazione degli altri nella realtà è una conseguenza dell’amore che noi abbiamo verso noi stessi, non del filtro, del paesaggio, del sorriso falso che condividiamo.

Ma perché le donne quando vanno a convivere o si sposano pensano che sia la cosa più meravigliosa del mondo manco avessero vinto al Superenalotto o alle Olimpiadi e al punto tale da mandare messaggi su whatsapp facebook etc etc per condividere con chiunque – e anche con chi non gliene frega un tubo – il sopracitato e a detta loro “stupendo evento“?

Io sono una donna eh, ho fatto anche una convivenza in passato, è stato bello, per carità, ma sinceramente non ho messo i manifesti, anzi, ero anche un po’ preoccupata perché ho sempre voluto i miei spazi, i miei orari, le mie abitudini, le mie fissazioni etc etc e in una convivenza, si sà, in molte cose bisogna arrivare a dei compromessi quindi tutto sto idillio esasperato da proclamo non lo capisco proprio.

No, non ho subito un trauma da convivenza che mi fa odiare le convivenze: l’esperienza fatta, con i suoi pro e contro, è stata bella, ma credo sia stata bella solo perché io e lui eravamo molto simili, molto “vivi e lascia vivere l’altro con le sue fissazioni strane per te ma non per lui/lei”. E se litigavamo finivamo a risolvere tutto con il sesso. E questa è cosa buona e giusta. Ma ripeto: era comunque una cosa nostra, non abbiamo messo i manifesti. E la storia è finita solo perché uno dei due ad un certo punto ha cambiato nazione per lavoro e l’altro (che sarei io) non se l’è sentita a 24 anni di lasciare tutto. E’ stata una scelta e per quanto sia stata sofferta, per quanto in italia si sta male, per quanto ora sto nella merda per problemi miei, la rifarei lo stesso. Ed ero innamorata di lui, veramente. Ma a 24 anni mi sarei persa le tante cose che poi mi sono successe.

Comunque, ritornando al punto: perché non capisco la maggior parte delle donne sulla questione della convivenza? Eppure ho 29 anni ma non riesco a capire che motivo c’è di mandare messaggi con scritto “io e pinko pallino stiamo cercando casa” con cuori e sorrisi a seguito magari a persone con cui non ti senti poi così tanto? Cioè… volevo rispondere “esticazzi” ma poi ho optato per un neutro “brava” –.–‘.

Mio fratello dice che io sono un uomo. Non è una cosa carina da dire ad una donna ma so perché lo dice. Al pensiero di fare una famiglia sposarmi etc a me viene l’ansia, sinceramente. Una vita senza più viaggi, con poco sesso, a ingrassare, ad abbandonare le proprie passioni, ad annoiarsi, a tradirsi e poi a fare la recita con i genitori suoi… OddioooooooLA MORTE.

convivenza

Ok, forse sono ancora immatura. Se mi va di alzarmi all’alba voglio farlo. Se mi va di farmi 4 ore di ginnastica voglio farlo. Se non mi va di cucinare non lo faccio. Se voglio dormire voglio dormire. Se voglio stare con la musica a palla a saltare come una pazza seminuda con una spazzola come microfono voglio farlo. Se pulisco una volta non mi va di dover pulire un’altra volta il giorno dopo. Se voglio starmene con le amiche a spettegolare tutta la notte mentre ci mettiamo improbabili smalti e beviamo improponibli miscele alcoliche colorate voglio farlo. Se voglio stare attenta al consumo di luce e gas o spese voglio farlo come dico io. etc

Ma veramente convivenze e matrimoni sono il desiderio maggiore per le donne? Allora io che ho rifiutato un anello tanto tempo fa cosa sono, un alieno? Se preferisco starmene 3 ore in bici, 4 a fare fitness, e uscire con amici e andare a ballare quando mi pare e dove mi pare a me sono un alieno?

Poi… spiegateme per favore le espressioni “ho un annuncio da fare… è arrivato il mio momento… il mio futuro marito..” etc etc spappolati su ogni foto o commento di facebook o conversazione di wathsapp. Ma… il momento de che? E’ una frase orribile secondo me. Mica è un momento che deve arrivà, è ‘na scelta, al paese mio. Ma perché dove c’è scritto che chi prima si sposa meglio è? E se tipo uno/una nun se vole sposà? Che poi, con la crisi che c’è, come cazzo fai a pensà al matrimonio a 29 30 anni? Se vede che ve state annoiando perché con quei soldi ve potreste tipo fare un viaggio, andarvene in piscina, fare sesso in ogni dove nel mondo, vedere parchi, strade, concerti etc etc. Mha!?

Sono immatura. Anzi no, sono una donna che vive e vuole continuare al momento e dopo anni di convivenze con altre donne, in alloggi studenti e con un uomo, a vivere da sola. “La pensi così perché stai passando un brutto periodo di tuo” o “la pensi così perché non hai trovato la persona giusta” mi dicono, e l’ironia vuole che chi lo dice è giovane e sposato o convivente e non fa praticamente più sesso da anni e a mala pena si parlano. Forse ho qualche problema a mantenere una relazione seria… embhe? Ho 29 anni mica 40. Forse io voglio l’amore amore, quello folle, quello che anche se ci convivi, primo non metti i manifesti, soprattutto quelli digitali, perché è una cosa vostra e beh, come se dice “non andà in giro a raccontà le cose belle che la gente te la butta”, e terzo… beh è una cosa fantastica per voi due, mica lo deve essere necessariamente per il resto del mondo con cui ti senti tipo na volta al mese o all’anno che di sti tempi ne ha di cazzi per la testa, no?.

Inutile fare i moralisti o santoni di turno, perché tanto chiunque almeno una volta nella vita si sarà chiesto “ma i belli lavorano più dei brutti?“. Chi scrive non si era mai posto questo interrogativo fino ad ora, fino alla veneranda età di 29 anni. Non perché è una santa. Non perché è una figa. Non perché è uno scorfano. Solo perché probabilmente associava la cura del sé e la bellezza propria ad un piacere puramente personale e quella altrui al piacere visivo e all’attrazione sessuale, senza affiancare mai (a torto!) queste caratteristiche al settore “lavoro”. Eppure chi scrive, durante gli anni universitari ha sempre lavorato qua e là, non importa se era commessa, baby sitter, hostess, assistente legale, cassiera, web editor, segretaria, redattrice, barista e compagnia bella. Lavorava, e quindi era più o meno indipendente. La famigerata esperienza? A 19 anni quando inizi sicuramente non ce l’hai, a poco a poco te la fai, anche se in settori di cui non te ne può fregar di meno, ma come si dice,il lavoro sono soldi, i soldi sono sopravvivenza, quindi va bene tutto. Inoltre, a parte un mio collega, nel gruppo di colleghi universitari non lavorava nessuno. Eppure erano persone intelligenti e sì, anche di bell’aspetto. Immagino non cercassero. Immagino non dovessero pagarsi l’affitto. Immagino non fossero orfani di padre o anche chi lo era semplicemente non aveva urgenza economica. Tutto qui immagino. Non c’è niente di male. Chi tra di loro lavora adesso in periodo di crisi è perché ha avuto la raccomandazione, oppure è bello. Non parlo solo di donne, anche di uomini. E sono pochi. E, sottolineo, non è una questione di invidia, solo una riflessione, anche perché proprio in questo periodo della mia vita sono arrivata alla consapevolezza di come molti dei lavori che ho fatto in passato più o meno professionalizzanti a parità di competenza con altri li abbia ottenuti solo perché ero caruccia. Ero una ragazza carina. Non ero barbie, ma ero carina e preparata.Tra un altra preparata ma non carina sceglievano me. E, anche se nell’inconsapevolezza dell’ingenuità, sapevo vendermi.

E’ vero che non è bello ciò che è bello è belo ciò che piace, ma è anche vero che la bellezza oggettiva vende, risulta più attendibile, è più convincente, in tutti i campi. Sarà triste come cosa ma è la realtà. Fatevi un giro nelle aziende, in qualunque azienda, e ne avrete la conferma. Io l’ho avuta. Ho visto cose che avrei dovuto sapere e invece mi rendo solo ora conto quanto fossi di un’innocenza assurda. Un capo addirittura mi disse questa estate “le cose belle valgono di più perché sono più desiderate dagli altri e quindi saranno anche pagate di più” e come cose si riferiva anche alle persone ve lo assicuro. Lo so, voi la sapevate già questa cosa, io no. Mi sa che ero una bambina convinta come questo fosse un mondo meritocratico. Ciò non significa che non mi piacevano le cose belle, anzi, ho sempre avuto cura di me stessa, sono sempre stata un po’ narcisista come molte donne e uomini, ma non vedevo ciò come uno “strumento” per il lavoro.

belli lavorano più dei brutti

Perché nella mia mente si è fatto spazio questo interrogativo (tardivamente aggiungo)? Credo il motivo sia stato vedere come la gente sia cambiata nei miei confronti di botto in seguito a un problema di salute abbastanza grave che mi è stato riscontrato e che non per mia volontà ha cambiato, anche se per fortuna temporaneamente, parte del mio aspetto. E sì, il cambiamento c’è stato anche in ambito lavorativo. Voi direte “ma no dai è che c’è la crisi, se sei intelligente e preparata, hai studiato etc etc la continuità arriverà”. Mi dispiace, ma non è così. Sono davvero bellissime parole, ma non sono reali. Sono parole che mi dice mia mamma perché mi vuole bene e da lei le accetto. Ma so che non sono vere. L’esperienza del mondo me lo ha dimostrato.

Siete mai entrati nella Telecom o in un’agenzia pubblicitaria o nella sede di un noto editore? No? Io si e beh e da li che capisci come funziona il mondo. Anche come funzionano le famigerate risorse umane.

Allora voi direte “quindi chi è brutto può spararsi anche se ha studiato e sa fare tante cose?”. No. Non esageriamo. Allora io che ora ho un serio problema di salute mi dovrei suicidare? Non diciamo stronzate. Ho un amico che si è suicidato. Era bello, bellissimo, aveva tutto, famiglia ricca, ragazze, soldi, lavoro. Ma si è impiccato lo stesso. Non so perché lo ha fatto, ma immagino fosse in una depressione cosi forte che per la sua giovane età  e la poco esperienza con le sfumature del mondo era impossibile da sopportare. Boh. Ho saputo anche che un collega di un mio parente, un manager con un’alta posizione in azienda, una bella famiglia, bell’aspetto etc si è di punto in bianco buttato dal balcone dell’azienda in pausa pranzo. Perché? Boh. Il suicidio non centra nulla con l’aspetto fisico, sia chiaro. Io non riesco più a muovermi bene per via del problema che ho adesso e la mia pelle ha un colore orribile, vira al cenere. Questo dovrebbe essere un motivo sicuramente più valido per ammazzarsi rispetto a qualunque altro problema, no? No, non ci penso minimamente, devo guarire perché mi è stato detto che ho altissime possibilità e poi devo fare un sacco di cose. Si, una delle quali sarà dare importanza prioritaria al mio corpo, a farmi bella. A questo punto voi direte “ma come, di fronte alla malattia vai a pensare alla bellezza?” Eh Si! Il corpo, la sua funzionalità, la bellezza del suo movimento, la sua forza nello sport, le sue forme nei vestiti, una pelle splendente e sana, un sorriso luminoso ora per me avranno tanto valore. Perché come si dice, è quando perdi qualcosa che ne capisci l’importanza. E non è sempre detto che quel qualcosa sia un sentimento o una persona amata. Ora lo so. Sono diventata superficiale? Non lo so, può darsi.

Questo post è stato chiaramente scritto come sfogo/riflessione. Ma voglio inserire una vecchia intervista fatta ad un’autrice da una giornalista che, in sostanza, riassume un po’ quello che volevo dire e che forse ho perso “strada scrivendo” per via del coinvolgimento nella questione in prima persona.

http://video.ilsole24ore.com/Job/Video/News/2009/v_intervista_tagliabue.php

sedentarietà patologia  Congresso FMSI 2014

Siamo un paese di sedentari e come tale ci ammaliamo sempre più e sempre più gravemente. Si sà che la sedentarietà nuoce profondamente alla salute ma, nonostante tale consapevolezza, l‘attività fisica o, comunque, una vita “attiva”, viene relegata ormai dalla maggior parte delle persone solamente alle canoniche “tre ore a settimana di palestra”. Tre ore a settimana… cosa sono tre ore a settimana se le rapportiamo a tutto il tempo passato lavorando davanti a un computer, fermi sui mezzi (o ad attenderli!) o, peggio, barricati in automobile? Niente, tre ore a settimana di attività fisica non sono niente!

La maggior parte di noi non si accorge del male che si sta facendo, semplicemente perché i danni, quelli, non si vedono subito. Molti disturbi si sviluppano e crescono silenziosamente, nei mesi e negli anni. Poi, quando un bel giorno ci si sente male, ci trovano una malattia, un cancro o quant’altro, ci disperiamo urlando “Perché proprio a me? Non è giusto”. Ma giusto cosa? Ciò che siamo non dipende da un’ipotetica volontà divina, ma da quello che facciamo. Se decidiamo che il lavoro è la nostra assoluta priorità, il che è sacrosanto soprattutto di questi tempi e con questa crisi, ma poi ci ritroviamo a non pensare ad altro se non che ad aumentare costantemente la nostra competitività professionale, beh… allora succede, soprattutto se è un lavoro molto sedentario, che ci dimentichiamo totalmente del nostro corpo. Un corpo che in quanto tale è nato per muoversi.

Gli uomini e le donne delle caverne morivano prima di noi, ma non per malattie metaboliche, cardiovascolari, reumatiche o articolari. E raramente per tumori al cuore o al cervello. Morivano prima perché conducevano una vita senza tutte quelle magnifiche invenzioni che ci hanno permesso di sopravvivere di più: i vestiti, i prodotti igienici e disinfettanti, le case solide con riscaldamento e luce. Morivano infettati da qualcosa o sbranati da qualche animale, morivano per una semplice polmonite o un piccolo virus non curabile data l’inesistenza di appositi vaccini.

Tuttavia, non si ammalavano certo per “loro stessa mano”, come invece facciamo noi, evoluti cittadini del mondo moderno. Non esisteva l’obesità, non esisteva la depressione, non esisteva l’alcolismo e quindi neanche la cirrosi epatica e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La verità è che loro conducevano una vita attiva in tutti i sensi, mangiavano solo quando avevano fame ed esclusivamente cibi presenti in natura, ovverosia animali, frutta e verdura e… stop! Niente cereali raffinati, niente schifezze industriali, nessuna sostanza chimica.

Non si tratta di voler tornare indietro, perché se siamo arrivati dove siamo è anche grazie alle piccole e grandi, funzionali o ludiche, invenzioni che l’uomo ha fatto in più settori. Non si tratta nemmeno di rinunciare completamente ad aperitivi, videogame e compagnia bella. Non sarebbe vita, siamo d’accordo. Si tratta, semplicemente, di continuare ad usare il buono che abbiamo ottenuto riprendendoci, però, il buono che abbiamo perso per strada, impegnati come eravamo ad attrezzarci del miglior cellulare di ultima generazione.

La verità è che molti medici invece di prescrivere medicine su medicine potrebbero, davvero in molti casi, mandare semplicemente il loro paziente da un medico dello sport, un professionista del corpo, che prescriverebbe, proprio come un farmaco, un percorso di attività fisica ideale e personalizzato sulla base dell’età, le problematiche, i gusti del soggetto. Ma no, questo non succede e la ragione è abbastanza chiara: se i medici adottassero tale comportamento, non solo il loro lavoro diminuirebbe drasticamente, ma soprattutto il business dei prodotti farmaceutici andrebbe a farsi benedire.

Il bello – o il brutto – è quando queste convinzioni, che abbiamo sempre avuto e da cui ci siamo sempre fatti guidare, ci vengono confermate dall’esperienza. Quando un brutto giorno per un problema o per un’altro – solitamente non molto grave – decidiamo di dare troppo retta ai medici e di continuare a farlo per troppo tempo. Finché non ci rendiamo conto che prima, quando – e se – facevamo le cose semplicemente seguendo ciò che ci chiedeva il nostro corpo, stavamo benissimo, mentre adesso voilà… problemi su problemi, disturbi su disturbi, malattie su malattie. Se ci va bene e non siamo seriamente malati e intossicati, abbiamo la fortuna di riprendere lo stile di vita che abbiamo sempre seguito e, a poco a poco, ritrovare salute ed energia. Se ci va male…

E a proposito di sedentarietà, di recente a Catania i medici dello sport si sono riuniti per il 34esimo Congresso nazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) lanciando un vero e proprio allarme: la sedentarietà è una malattia e andrebbe riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale come tale.

Secondo i medici dello sport, infatti, il Ministero della Salute italiano dovrebbe essere il primo al mondo a riconoscere la sedentarietà come patologia al pari di tumori, diabete e malattie cardiovascolari, per tanti motivi, in primis per via dell’estensione nazionale del fenomeno: l’Italia, infatti, è al 17esimo posto tra le 20 nazioni più pigre al mondo e al quinto posto nella classifica europea, superata solo da Malta, Serbia, Cipro e Regno Unito. Il Belpaese ha un indice di inattività del 54%, rispetto a una media ferma al 31%, con oltre 24 milioni di sedentari, ben il 42% della popolazione.

I più pigri risultano essere i ragazzi perché, una volta terminata la scuola, non trovano le attrezzature e gli spazi adatti, abbandonando di conseguenza l’attività fisica. Gli adulti fra i 30 e i 50 anni, invece, praticano attività sportiva come fattore di aggregazione o per seguire i consigli del medico. Insomma, le famose tre ore a settimana per stare apposto con la coscienza, farsi dire bravo dagli altri o svagarsi. Il tutto, per carità, utilissimo, ma che sicuramente non può esser definito “attività fisica”, non almeno se si è sotto i 70 anni.

La seconda sessione del congresso ha avuto come tema fondante il binomio donna e sport. Si è parlato del rapporto della donna con lo sport nell’attuale società contemporanea, degli effetti positivi che l’attività sportiva ha sulla salute della donna, sul suo equilibrio psico-fisiologico, sul mantenimento di un regolare ciclo mestruale, e sull’incidenza positiva che essa ha sul corpo femminile soprattutto in determinati periodi delicati della vita, quali l’adolescenza, la gravidanza e la menopausa.

Durante il congresso si sono tenute, inoltre, diverse letture magistrali, tra le quali quelle affidate al presidente del Censis Giuseppe de Rita su “Il valore sociale della medicina dello sport”, al professore Michael Sagner, presidente della European Society of Lifestyle Medicine, su “Prove scientifiche a sostegno dell’importanza della prescrizione di attività fisica nei soggetti sedentari”, e l’intervento di Cristina Alberini (New York University) su “Esercizio fisico, cervello e mente”.

Diversi studi, infatti, hanno ormai dimostrato come la sedentarietà riduce la neuroplasticità e le dimensioni dell’ippocampo e favorisce l’invecchiamento dei telomeri, sequenze di DNA considerate l’“orologio biologico” delle cellule. L’attività fisica, invece, stimola l’effetto neuroprotettivo, con migliori risultati in termini di apprendimento; ed è proprio per tale motivo che lo sport è necessario tanto per i più giovani, quanto per la terza età.

La sedentarietà, quindi, incide negativamente sul mantenimento e sullo sviluppo dell’attività cognitiva e, in una società in cui le malattie croniche aumentano a livello esponenziale, è evidente l’importanza del medico dello sport, sia a livello professionistico, che amatoriale; perché “il movimento fisico va prescritto come terapia, al pari di un farmaco, nella giusta dose individuale”.

Fra i tanti interventi tenuti al congresso, quello del Prof. Novelli, Magnifico Rettore dell’Università di Tor Vergata, su “Test genetici nella prevenzione della morte improvvisa”, sottolinea come grazie ad azioni specifiche e coordinate sarà possibile evitare più di 30 milioni di morti premature entro il 2015, il 50% delle quali negli under 70; un obiettivo, questo, di grande importanza, soprattutto considerando come secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i decessi per le non communicable diseases aumenteranno del 17% in 10 anni.

Il messaggio scientifico, rivolto dai medici dello sport al Ministero della Salute, chiede il riconoscimento della sedentarietà come patologia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e l’organizzazione di un percorso coordinato tra Ministero della Salute e FMSI, al fine di incentivare e coadiuvare la pratica sportiva divenuta oramai vitale per la società. Se il messaggio verrà accolto da un Ministro della Salute, quale Beatrice Lorenzin, quello tra Ministero della Salute e FMSI si prospetterà un cammino unico al mondo nel suo genere, con dei risvolti positivi anche in un’ottica di politica economica-sanitaria del nostro Paese.

Cosa pensa di tale messaggio la sottoscritta? Pienamente d’accordo con i medici dello sport. Come pensa si concluderà la questione? Naturalmente, e purtroppo, con un nulla di fatto: il Ministero della Salute non accetterà mai, semplicemente perché il business farmaceutico andrebbe in pezzi. E questo mercato “di convenienza” mascherato da “servizio comunitario”  ha, naturalmente, molto più importanza della nostra salute reale. L’avrà sempre.

Di fronte a tali dati, conviene farci due conti. La sottoscritta se li è fatti, mai come in questi ultimi due anni, in cui ha visto volatilizzarsi la piena salute che ha sempre avuto. E sì, è per questo motivo che la questione del FMSI ad oggi mi tocca personalmente. E no, non ho 50 anni, neanche 30 per l’esattezza, anche se ci sono vicina. Sono solo passata da uno stile di vita attivo, in cui seguivo ciò che chiedeva il mio corpo, ovvero tanto movimento, zero medicine e zero medici (anche perché, a parte un raffreddore ogni tanto, non prendevo più neanche la febbre da anni), ad una quotidianità che, a quanto pare, il corpo non ha minimamente apprezzato: i riscontri negativi si sono visti e il prezzo che sto pagando in termini di salute, vi assicuro, non è basso, ma, per mia fortuna, il “danno” almeno è reversibile.

La “scelte costrette” della vita esistono, soprattutto quando c’è di mezzo il lavoro. Ma – diversamente da quanto spesso vogliano farci credere molti (non tutti, ma molti) medici -, ogni corpo è diverso da un altro e ciò che non fa male a qualcuno, per un altro può essere letale. Se tali scelte non vanno a genio al nostro corpo, lui i segnali ce li manda, prima piccoli, poi grandi. Beh… a quel punto sta solo a noi decidere

  • se certe scelte valgano davvero il costo della nostra salute
  • se impuntarsi di voler fare un certo stile di vita, nonostante il corpo più volte ci abbia dimostrato quanto questo non faccia al caso suo, ne valga la pena

 

  • se il soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di noi a scapito del nostro benessere e, di conseguenza, della nostra felicità, abbia davvero un senso.

O se invece, prima, con meno “costretta o scelta ma comunque eccessiva sedentarietà”, con meno medici e medicine, stavamo meglio. Davvero molto meglio.

Non mi piace il calcio. Detto da una donna non dovrebbe sembrare così strano, ma sono circondata da ragazze che capiscono e seguono il calcio spesso. Alcune (poche) sono appassionate veramente, altre… sembra che debbano seguirlo, commentarlo ed entusiasmarsi solo perché… così fan tutte!

Non riesco a fingere di emozionarmi per un qualcosa che non mi piace.

Anche di fronte ai mondiali sono indifferente: tanti anni fa, quando ero un’adolescente, le cose erano diverse, c’era un calcio diverso. Premesso come la sottoscritta non capisse anche ai tempi le regole tecniche del gioco – più che altro perché non mi è mai interessato impararle -, almeno, a livello sportivo e di aggregazione sociale, era diverso. C’era la magia.

Le partite di calcio hanno, da almeno 10 anni, quel retrogusto politico che non riesco a non considerare, è più forte di me. Il calcio di oggi, mondiali, campionati o qualunque cosa sia, ha perso magia. Quindi non lo seguo. Certo se l’Italia vince mi fa piacere, ma nulla più.

Capisco anche che i mondiali sono un business: prodotti, servizi, sconti, tutto in nome del grande evento. AIDA Model docet ;).

Comunque… mentre la maggior parte delle persone questo fine settimana attendeva la partita dell’Italia ai mondiali, io mi seguivo altro. Io sto seguendo altro.

Mi piacciono i ciclisti. Quasi tutti i miei ex fidanzati erano ciclisti o sportivi “solitari” e non avevano la fissa del “calcio alla tv” (si, me li scelgo apposta così;) ). I ciclisti hanno sviluppato una capacità di adattamento tipica di chi fa sport in “solitaria” e non solo di squadra, e poi il contatto con la natura li rende allo stesso tempo delle persone forti e sensibili. Sanno stare da soli, capiscono quando è il caso di lasciarti da sola,  e tante altre cose. Se mi innamoro di questi uomini c’è un perché ;). Poi son gusti.

Mi piace il ciclismo. Non faccio ciclismo come sport, preferisco il nuoto e la danza – “allenamenti prevalentemente in solitaria” – ma ho anche un fratello ciclista che, quando posso, raggiungo alle gare. Ho imparato a seguire psicologicamente e fisiologicamente un biker: durante una gara lunga o piccola che sia, fra le montagne o in pianura, per 6 ore, per 8 ore, per 24 ore, il corpo e il cervello hanno reazioni e bisogni differenti. Io sono lì: pronta a correre per passare una bottiglietta di sali, pronta a dare il sostegno morale, pronta a capire quale sostanza nutritiva il corpo ha bisogno sulla base di tante, tantissime variabili. Ecco, forse mi piace il ciclismo perché l’ho toccato con mano, e mi chiedo come faccia la gente a farsi piacere uno sport in cui non si è mai sporcata le mani.

Io pedalo, ma non ai livelli di chi si allena. Se non lo facessi, comunque, non potrei neanche stare dietro a un ciclista in gara, non capirei nulla. E’ un po’ come dire che sei un giornalista ma ti limiti a trascrivere cose che ti passano senza esser stato sul campo, con la tua testa, i tuoi occhi, il tuo corpo. C’è chi lo fa, ne conosco a bizzeffe, ma sto zitta, così va il mondo.

Io so cosa è il sacrificio di uno sportivo: scordarsi le serate alcoliche, alimentazione rigidissima, allenamento costante, resistenza mentale, a letto presto, poca vita sociale, periodi in cui hai l’adrenalina a mille, altri la depressione cronica, amici che non capiscono. Non è tutto oro quello che luccica: il cervello deve comandare il corpo alla perfezione e questa non è una cosa che si ottiene dal giorno alla notte. Ma l’amore per uno sport vale i sacrifici, indipendentemente se lo fai a livello professionale o per hobby.

Ed è per questo che non capisco chi si entusiasma per uno sport senza essersi mai piegato in due durante gli allenamenti. Oppure chi sbraita offendendo questo o quell’altro atleta quando sbaglia: quando mi capita di assistere a certe scene “criticone” assurde, mi vien voglia di urlare

“adesso chiuditi in palestra, in una vasca, mettiti le scarpette e per un mese, con la pioggia o la neve, con la febbre o i tanti pensieri e problemi quotidiani umani, vai a sputare sangue e resisti, vediamo se alla prossima ci pensi due volte a criticare a vanvera un atleta!”

Mah. Sono fatta strana forse. Non parlo, naturalmente, di chi fa radiocronaca: in quel caso è un lavoro preciso, l’enfasi ci sta tutta. Parlo di “tifosi” che, però, si definiscono sportivi: se segui uno sport in tv non sei uno sportivo, sei un telespettatore, anche se stai allo stadio. Vacci piano con le parole (“cretino” 😉 ).

Comunque, non voglio divagare ulteriormente.

Ho scritto questo post solo perché questo week end si sono tenute 3 gare di ciclismo importanti: la Race across the alps, la Sellaronda Hero e, domani 22 Giugno, la GF Giordana (Granfondo Internazionale Giordana). Dalle Dolomiti alle Alpi uno spettacolo fantastico, tantissime persone, adrenalina a palla.

Le prime due si sono concluse, la GF Giordana, a cui parteciperà anche il mio fratellino, inizierà domani.

Se siete nei paraggi delle Alpi, approfittate, fatevi una pedalata e godetevi lo splendore e l’entusiasmo di uno sport e di un posto magnifico!

 

 

 

 

 

 

 

Una donna non nasce cattiva, stronza o malefica.

Nessuna donna sana di mente brama il potere al punto tale da far male a qualcuno, perché ogni donna è biologicamente figlia e madre.

Perché ogni donna può dare la vita. Perché ogni donna è guidata dalla vita.

Una donna stronzamalefica è solo una donna ferita.

Prima di far soffrire qualunque donna, prima di giudicare qualunque donna, pensiamoci.

Pensiamo a nostra madre, a nostra sorella, a nostra figlia e, se siamo donne, pensiamo anche a noi stesse.

Una donna è ottimista di natura, le piace sorridere, le piace far sorridere, dà fiducia.

Ma se qualcuno tradisce la sua fiducia, prima o poi, la ruota girerà e i suoi errori gli si ritorceranno contro.

Ogni donna sa cosa significa cadere, ritrovare la forza, rialzarsi da sola.

Per amore del bello.

Per amore del sorriso.

Per amore dell’amore.

Per amore della vita.

 

Maleficent, ogni donna ha le sue ali